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41 – RIBELLIONE: INSURREZIONE E ALTRE FORME DI AZIONE DIRETTA -segue

Pottutto chiese a Manganello di portargli un cappuccino.

Il maresciallo uscì senza fiatare. Pochi secondi e rientrò per avvisarlo che il latte era finito.

«Allora solo caffè!»

«La macchinetta dà solo tè all’ibisco…»

«Lasci perdere, ho la pressione bassa di mio!». Il PM replicò stizzito. Dalla solita tasca della giacca estrasse una moka e un fornellino elettrico. Accese e la fissammo in silenzio finché non cominciò a fischiare.

«Senti che profumo!». Riempì la tazzina sua, quella del maresciallo. «Lei ne vuole?» chiese a me.

Lo gustammo come tre vecchi amici al bar. Dopo di che mi domandò se volessi fare qualche nome. Gli risposi «Più tardi!». Replicò un laconico: «Tanto lo sapevo!».

Ricominciai a parlare: «C’è un momento in cui il ribelle capisce che non basta disertare, che il sopruso può cessare solo quando si annienta la fonte che lo determina. A quel punto si presentano due soluzioni non necessariamente antitetiche: creare una realtà alternativa ed elusiva, l’underground, oppure ricorrere all’insurrezione. Approfondirò la prima fra un po’. Due parole sulla seconda. L’insurrezione è quell’azione che si compie attraverso una protesta violenta e decisa con lo scopo di minare il sistema e imporre il cambiamento mediante scontri asimmetrici, tipo la guerriglia, e psicologici, tipo il terrorismo.»

«Insurrezionalisti!» gorgogliò Manganello.

«Non solo!» replicai. «Perché sicuramente queste azioni producono un bell’effetto scenico, ma hanno scarsa sostanza… Anche se riconosco che sono un bel palo in culo al Potere!»

«Dopraho!». Manganello schizzò indignato.

«Mi perdoni, ma ci stava!»

«Dottore?». Fissò Pottutto in attesa di una sua reazione.

«Effettivamente ci stava!»

«Grazie!» replicai.

«Prosegua!»

«Il ribelle è sempre un insubordinato perché l’insubordinazione consiste nel non sottomettersi all’ordine a cui si dovrebbe obbedire. Si può assimilare alla disobbedienza, benché più reattiva. In cuor suo, ogni anarchico è un insubordinato!»

«Qui la volevo!» bramì Pottutto soddisfatto. «Manganello, aggiunga l’insubordinazione al capo di imputazione!» esclamò roboante. «Beh, che c’è?» fece rivolto a me.

«Mica sono un militare!» eccepii indignato.

«Dovrebbe dirmi grazie. Guardi che bel curriculum le ho preparato?». Indicò il capo d’imputazione.

Lo assecondai e ripresi: «Non è però un no che cambia le cose. Al rifiuto devono seguire azioni che destabilizzino il Potere. La prima che mi viene in mente è il boicottaggio. Sapete come è nato il nome? Nell’Irlanda del XIX secolo viveva un proprietario terriero di nome Boycott. Era un tipo vecchia maniera che amava sfruttare i propri lavoratori. Così essi decisero di inscenare un’azione non violenta nei suoi confronti. I vicini di casa non gli parlavano, se entrava in un negozio fingevano di non vederlo, in chiesa evitavano di sedergli accanto, cose di questo tipo. Insomma, venne così preso di mira che alla fine fu costretto ad abbandonare il paese.»

«Più che boicottaggio, mi sembra bullismo!» esclamò Pottutto.

«Ma a fin di bene!» replicai. «Oggi con il termine boicottaggio s’intende quell’azione di disturbo dai connotati prevalentemente economici realizzata nei confronti di un’azienda. Consiste nel non comprare o nell’ostacolare l’acquisto dei prodotti, colpendola nell’unica cosa che le preme: il profitto. Detta così può sembrare una goliardata. Vi garantisco invece che è molto efficace. Ed è pure etica perché trafigge al cuore sia i principi su cui si fonda il capitalismo, sia la democrazia che lo tutela.»

«Riecco il comunista!» grugnì Manganello.

«Gli anarchici rifiutano la legge del più forte, non negano lo scambio. Il commercio è un fenomeno naturale anche in un sistema di relazioni fra comunità autogestite, dove però prevalgono i principi della solidarietà, del minimo necessario, del dono, della reciprocità. Le merci che produciamo sono fatte perché ne abbiamo bisogno: lavoriamo per il benessere dei nostri simili, nonché per il nostro e non già per un astratto mercato, di cui non sappiamo nulla e che non possiamo in alcun modo controllare, diceva Morris nel suo meraviglioso Notizie da nessun luogo6. L’anarchia non ha niente a che vedere con la dittatura del proletariato perché è autarchica, orizzontale, solidale, e non le interessa appropriarsi del capitale. Vuole distruggerlo quale causa di divisione per produrre solo ciò che è necessario» chiosai la digressione economica. «Tornando al boicottaggio, ne riconosco l’efficacia a breve termine. Nel medio tuttavia non impedisce allo Stato di intervenire a favore dell’impresa danneggiata e ripristinare lo status quo. Occorre pertanto che tale azione sia rafforzata da condotte più incisive…»

«Tipo?»

«Tipo il sabotaggio. Quell’azione solitamente diretta ad arrecare un danno sia per riequilibrare le posizioni durante una negoziazione, sia come strumento di lotta per rivendicare diritti. Presente il luddismo?7»

«Conosce questo luddismo, Manganello?»

Il maresciallo sollevò gli occhi e quando li riabbassò: «L’ho visto una volta, ma solo di sfuggita!»

«Il luddismo fu un movimento di protesta operaia del XIX secolo sorto quando l’introduzione del telaio meccanico provocò un abbassamento del salario e l’incremento della disoccupazione. Si va dal più moderato ostruzionismo, allo sciopero, al rallentamento di attività economiche e civili, alle più cruente espressioni di rappresaglia come le manomissioni, i danneggiamenti, le distruzioni di strutture pubbliche o private o infrastrutture…»

«Uh, quante belle cose!», mi interruppe il maresciallo. «Prima di proseguire, però, mi consente di…». E al PM: «Posso chiamare Sevizia? Vista l’ora non vorrei che tornasse a casa senza…?».

Parlò con il corpo di guardia, l’infermeria, il deposito e la palestra. Tutti posti in cui era stato avvistato. Poi trillò il telefono.

«Pronto?» rispose Pottutto. «Buona sera Spaccafegato. Ha chiamato il suo collega Manganello per sapere dov’è l’agente Sevizia… No, non le ho chiesto del maggiore Sparo… neppure del sottotenente Legnata!». Qualche secondo di attesa e: «Perfetto, la ringrazio. Gli comunichi di passare da noi quando ha finito. Arrivederci!». Attaccò. «È impegnato con un cinese. Pare che sia una cosa lunga perché quello non spiccica una parola di italiano!», e a me: «Cosa diceva del sabotaggio?»

«Del sabotaggio?»

«Di quello parlava!»

«Giusto!». Schioccai le dita. «Stavo dicendo che, se unito al boicottaggio e soprattutto alle tecniche di guerriglia, logora l’avversario con attacchi continui e rapidi realizzando l’arte di fiaccare il nemico con mille piccole punture a spillo, come la chiamava Mao Tze-Tung. Si tratta di un complesso di azioni adattabili alla flessibilità delle organizzazioni anarchiche consentendo a ogni cellula di decidere autonomamente e, sul campo, di sfuggire alla rappresaglia. Inoltre, non implicando un movimento di massa, non generano effetti collaterali e stimolano la partecipazione sociale. La controindicazione è sempre la solita e cioè che queste condotte non cancellano né eludono l’ordine costituito che può riorganizzarsi e diventare più repressivo di prima. Più efficace, invece, è l’occupazione di fabbricati, scuole, terreni, imprese e eccetera» ripresi.

«Ah ah!» starnazzò Manganello. «Fa tanto il superiore, ma alla fine anche voi quando c’è da prendere…!»

«Occupiamo siti solitamente in stato di abbandono, dismessi, a volte anche fatiscenti e li restituiamo a nuova vita per svolgere attività sociali, ludiche, incontri, riunioni, ma anche economiche, di intrattenimento e via discorrendo.»

«Tanto poi vi facciamo sgomberare!»

«Vero. Ma può capitare che la nostra resistenza prevalga. E così vi rivediamo in borghese al mercatino dell’artigianato la domenica. La divisa vi rende un corpo di scherani, che si abituano a considerare i cittadini come carne da manette e da prigione e faccian della caccia all’uomo la principale o l’unica fonte di occupazione8. Sotto sotto però siete dei bravi ragazzi!» 

«Ahimè, siamo umani anche noi!» sospirò Manganello.

«Può capitare di occupare anche aree, diciamo così, più istituzionali come fabbriche o sedi di imprese. Ma sono per lo più azioni dimostrative. L’esempio forse più eclatante è la Zad, o più propriamente zona da difendere. Si tratta di stanziarsi in un territorio per impedire l’edificazione di grandi opere. Com’è avvenuto per Notre Dame Des Landes vicino Nantes nel 2008, dove gli occupanti si opposero alla costruzione di un aeroporto e svilupparono al suo posto una comunità anticapitalista, ambientalista e autogestita. Qualcosa di simile è stato realizzato anche in Val Susa per contrastare la realizzazione della linea ad alta velocità. Ma dalle nostre parti chi parla di diritti e libertà vola dalla finestra o va in prigione per terrorismo.9»

«Dovrei ridere?»

«Una volta occupato il sito, la comunità si autogestisce. Autogestirsi significa autogovernarsi, cioè governarsi autonomamente. Determinarsi senza l’intermediazione dell’autorità. Come dice Antonio Senta, per superare lo Stato è necessario creare esperienze di autogestione, allargare la sfera della cooperazione umana non statale, basata sulla reciprocità e non sul profitto, sul dono e non sul valore. Dare cioè vita a innumerevoli forme di democrazia diretta, assemblate, decentrate, collegate fra loro in senso federalista… Vuole che ne parli adesso o facciamo più tardi?»

«Sono quasi le otto di sera!»

«La notte è giovane!» esclamai. «Comunque le dico che è un metodo organizzativo del vivere sociale innanzi tutto etico, in quanto rifiuta il comando e si esplica in senso non gerarchico, attraverso una pratica collaborativa, solidale e paritaria10. È partecipazione faccia a faccia, mediante un confronto continuo finalizzato a realizzare l’interesse comune. Non c’è un’autorità che decide chi, come e perché. Ciascuno contribuisce agli obiettivi condivisi secondo le sue capacità e le sue forze e…»

«Mi perdoni, ma sul terrorismo non dice nulla?». Pottutto mi incalzò famelico.

«L’anarchia ha abbandonato certe pratiche. Non ha bisogno di creare terrore nella collettività per destabilizzare l’ordine.»

«Nessun attentato, rapimento, strage?»

«No!»

«Suvvia, non faccia il modesto!»

«Che le devo dire?» sbuffai. «Se con terrorismo intende un atteggiamento che vuole realizzare un’idea in maniera radicale, dico che siamo terroristi in quanto realizziamo la nostra idea di mondo. Se invece significa violenza che crea terrore colpendo innocenti indiscriminatamente, sottolineo che è una pratica vile che ripudiamo categoricamente sia perché l’individuo è intangibile, sia perché una società libera non può essere l’imposizione di un ordine nuovo al posto di quello vecchio11

«Vuol farmi credere che non ha mai fatto esplodere una bomba?»

«Ma che discorsi, certo che l’ho fatto!»

«Ora confessa!». Pottutto tirò una gomitata ingalluzzita al maresciallo.

«Come potrei rinunciare alla bomba di Maradona per i botti di capodanno?».

 

 

NOTE

 

– 6 William Morris, Notizie da nessun luogo, 1890.

– 7 Luddismo, la prima fase del movimento operaio britannico (primi decenni del sec. XIX), caratterizzato da reazioni violente contro l’introduzione delle macchine e la conseguente disoccupazione.

– 8 Errico Malatesta, Al caffè, 2010.

– 9 Nel primo caso faccio riferimento all’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano nella notte fra il 15 e il 16 dicembre del 1969. Nel secondo a Maria Soledad Rosas e Edoardo Massari, arrestati insieme a Silvano Pellissero il 5 marzo 1998 con l’accusa di essere membri del gruppo terroristico dei Lupi Grigi, poi suicidatisi in carcere. Pellissero, invece, venne assolto.

– 10 Antonio Senta, Premesse del curatore in P. Kropotkin, L’anarchia, 2013.

– 11 Paul Goodman, Individuo e comunità, ivi.

 

Editing a cura di Costanza Ghezzi

Immagine: Pablo Picasso, Donna che piange, 1937

 

N 40 – RIBELLIONE OLTRE LA DISOBBEDIENZA: IL NON AGIRE DIVENTA COMUNITARIO (SEGUE)

 

«Prima di parlare della comunità, mi soffermo velocemente su alcune delle molteplici forme di disobbedienza civile».

«Velocemente quanto?»

«Il necessario.»

«Troppo!»

«Disobbedire è fondamentale sia a livello personale in quanto consente di maturare la consapevolezza di essere padroni di se stessi, sia a livello sociale, poiché agisce alla radice. Ma non è la soluzione definitiva. Non lo è perché se esercitata individualmente porta a emarginazione, se collettiva, invece, dopo l’imponente impatto iniziale, si scompone e si disperde per mancanza di omogeneità ideologica e pratica. Non lo è anche perché essendo diretta a modificare o eliminare specifici aspetti o singole norme, non si pone come possibilità antagonista, ma vuole trasformare o riformare. Un’accettazione implicita dell’autorità che determina l’inevitabile instaurazione di nuove forme di dominio. Per questo, ribadisco, il sistema non si cambia, si ignora creandone un altro fondato su principi diversi

«Mediare no, eh?»

«Mediare è un’ottima soluzione quando si ha da perdere. Ma qui è in gioco la dignità. La bestia non reagisce alle botte del padrone perché ha paura che picchi ancora più forte. Pensa a sopravvivere. Noi vogliamo vivere. E possiamo farlo soltanto essendo noi stessi. Ecco perché la disobbedienza spesso viene esercitata contestualmente a pratiche insurrezionali. Ma andiamo per gradi: il primo passo è il non agire di Godard.»

«Scriva, Manganello: Codard!»

«In quale altro modo poteva chiamarsi!». Il maresciallo lo compiacque. E a me: «Nome?»

«Philippe.»

«Morto anche lui?»

«Per ora è vivo e vegeto!». Colsi una luce sinistra nei loro sguardi: «È francese. Non potete arrestarlo!» precisai.

«Ah, francese?». Il PM corrugò la fronte. «Ha mica il suo numero di telefono?»

«No» dissi. «A cosa le serve, se posso…?»

«Ovvio: per chiamarlo e chiedergli di venire in Italia. Così lo arrestiamo!».

Mi complimentai per la strategia.

«Se ricorda, ho accennato alle sue teorie quando ho definito la democrazia come la forma più compiuta di dittatura scientifica. Contro il dispotismo dei sapienti, egli propone di non agire, cioè smettere di lavorare per il progresso. In questo modo si interromperebbe l’afflusso di profitti che alimenta la distruzione del pianeta e lo sfruttamento delle comunità umane. La sua proposta è ripartire cessando di agire contro la natura e rifiutando di impegnarci ancora sulla via del progresso per inventare un’esistenza diversa3. Laddove Goodman suggerisce di tracciare un limite in continuazione, Godard consiglia di tirare una linea e ricominciare con nuovi valori.»

«Scommetto che c’è un però!» rilevò il magistrato.

«Il principio è sacrosanto. Ma è efficace solo se la scelta diventa fusione di volontà. Senza fratellanza la non azione o resistenza passiva, come invece la definisce Emile Armand, manca di forza».

Indicai la pila di fogli.

«Leggo?» chiese Pottutto.

«Ci penso io. Lei non ci mette sentimento!» dissi. «Armand afferma che la resistenza passiva è un atto di ribellione o un insieme di azioni insurrezionali che si estrinsecano non per mezzo di manifestazioni di piazza, né con la sommossa, né con la lotta armata. Ripudiando al contempo ogni metodo violento fondato sull’eccitazione superficiale e passeggera delle moltitudini, propone quindi di innalzare barricate, astenersi da ogni attività, da ogni lavoro, da ogni funzione che implichi il mantenimento o il consolidamento di un dato regime imposto, rifiutarsi di pagare delle imposte o delle tasse destinate al funzionamento delle istituzioni. Prosegue con altri esempi: si può rifiutarsi di utilizzare come professori o come medici coloro che sono tali soltanto grazie a un diploma ufficiale. Oppure si può rifiutarsi di rispondere ai commissari, ai giudici, ai magistrati delle assise, e così via. Tutte condotte che, se svolte su grande scala, cioè con un movimento studiato, premeditato, deciso individualmente, inibirebbero la reazione dello Stato: che potrebbe fare contro questo sciopero silenzioso, ma deciso, contro questa astensione? 4 si chiede.»

«Qualche idea ce l’avrei!» borbottò Manganello.

«Armand è un’individualista e non lo ammetterà mai. Ma sostenendo che la resistenza passiva deve avvenire su larga scala perché se esercitata individualmente o in piccoli gruppi non cambia lo stato di fatto, riconosce implicitamente che solo la fratellanza può disgregare il sistema. Ecco perché la sua naturale evoluzione è la rivoluzione silenziosa di Colin Ward.»

«Colin come colino?» chiese Manganello per i suoi appunti.

Assentii con la testa.

«Questo pensatore post-anarchico realizza un ulteriore passo in avanti. Parla di comunità autogestita e antiautoritaria in cui la resistenza sia portata avanti da aggruppamenti di persone che si associano con finalità antagoniste al sistema. Diversamente dai vari Chomsky, Confort, Goodman e altri contemporanei, infatti, non propone una collaborazione con esso volta a modificarlo al suo interno. Sostiene che l’anarchia esiste già. Che sia viva e praticata. I suoi libri riassumono numerosissimi esempi passati e presenti in cui gli individui si uniscono per creare strutture omogenee, autonome e indipendenti dal Potere.»

«Me ne vuole indicare qualcuna?» chiese Pottutto.

«Le interessa davvero?»

«Al pranzo della domenica mi piace citare gli aneddoti dei miei inquisiti!»

«Le rivoluzioni individuali e collettive descritte da Ward si realizzano quando le persone si organizzano spontaneamente in maniera volontaria, autonoma, autogestita e antigerarchica, per la soluzione di problemi concreti, da risolvere senza l’interferenza delle Istituzioni, dello Stato, di qualsiasi forma di autorità. Se la gente percorre il suo cammino dall’utero alla tomba senza mai riconoscere né esprimere le proprie personalità umane, dice, questo avviene perché la possibilità di partecipare alle innovazioni, alle scelte, alle decisioni e ai giudizi è monopolio esclusivo di chi sta in alto5. A suo giudizio quindi l’alternativa esiste e si concretizza nella pratica quotidiana con uno slancio che costruisce spazi di libertà in cui esprimersi attraverso comunità federative, condivise, solidali, che…»

«Che fanno quello che vogliono!»

«Bravo Manganello, autonome. Ma anche volontaristiche, autogestite, indipendenti e mutualistiche. È una svolta straordinaria. Il punto da cui partire per un cambiamento concreto. In questo modo si può dar vita a quell’alternativa che non solo cancelli l’ingerenza autoritaria, non solo abbia scopi e metodi autonomi, non solo favorisca le potenzialità individuali, ma si sviluppi come società altra attraverso la creazione di molteplici entità antigerarchiche coordinate fra loro. Un raggruppamento di individualità che operino sinergicamente sottraendo funzionalità al Potere. Ward ha quindi colto l’essenza della comunità anarchica. Ma non basta.»

«Non basta?»

«Non basta!»

«Certo che lei non è mai contento!» chiosò il pubblico ministero.

 

NOTE

 

– 3 Philippe Godard, Contro il lavoro, invi.

– 4 Emile Armand, Iniziazione individualistica anarchica, ivi.

– 5 Colin Ward, Anarchia come organizzazione, ivi.

 

Editing a cura di Costanza Ghezzi

Immagine: Alberto Gallerati, Una bombardatina,

31 – LA POLIZIA

 

«Se il governo impone la volontà del Potere attraverso la legge, le forze dell’ordine e i magistrati ne garantiscono l’attuazione. Sui magistrati non ho molto da dire». Guardai Pottutto. «Sono burocrati e ho grande fiducia nella burocrazia, forse l’ultima speranza perché lo Stato imploda!». Poi guardai Manganello: «Il compito della polizia, invece, è di proteggere il sistema mantenendo l’ordine e la disciplina grazie alla capacità persuasiva dei lustrini e dei manganelli. Potrei dire che sono bravi tutti a farlo con la violenza, ma… Sto parlando di voi!» richiamai l’attenzione del maresciallo.

«Mi dia pure del lei!» replicò uno sguardo sfatto.

Con un’occhiata il pubblico ministero mi invitò a ignorarlo.

«A proposito delle forze dell’ordine… conoscete la Canzone di Maggio?»

«Chi è questo Maggio?». Manganello con tono inquisitorio.

«La canzone è di Fabrizio De André e s’intitola Canzone di Maggio.»

«Mica la canterà?»

«La leggiamo insieme». Indicai al PM la pila di fogli. Può trovarla nell’articolo del 1.11.23».

Gli diede una scorsa annoiata: «Sembra una poesia!»

«Come tutte le sue opere!»

Lessi:

 

Anche se il nostro maggio

Ha fatto a meno del vostro coraggio

Se la paura di guardare

Vi ha fatto chinare il mento

Se il fuoco ha risparmiato

Le vostre Millecento

Anche se voi vi credete assolti

Siete lo stesso coinvolti

 

E se vi siete detti

Non sta succedendo niente

Le fabbriche riapriranno

Arresteranno qualche studente

Convinti che fosse un gioco

A cui avremmo giocato poco

Provate pure a credervi assolti

Siete lo stesso coinvolti

 

Anche se avete chiuso

Le vostre porte sul nostro muso

La notte che le pantere

Ci mordevano il sedere

Lasciandoci in buonafede

Massacrare sui marciapiedi

Anche se ora ve ne fregate

Voi quella notte, voi c’eravate

 

E se nei vostri quartieri

Tutto è rimasto come ieri

Senza le barricate

Senza feriti, senza granate

Se avete preso per buone

Le verità della televisione

Anche se allora vi siete assolti

Siete lo stesso coinvolti

 

E se credete ora

Che tutto sia come prima

Perché avete votato ancora

La sicurezza, la disciplina

Convinti di allontanare

La paura di cambiare

Verremo ancora alle vostre porte

E grideremo ancora più forte

Per quanto voi vi crediate assolti

Siete per sempre coinvolti

Per quanto voi vi crediate assolti

Siete per sempre coinvolti. 1»

 

Appoggiai il foglio alla pila. «Beh, che ve ne pare?» chiesi.

«Un po’ lunghetta!» gorgogliò Manganello.

«Bella la rima maggio-coraggio all’inizio!» disse contrito Pottutto.

«Vi è piaciuta o no?»

«Anche Le Mille Bolle Blu di Mina, però, se non è cantata sembra una str…!2» il PM non concluse.

«La Canzone di Maggio esprime un sentimento di rabbia mista a malinconia verso tutti coloro che chinano il mento consentendo al Potere di consolidarsi. Al tempo stesso Faber non rinuncia alla speranza: voi non potete fermare il vento, dice. La sua poetica è una continua dialettica fra consapevolezza amara e slanci fiduciosi…»

«Sì, ma che c’azzecca con quello che stavamo dicendo?»

«Le canzoni di De André rappresentano la colonna sonora delle speranze represse dalla violenza dell’Autorità. Violenza con cui aggredisce i manifestanti, violenza con cui tace i ribelli, violenza con cui protegge i più forti.» E ancora rivolto a Manganello: «Non ve ne faccio una colpa. Ce l’avete nel sangue di temere la libertà degli altri. La reprimete perché ogni pensiero che essa conquista, ogni spazio in cui si diffonde, ogni cambiamento che essa agogna, è una sottrazione della vostra autorevolezza» dissi. «Ricordo d’aver letto da qualche parte, mi sembra nel libro Educazione Siberiana di Lilin3, un concetto che condivido. E cioè che vi distinguete dal resto delle persone perché siete gli unici a vivere orgogliosamente come servitori. Simultaneamente, però, questo vi impedisce di capire cosa sia la libertà e odiate chi la professa. Ciò vi crea ansia, frustrazione, stordimento, gelosia…»

«Ora vado a chiamare l’agente Sevizia, gliela faccio venire io l’ansia!» grugnì Manganello.

«Lasci perdere!» lo fermò Pottutto.

«Non mi faccio prendere in giro da un anarchico!»

«Mi perdoni maresciallo, ma queste cose le ho dette da cittadino!» precisai.

«E noi pubblici ministeri, invece, come siamo?» Pottutto protese il collo.

«Voi pubblici ministeri?»

«Noi pubblici ministeri, sì!»

«Uguali» dissi. «Senza divisa, però!»

«Vada a chiamare il suo collega!» ordinò il PM a Manganello.

«Suvvia, non fate i permalosi!» li fermai. E cercai nella pila di fogli quello che mi interessava: «La polizia detiene il monopolio della violenza, perché ridefinisce le norme della propria azione e, appellandosi alla sicurezza, accresce la propria pretesa sulla vita dei singoli. La sua sovranità violenta è tanto inafferrabile quanto spettrale». Saltai qualche riga: «Proprio perciò le sue violenze non sono anomalie, ma rivelano piuttosto il fondo oscuro di questa istituzione. Sono come istantanee che la colgono mentre acquista spazio, acquisisce poteri sui corpi, esamina e sperimenta una nuova legalità, ridefinisce i limiti del potere. Un monopolio della violenza interpretativa che ridefinisce le norme della propria azione e, appellandosi alla sicurezza, accresce la propria pretesa sulla vita dei singoli4… Non credo ci sia bisogno di ulteriori spiegazioni!»

«Ottimo» disse Manganello. «Allora non le dia!»

«Solo un pensierino della buona notte: diceva Malatesta che governo significa diritto di fare la legge e imporla a tutti con la forza. Senza forza di polizia non c’è la forza… Rifletteteci sotto le coperte!»

«Capito Manganello?». Il PM al maresciallo. «Poi domani mi fa sapere!»

«Dotto’» questi si gonfiò come un palloncino. «Ma io la notte dormo!»

 

NOTE

 

– 1 Fabrizio De André, Canzone del maggio, 1973.

– 2 Mina, Le mille bolle blu, 1961.

– 3 Nicolai Lilin, Educazione siberiana, Einaudi, 2013.

– 4 Donatella Di Cesare, Il tempo della rivolta, Bollati Boringhieri, 2020.

Editing a cura di Costanza Ghezzi

Disegno di Salvator Rosa, Teschio che urla, 1640

 

 

 

29 – L’AUTORITA’ DELLO STATO

Pottutto versò la Coca nella tazza pieghevole. Sorseggiò lentamente. Chiese se ne volevo e disse che l’avrei potuta bere se insieme avessi ingoiato una Mentos. Replicai che un po’ d’acqua sarebbe stata più che sufficiente.

Piegai il bicchiere e feci canestro nel cestino. Il PM lanciò il suo e colpì la signorina Servile sulla cofana cotonata.

Ricominciai a parlare: «Come ho detto, lo Stato è uno strumento di controllo sociale. Non più il solo vista l’imperante massificazione conformista, ma rimane il più pervasivo. Uniforma le condotte con il potere legislativo, diffonde il verbo con quello esecutivo, punisce i non allineati con quello giudiziario. Ma per fare tutto questo occorre che abbia autorità, cioè che al suo imperio corrisponda l’adesione della massa. In altri termini, che essa obbedisca spontaneamente.»

«Non vorrà parlarmi ancora delle elezioni?»

«Mi riferisco a come lo Stato viene percepito dalla collettività» dissi. «La teoria del contratto sociale legalizza il suo imperio, ma le favolette suggestionano se narrano storie semplici, non se usano il linguaggio asfittico del Diritto. I contigiani asserviti hanno così sfruttato un’immagine in cui tutti potessero identificarsi e che sollecitasse i sentimenti, le fragilità, l’emotività più ingenue e infantili. Ecco che lo Stato diventa il genitore premuroso, laborioso, diligente, onesto a cui i figli, cioè i cittadini, devono rispetto, devozione, obbedienza, soggezione.»

«La famosa diligenza del buon padre di famiglia?» proruppe Manganello esaltato.

«Che c’entra? Quella è un’altra cosa!» Pottutto seguì sprezzante.

«Vi spiego cosa intendo con le parole di Randolph Bourne. Egli dice: vi è naturalmente nel sentimento verso lo Stato un vasto elemento di puro misticismo filiale. Il senso di insicurezza, il desiderio di protezione, rimandano al proprio desiderio del padre e della madre con cui sono associati i primissimi sentimenti di protezione. Non è per nulla che il proprio Stato è sempre pensato come un padre o come la Madre Patria, che la propria relazione verso di esso è concepita in termini di affetto familiare. Trattasi di un atteggiamento infantile e primitivo che rende il popolo un gruppo di bambini obbedienti, rispettosi, affidabili, pieni di quella fede ingenua nell’onniscienza e nell’onnipotenza dell’adulto che si prende cura di loro, che impone il suo dolce ma necessario comando su di loro e con il quale essi perdono la loro responsabilità e le loro angosce1

«Come si chiama questo tizio?» chiese il pubblico ministero.

«Bourne!»

«Quello che nei film scappa di continuo?2»

«Questo è Randolph. Quello era Jason!» replicai. «Un genitore giusto, onnisciente, indefettibile, onnipresente, divino, che educa, disciplina e ricompensa. Al quale dobbiamo gratitudine per la vita perché è l’unico che può toglierla, per il nutrimento perché potrebbe lasciarne ancora meno, per l’educazione perché sempre meglio indottrinati che analfabeti e per tutte le altre cose che implicano quella riverenza assoluta per cui niente fuori dallo Stato, al di sopra dello Stato, contro lo Stato. Tutto allo Stato, per lo Stato, entro lo Stato come diceva, guardate un po’, Mussolini.»

«Quanto le piacerà eccedere!». Pottutto stirò la mascella. «Però apprezzo l’immagine. Mi ha fatto pensare alla buon’anima di mio padre… A lei?» chiese a Manganello.

Il maresciallo sospirò con un’espressione da Maddalena del Tiziano3: «Il mio se n’è andato quando ero piccolo!»

«Mi dispiace» dissi sincero.

«Che ha capito?». Gli si arrossarono le guanciotte. «Non è morto. È fuggito con un trans brasiliano!».

Si arrossarono anche le mie e proseguii: «Ma anche al genitore più virtuoso può capitare un figlio disadattato. E così, nonostante l’impegno delle istituzioni, della cultura, della propaganda nel plasmare bravi cittadini per cui lo Stato è giusto e necessario e la libertà è libertà di obbedire, qualche ribelle qua e là rimane. È un fastidio che l’Autorità non può permettersi, e di fronte al quale mette in campo tutto il monopolio della forza

«Finché c’è forza c’è speranza, dice il detto!» ancora il maresciallo.

Sorrisi come si fa ai dementi e continuai: «Se i ribelli sono pochi, lo Stato li tollera per contrapporre il male che essi rappresentano al bene di cui si proclama artefice. Quando poi crescono di numero e minano la sua stabilità comincia la repressione. Senza vergogna usa tutti i mezzi possibili per dissuaderli prima, irreggimentarli poi, eliminarli se necessario. Lo Stato non è altro che un rapporto gerarchico basato su una violenza resa legittima4, diceva Max Weber. Esso impera e via la mattanza! Una violenza manifestata con leggi arbitrarie e liberticide, enfatizzata dalla brutale ferocia dei suoi mastini, conclusa, nel migliore dei casi, con la segregazione in carcere. Violenza arrogante, sadica, legalizzata e perpetrata d’intesa con la massa di vigilanti che disprezza chiunque osi affrancarsi dall’uniformità in cui si nullifica».

«Arrivi al dunque, Dopraho!»

«Non c’è un dunque, perché la prepotenza dello Stato è senza fine». Esito. «Almeno finché le persone non si renderanno conto che esso è una tirannia autolegittimata creata per negare l’individualità».

Sospirai.

Sospirarono anche Pottutto e Manganello e non sembrava per solidarietà.

Non so se per solidarietà o per frustrazione.

«Il che probabilmente non avverrà mai. L’uomo possiede infatti la non invidiabile predisposizione a tollerare, se non sopportare ogni forma di ingiustizia pur di andare a dormire tranquillo e con le chiavi di casa sotto il cuscino. Eppure basterebbe un po’ di sano raziocinio per capire che quel padre è malvagio, violento, sfruttatore, perverso e pervertito, e di amor proprio per fuggire dalle sue grinfie e ricominciare daccapo. Lo Stato è il male assoluto perché niente come la sua tirannia annienta l’individualità. Arbitrariamente si impadronisce della sovranità personale attraverso le istituzioni politiche, legislative, giudiziarie, militari, finanziarie, ecc…, per le quali sono sottratte al popolo la gerenza dei propri affari, la direzione della propria condotta, la cura della propria sicurezza affidandole ad alcuni che, o per usurpazione o per delegazione, si trovano investiti del diritto di far le leggi su tutto e per tutti e di costringere il popolo a rispettarle, servendosi all’uopo della forza di tutti 5».

Pottutto accese la sigaretta. Ne offrì una al maresciallo e insieme soffiarono verso di me.

Mi fecero tenerezza. Erano proprio due bambinoni!

 

NOTE

– 1 Randolph Bourne, La guerra è la salute dello Stato, citato in La società senza Stato a cura di Nicola Ianniello.

– 2 Jason Bourne è il protagonista dell’omonima saga cinematografica spy interpretata da Matt Damon.

– 3 Tiziano Vecellio, Maddalena penitente, 1533.

– 4 Citato in Hermann Amborn, Il diritto anarchico dei popoli senza stato, ivi.

– 5 Errico Malatesta, L’anarchia, ivi.

Editing a cura di Costanza Ghezzi

In foto Egon Schiele, La madre morta

 

 

22- INGRANAGGI MENTALI

Bussarono alla porta.

Il volto paffutello di una ragazzina in divisa si affacciò timidamente per avvisare Pottutto che c’era una telefonata per lui.

«Per me?»

«Per lei!»

«Dica che sono impegnato!»

«È urgente!»

«Chi sarà mai?» rifletté imbarazzato. «Deve essere mia moglie. Stamani è stata a parlare con i professori di nostro figlio… Tutte le volte è una tragedia!» aggiunse con ghigno crepuscolare.

«Non è sua moglie!».

Il pubblico ministero lisciò il baffo con la penna. «Sarà mica la pizzeria… magari hanno visto le luci accese?»

«Non è la pizzeria, dottore!»

«Manganello, ha pagato la tintoria?»

«È il dottor Persecuzio» tuonò la novellina.

La segretaria smise di battere a macchina.

Manganello scivolò sulla sedia fino a nascondersi sotto il tavolo.

Avrei giurato che la sfinge sulla porta avesse chiuso gli occhi.

O forse fu solo una mia impressione.

Il magistrato oscillò tremolante. Sbiancò, avvampò, sbiancò ancora per assestarsi su un livido cadaverico.

«Persecuzio?» chiese terrorizzato. Per non cadere afferrò il riporto del maresciallo. Ma i capelli erano unti e gli sgusciarono di mano.

«Il procuratore capo!» la giovane ribadì.

«Manganello, risponde lei per favore?»

«E che gli dico?»

«Non so. Come s’inventa le prove, s’inventi una scusa!»

«Non mi faccia questo!» supplicò il maresciallo.

«Vuole che ci parli io?» proposi.

«Lo farebbe per me?»

«Per gli amici questo e altro!».

Alla fine, Pottutto si arrese al destino: «Va bene, me lo passi!» proferì.

Attendemmo in apnea che trillasse il vecchio telefono Sip color grigio topo poggiato sulla cassettiera alle spalle dei miei inquisitori.

«Pronto, chi parla?» farfugliò Pottutto. «Buongiorno, dottor Persecuzio… Certo che sapevo che era lei, dottor Persecuzio… Perché allora ho chiesto chi parla? Non saprei dottor Persecuzio. Per abitudine, forse?… No dottor Persecuzio, non faccio il cretino! A proposito dottor Persecuzio, volevo complimentarmi perché la foto sul giornale le risalta il profilo egizio!… No, dottor Persecuzio, non faccio neanche il leccaculo!… Immaginavo volesse parlarmi dottor Persecuzio… L’interrogatorio? Abbiamo cominciato giustappunto a conoscerci, dottor Persecuzio. L’indagato è affabile e collaborativo e sta spiegando con dovizia cos’è l’anarchia… Come dottor Persecuzio? Non gliene frega di sapere cos’è l’anarchia e vuole solo i nomi per la stampa?». Pottutto coprì la cornetta e a me: «Dice che vuole solo i nomi per la stampa!»

«Quali nomi?» replicai di labiale.

«Sicuramente, dottor Persecuzio. Le prometto che l’indagato non ne tralascerà uno!». E a me: «Mi informa che vi impiccherebbe tutti voi anarchici!». Quasi a giustificarsi: «Non si preoccupi, gli piace esagerare!». Tornò ad ascoltare il procuratore capo e poi coprì di nuovo la cornetta: «Sostiene che a quest’ora col dottor Comma avrebbe già confessato!».

Lo rassicurai negando con un gesto della testa.

«Le prometto dottor Persecuzio che parlerà così tanto che alla fine dovrà fare i fumenti perché gli torni la voce!… Allora ci sentiamo più tardi, dottor Persecuzio… Buona serata. Saluti la signora. È ancora in ufficio? Allora saluti la segretaria. Grazie della telefonata. A presto e buon lavoro. Buon inizio e buon principio. Ad meliora et at maiora semper… Ha buttato giù!» Il magistrato fissò il vuoto. «Gli sarà piaciuta la citazione latina?». I suoi occhi spauriti scivolarono dal faccione del maresciallo, alla scrivania, a me. Si morse il labbro.

«È stato bravo»!» lo rassicurai.

«Dice?»

«Molto determinato e conciso. Adesso però possiamo proseguire l’interrogatorio?».

+++++

Per recuperare la sua attenzione riassunsi su un foglio alcune parole chiave della socialità anarchica:

             Liberarsi dagli ingranaggi mentali

                                                                   ↓

        Coscienza di sé → Padrone di se stesso

                                    ↓

                                                       Autonomia = libertà-eguaglianza

 

Sintetizzai: «Affinché gli uomini manifestinola propria personalità in maniera libera ed eguale, occorre che siano coscienti di sé, ovverosia neghino i condizionamenti esterni e vivano seguendo la propria natura. Emancipati così dagli ingranaggi mentali, diventano padroni di se stessi, quindi capaci di determinarsi senza assoggettamenti. Che non significa fare quello che pare, poiché il mero perseguimento dei desideri e piaceri è un ciclo senza fine che porta a sofferenza, bensì fondersi nell’unità del mondo».

Pottutto e Manganello si fissarono come se il peggio dovesse ancora venire.

«In un articolo spiego tale evoluzione con le parole di Stirner. Sarà pure delirante, egoista ed esaltato come sostengono i suoi detrattori, ma usa immagini così ficcanti, paradossi, bizzarrie ed è così al confine fra genio e follia che ogni volta che lo leggo mi illumino d’immenso!» scomodai Ungaretti1. «Il suo pensiero, infatti, coglie in pieno la necessità che la volontà si emancipi dalla contingenza per sprigionare tutta la sua potenza. Nietzsche non ammetterà mai di essersi ispirato a lui, ma senza l’Unico, il Superuomo sarebbe stato più uomo che super!»

«Sta dicendo che lo ha plagiato?»

«Lascio a voi giudicare!»

«Signorina Servile, terminato l’interrogatorio prepari subito un bell’avviso di garanzia nei confronti di questo falsificatore da strapazzo!» paupulò Pottutto.

«Ben fatto!» seguì Manganello.

«Il filosofo…» ripresi.

«Chi, quel Shiller?» domandò il PM.

«Si chiama Stirner» precisai. «Anche se I Masnadieri sono una bella botta di ribellione!2». Proseguii: «Il filosofo parte dal presupposto che l’individuo non sia l’io è tutto idealizzato da Fichte, né l’io del popolo che è una potenza impersonale, spirituale, è la legge quindi uno spettro, non un io, né quello regolamentato dallo Stato in quanto esso non è pensabile senza il dominio e la schiavitù, tantomeno quello contemplato dalla religione per cui la persona viene soggiogata dalla promessa del bene sommo e non presta più attenzione ai propri desideri, o l’homo oeconomicus, poiché nell’avere, ossia negli averi, gli uomini sono diseguali…»

«Non è che ci rimanga granché!» rilevò Manganello.

«Per Stirner, infatti, idealismo, società, Stato, religione, capitale sono forme di autorità che includono sempre la prospettiva di un nuovo dominio e realizzano schiavitù, servitù, rinnegamento di sé. Occorre pertanto che l’Unico si ribelli e non sia più schiavo di Dio o della legge ma diventi padrone di sé, cioè individuo capace di determinarsi secondo la propria volontà senza subire le pressioni, le suggestioni, i fantasmi che da sempre la soggiogano. Solo quando il mondo sarà nostro, il suo potere non sarà più contro di noi ma con noi, afferma3».

«Lo diceva anche mia nonna che bisogna essere se stessi!» squittì il maresciallo.

«Le nonne sono sempre molto sagge!» convenni.

«L’urgenza di diventare padroni di se stessi è un concetto trasversale all’anarchia. Kropotkin, ad esempio, pur avendo una concezione del mondo, della società, dell’anarchia stessa completamente opposta dall’individualista, sostiene a sua volta che il capitalismo, la religione, la giustizia, il governo sono grandi cause di depravazione. Lo afferma per dimostrare la potenza del mutuo appoggio, ma la sostanza non varia: noi non chiediamo che una cosa, ovverosia eliminare tutto ciò che nella società umana impedisce il libero sviluppo, cioè tutto ciò che falsa il nostro giudizio: lo Stato, la Chiesa, lo sfruttamento; il giudice, il prete, il governo, lo sfruttatore, poiché in una società basata sullo sfruttamento e la servitù, la natura umana si degrada4».

Feci un’altra pausa perché la loro espressione da perioftalmo mi inquietava.

«Ho citato questi due filosofi così diversi ma così eguali perché entrambi parlano degli ingranaggi mentali da cui dobbiamo affrancarci per essere padroni di noi stessi: religione, società, Stato, capitale». Guardai il pubblico ministero: «Adesso li vediamo uno alla volta.»

«Non basta citarli?» chiese.

«Dottore, mi dia un po’ di soddisfazione!».

 

NOTE

– 1 Mi illumino d’immenso è una poesia di Giuseppe Ungaretti, 1888, 1970.

– 2 I Masnadieri sono un’opera che critica le convenzioni sociali e l’autorità del poeta tedesco Friedrich Shiller 1759-1805.

– 3 Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà, 1844.

– 4 Peter Kropotkin, La morale anarchica, 1890.

IN foto: Andre Martin De Barros, EArotic Illusion, 2009

Editing a cura di Costanza Ghezzi

 

 

18- Perché fa paura l’anarchia

N. 18

 

Il pubblico ministero invitò la signorina Servile ad aprire la finestra. «Metta questo a contrasto!». Dalla tasca della giacca tirò fuori un codice di procedura penale.

La segretaria lo appoggiò fra le persiane.

Stavo per riprendere a parlare che dalla strada si levò un urlo straziato. Mi voltai e il codice non c’era più.

«Signorina? Aggiunga al capo d’imputazione le lesioni aggravate!» le ordinò Pottutto.

Non volevo dargli soddisfazione replicando che ce l’aveva messo lui, così: «Perché vi fa tanto paura l’anarchia?» lo sferzai. «L’anarchia non è caos e non è disordine. Non è anomia, né acrazia. E allora perché?»

«Perché?» ripeté Pottutto. Guardò Manganello, poi giochicchiò con la penna prima di squadrarmi: «Scarpe da ginnastica consumate, jeans strappati, maglietta stropicciata… Solo un anarchico può presentarsi in questo modo a un interrogatorio!»

«Ma se mi hanno arrestato mentre giocavo a calcio!»

«Perché, lei non può giocare a calcio come tutte le persone civili con un bel completino di flanella, la camicia chiara e la cravatta in tinta unita?».

Il maresciallo lo tolse dall’imbarazzo: «Lo so io!» disse. «Perché quando ci sono le manifestazioni, siete gli unici che reagite alle nostre legnate!»

«E vi facciamo pure male!» sfoggiai un sorriso amichevole. «Ma non può essere per qualche bernoccolo che ci odiate tanto, no?».

Pottutto sfogliò i fogli del mio blog cercando la risposta.

Manganello si arricciò la ciccia dell’avambraccio.

«Siete dei sovversivi!» disse il primo.

«Ma questo è un complimento!» replicai ironicamente. «Se ci lasciaste vivere come vogliamo, nessuno sovvertirebbe niente. Invece volete che ubbidiamo, che ci adeguiamo al regime, che reprimiamo la nostra volontà per soddisfare la vostra!»

«Perché la nostra è quella giusta?» replicò Manganello.

«Se amate essere servi, servite pure. Ma non pretendete che tutti lo siano!»

«Non è possibile!» intervenne Pottutto. «Lo Stato non può accettare che qualcuno lo sia e altri no. Si creerebbero delle intollerabili discriminazioni. È una questione di eguaglianza. Lei che fa tanto il saputello saprà che l’articolo tre della Costituzione dice che siamo tutti uguali!»

«Ci sono!» esclamò Manganello appoggiando il ventre sul tavolo. «Voi anarchici siete violenti!»

«Violenti noi? Ma se siamo anti-violenti per definizione? Ovviamente se veniamo provocati, rispondiamo. Ma non c’è niente di violento in quello che diciamo e facciamo.»

«È sempre una violenza fare ciò che non si deve fare!» gongolò Pottutto.

«Direi che violenza è costringere a fare ciò che non si vuole fare!» rilevai. «Quindi se obbedissimo senza lamentarci saremmo dei bravi cittadini? Sa che non avevo mai considerato questa prospettiva? Quasi quasi quando esco ne parlo coi ragazzi. Poi torno e vi riferisco. Okay?… Ma non scherziamo! Che il Potere ci dia la possibilità di organizzarci, che non ci imponga le sue leggi, che non ci obblighi al suo sistema economico, che non ci opprima con la sua religione e la sua morale. E allora andremo tutti d’amore e d’accordo!»

«Non faccia l’ingenuo, sa che questo non è possibile!»

«Certo che lo so. Perché lo Stato pretende di essere il dominatore assoluto». Cambiando tono: «Mi dispiace deluderla, ma noi obbediamo solo alla nostra ragione, al nostro istinto, alla nostra volontà

«E allora prendetevi le manganellate!». Manganello si stizzì.

«Lo lasci perdere, maresciallo!». Pottutto lo redarguì. «Quanto a lei» tornò a me, «è la storia a dire che siete violenti!»

«La storia scritta da chi?» gli replicai. «C’è stato solo un periodo, quello della così detta propaganda del fatto fra la fine dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale in cui gli anarchici hanno pensato di reagire all’oppressione con azioni dirette contro i simboli del potere. Si trattava però di pochi, isolati idealisti che speravano di risvegliare le masse. Sono tutti morti sul campo o finiti in prigione.»

«Allora gliene dico un’altra: non si capisce cosa volete!» si esaltò il pubblico ministero.

«Ma l’ho già ripetuto un’infinità di volte: vogliamo solo vivere la nostra vita senza che nessuno ci dica cose fare

«Non mi sono spiegato. Lo Stato ha bisogno di certezza, anche quando si parla di nemici. Voi invece siete un casino totale: uno dice una cosa, uno ne dice un’altra… insomma, che palle!»

«L’anarchia è pluralista per definizione. Per questo dovete rassegnarvi a non poterla controllare. Non abbiamo una segreteria di partito che ordina come dobbiamo pensare e cosa dobbiamo fare, non abbiamo un leader, non abbiamo un movimento omogeneo…»

«Però capisce che così…!». Pottutto fece una faccia spazientita. «Almeno un ufficio di pubbliche relazioni, una sede, un capo da arrestare ogni tanto… Ogni volta sembra di ricominciare dall’inizio!»

«Per noi la figura del capo è inammissibile

«Ma per noi sì!»

«Lo vede?»

«Lo vede cosa?»

«Che ho ragione. Per voi è inconcepibile che possiamo agire senza un leader perché siete il prodotto della società del dominio: una società in cui ci sono dominanti e dominati, chi dà gli ordini e chi obbedisce. Siete come quegli europei che raggiunsero le coste del Sud America e quando trovarono gli indigeni che vivevano in una società senza fede, senza legge, senza Re, quindi senza gerarchia, li considerarono incivili. Non vi capacitate di come le persone possano unirsi, organizzarsi, autogestirsi, senza che qualcuno si imponga sugli altri. Siete talmente succubi del principio di autorità che, se non foste servi dello Stato, con la stessa fierezza lo sareste di qualcos’altro. Per questo ridiamo di voi esattamente come facevano gli indigeni quando osservavano gli europei che davano gli ordini e obbedivano1

«Le faccio notare che quella società del dominio, che le piace tanto svilire, ha portato la civilizzazione

«A dire il vero, ha portato parecchio sterminio di massa. La civilizzazione è solo la creazione di nuovi spazi di mercato da sfruttare per aumentare il profitto di chi non si accontenta di quel troppo che già possiede!» replicai a denti stretti. «Penso che la narrazione liberal-capitalista da una parte e comunista dall’altra abbiano paura. Paura della nostra libertà, della nostra determinazione, della nostra capacità di autogestione che minaccia il loro dominio. Per questo ci ostacolano, ci reprimono, ci denigrano. Zinn diceva: finché le lepri non avranno i loro storici, la storia sarà raccontata dai cacciatori2. Ma attenzione, che la storia è in continuo divenire e ciò che oggi sembra certo, domani chissà!».

Per qualche secondo mi fissarono inespressivi.

Poi Manganello ruppe il silenzio: «Adesso che c’entrano le lepri?».

 

 

NOTE

 

1 – Aneddoto raccontato da Pierre Clastres in Anarchia Selvaggia, Eleuthera Edizioni, 2017.

2 – Howard Zinn, 1922-2010, storico, saggista. Citato da Isabelle Attard in Perché sono diventata anarchica, Eleuthera Edizioni, 2021.

 

Editing a cura di Costanza Ghezzi, costanzaghezzi@gmail.com

Immagine: Renè Magritte, L’arte di vivere, 1967

 

16- L’anarchia non è utopia

N 16 

«Questo concetto di comunità proprio non mi va giù!» grugnì il pubblico ministero.

«Ci facciamo portare un Jagermeister?»

«Non ho capito!»

«Per buttare giù!» dissi con leggerezza disincantata per non ferire il suo orgoglio suprematista.

«Questa idea di comunità di cui mi ha parlato dà per scontato una fiducia nel prossimo che… perché?»

«Perché?»

«Già, perché?» mi pressò anche il maresciallo.

«Soprattutto come?»

«In che senso come?»

«Come fate ad avere tutta questa fiducia? Il prossimo è sempre lì, in agguato, pronto a saltare addosso, a rubare il posto, ad approfittare delle debolezze, ad agguantare quello che è tuo». Con un gesto della mano mi invitò ad avvicinarmi: «Le faccio vedere cosa intendo!» mi sussurrò nell’orecchio.

Dalla tasca della giacca prese un pacchetto di patatine. Lo aprì, né mangiucchiò qualcuna, lo pose sul tavolo vicino a Manganello, si volse verso la signorina Servile. Mentre confabulava con lei, il maresciallo allungò furtivamente la mano e ne afferrò una manciata.

«Maresciallo!». Il PM si girò di scatto. Gli ordinò di risputarle. E a me: «Ha visto cosa intendo? Ecco perché la sua idea di fratellanza mi sembra molto ingenua!».

«Gli esperimenti di psicologia sociale di Milgram le fanno un baffo!1» scherzai. «Sa che in una sua poesia Pasolini diceva che l’ingenuità è un’eroica vocazione a non arrendersi mai?2. Era sempre molto estremo nelle sue passioni, come tutti i grandi artisti. Ma aveva ragione. Perché l’ingenuità può essere solo quella dello sprovveduto che crede agli asini che volano perché così gli hanno detto, ma anche quella del fiducioso, che non teme di lottare per ciò in cui confida. Gli anarchici sono così, non si stancano mai di praticare l’ideale che hanno dentro, pur essendo legati alla realtà più che all’illusione… Sa cosa diceva Graeber?».

«Chi, il cantante magrolino che ce l’aveva con la politica?»

«No, quello è Gaber3, E comunque Giorgio Gaber non era solo un cantante… Parlo del filosofo David Graeber. Vada all’articolo del 1.7.23. Se legge dove ho sottolineato…».

Pottutto scorse un paio di volte: «Tutto?»

«Dia a me!». Presi il foglio: «A chi dice che gli anarchici sono dei folli ingenui, Graeber risponde con Kropotkin, per il quale ingenui sono coloro che assegnano a qualcuno il ruolo di magistrato, con poteri di vita o di morte sugli altri esseri umani, nella convinzione che rimarrà sempre giusto e imparziale. E all’ulteriore obiezione che ci saranno sempre al mondo degli stronzi egoisti che si preoccuperanno solo di se stessi, replica che non ci sono dubbi, al mondo ci saranno sempre degli stronzi egoisti, anche in una società senza Stato, ma almeno non saranno al comando di un esercito4». Restituii la pagina. «È più chiaro adesso?». Guardandoli negli occhi capii che niente lo fosse. «Dapprima dice che i veri ingenui non sono gli anarchici, ma coloro che credono nell’infallibilità delle istituzioni pubbliche, senza accorgersi che l’aurea sacrale dei suoi burocrati giustifica le più immonde nefandezze di cui si fanno artefici. Poi afferma che una società antiautoritaria è comunque sempre migliore di quella in cui viviamo, poiché in essa anche il più stronzo…»

«Dopraho, moderi il linguaggio!» s’inalberò il PM.

«Mi perdoni, dottore. L’ha detto lui!»

«Chi, Manganello?»

«Graeber!»

«Quello che canta?»

«Il filosofo!» dissi. «Che sottolinea come in una società antiautoritaria anche il più eccetera eccetera, farebbe meno danni di quanti ne potrebbe fare in quella in cui viviamo.»

«Ha detto tutto questo?».

Dalla tasca della giacca Pottutto tirò fuori una Red Bull. Riempì il bicchiere di plastica piegandolo come si fa per evitare che la birra crei la schiuma, bevve d’un fiato. Appoggiò la lattina sul tavolo. «Prenda pure!» offrì al maresciallo.

«Grazie!» esclamò questi sorpreso.

La afferrò e subito la strizzò stizzosamente. Era vuota.

 

«Premetto che me ne frego delle vostre motivazioni…» disse Pottutto.

«Giusto. L’indifferenza è la cura degli inetti!» osservai.

«Non so cosa c’entrino gli insetti, ma volevo dire che, secondo me, l’anarchia è un’utopia!» esclamò col tono del PM che inchioda l’interrogato innanzi a una prova schiacciante.

«Lo dicono in tanti!» glissai. «A questa critica potrei rispondere in un’infinità di modi diversi» dissi. «Potrei citare uno dei miei autori preferiti, Gaston Piger, per il quale l’anarchia è utopia se messa in mano a donne e uomini con la testa infarcita dalla logica del dominio e della competizione e che, aggiunge, preferiscono la sicurezza delle catene e la deresponsabilizzazione della dipendenza5. Potrei rispondere con Amedeo Bertolo, per il quale l’anarchismo esprime la speranza e la volontà di una trasformazione sociale talmente radicale, talmente in contraddizione con l’ordine esistente, da rendere possibile una fortissima tensione utopica6. Potrei citare Pippo Guerrieri per cui tutta la storia è un tentativo di realizzare un’utopia7, oppure Tolstoj per il quale non possiamo conoscere i particolari del nuovo ordine di vita, dobbiamo crearli noi stessi perché la vita consiste nella ricerca dell’ignoto, nell’opera di armonizzazione delle nostre azioni con la nuova verità8. Mi soffermo su Emile Armand, per il quale l’anarchia è uno straordinario slancio ideale antagonista alla staticità reazionaria. Egli, infatti, dice: la lotta non cesserà mai. E mai, fortunatamente, il regno dell’uniformità si estenderà sulla terra, stagnante, monotono e mortifero. Vi saranno sempre dei protestatari, dei ribelli, dei refrattari, degli isolati. Vi saranno sempre dei marginali, dei fuori legge, dei recalcitranti, dei critici, dei ragionatori, dei negatori. Vi saranno sempre degli esseri che ameranno e odieranno vigorosamente. Vi saranno sempre dei passionali, dei non conformisti, dei perturbatori. Vi saranno sempre degli a-morali, degli a-legali, degli a-sociali. Vi saranno sempre gli antiautoritari9». Sollevai lo sguardo. «Bello, eh?»

«Mi si raggriccia la pelle!» mi canzonò il pubblico ministero. «Ma allora come la mette con la morte delle utopie?».

Confessai che non mi aspettavo una domanda così arguta: «Se per utopie si intendono quei sistemi che regolamentano ogni aspetto della vita quotidiana, l’episteme in generale, come direbbero i cattedrati, credo che non esistano più. La tecnologia ha cancellato l’immaginazione e senza immaginazione… Lei guarda la televisione?»

«Certo che la guardo. Come tutti, suppongo.»

«Lei la guarda?» chiesi a Manganello.

«Sto fisso su Fox Crimes!». E col suo solito sorriso edentulo: «C’è sempre da imparare!»

«Perché, lei non guarda la TI-VI?»

«Mi annoia» dissi.

«Tipico di voi intellettualoidi!»

«Trovo molto più divertente fantasticare.»

«Intellettuale e sognatore… la razza peggiore!»

 

 

NOTE

1 – Esperimento di Stanley Milgram realizzato nel 1961 per dimostrare la subordinazione dei soggetti innanzi all’autorità.

2 – Pierpaolo Pasolini, Il sogno della ragione, poesia contenuta nella raccolta Poesia in forma di rosa, 1964.

3 – Giorgio Gaber, cantautore, musicista, cabarettista, semplicemente un artista, 1939-2003.

4 – David Graeber, Dialoghi sull’anarchia, Eleuthera edizioni, 2019.

5 – Gaston Piger, Signorina anarchia, Ortica Editrice, 2021.

6 – Amedeo Bertolo, Anarchici e orgogliosi di esserlo, Eleuthera ed., 2017.

7 – Pippo Guerrieri, L’anarchia spiegata a mia figlia, BFS Edizioni, 2010.

8 – Tolstoj citato da Woodcock in L’Anarchia, 1966.

9 – Emile Armand, Vivere l’anarchia, Cassa Anti Repressione edizioni, 1983.

 

editing a cura di Costanza Ghezzi, costanzaghezzi@gmail.com

in foto Blue King di Moustaki

14 – Cos’è il bene comune

Il pubblico ministero aggrottò le sopracciglia. Sguardo indagatore e denti che mordicchiavano il labbro. «Qualcosa non mi torna. Finora ha parlato di individualità. E l’individuo fa questo, e l’individuo fa quello, e l’individuo su e l’individuo giù. Ora parla di umanità. Mi sembra una contraddizione!»

«Una contraddizione?» chiesi.

«Manganello, lei non ci vede una contraddizione?»

«Dotto’». Il maresciallo si compresse. «Io so solo che devo andare in bagno!»

Lo seguimmo trotterellare verso la porta.

«Collega, devo passare!» si rivolse alla Sfinge davanti ad essa, che sembrava non avere alcuna intenzione di scansarsi. Gli batté la mano sulla spalla, gli pizzicò la guancia, gli tintinnò il pacco, gli puntò la pistola in un occhio. Niente.

«Bravo figliuolo, fossero tutti ligi come te!». Gli schiaffeggiò bonariamente la faccia. «Però adesso fammi il piacere…!»

«Maresciallo?». Pottutto lo richiamò.

«Sì, dottore?… Là, dottore?». Indicò la porticina che stava fra la segretaria e la parete. «Ma è alla turca!» eccepì. «Mi arrangio!». Si chiuse dentro. La riaprì. «Spiace se la tengo aperta? Manca la luce!»

«Torniamo a noi» bramì il PM. «Mi stava dicendo?»

«Mi ha chiesto perché sono passato dall’individuo all’umanità. La risposta è molto semplice: l’anarchico tiene alla libertà più di ogni altra cosa, dice Gaston Piger1. Ma è cosciente che se fosse finalizzata al sé, la vita sarebbe un vagare senza approdo. L’individuo, infatti, prova un senso di compiutezza solo quando si percepisce come parte di un tutto. Questo tutto è l’umanità, cioè la vita, che scorre e diviene insieme alle cose del mondo. In altre parole, egli coglie la propria essenza quando non agisce spinto dall’egoismo, ma dal desiderio di realizzare il bene comune. E il bene comune è l’interesse condiviso. Innanzi tutto condivisione dell’antiautoritarismo, principio supremo che accumuna i ribelli e salda il pluralismo fra comunità. Ma anche lo scopo che unisce i membri di una comunità, non necessariamente affine a quello di un’altra, benché accumunati dalla lotta contro ogni forma di dominio. Questa è la nostra idea di giustizia. Una concezione che, senza remore, si impregna di ottimismo antropologico, per cui l’uomo è cooperativo e capace di controllare la propria aggressività, come direbbe Alfie Kohn, e non aspetta altro che godere della propria essenza».

Sbatté la porta del bagno e il maresciallo trotterellò nella stanza: «Mi sono perso qualcosa?»

«Stavo per citare Bakunin».

Tornò dentro e chiuse a chiave. Qualche secondo e riaprì.

 «Scherzavo!» disse divertito.

«Dice il filosofo: “Noi crediamo nei diritti degli uomini, nella dignità e nella necessaria emancipazione della specie umana. Noi crediamo nella libertà e nella fraternità umana fondata sulla giustizia. In una parola, crediamo nel trionfo dell’umanità sulla terra”.»

«Che sarebbe?»

«Che sarebbe?» ripetei. «Cosa vuol dire essere uomini secondo voi?».

Pottutto liberò un’espressione tipo Franco Califano di fronte a una bella donna. «Glielo devo proprio dire?»

«E lei?» chiesi a Manganello.

«Ho sei figli… Non c’è bisogno di molte spiegazioni!»

«Bella visione maschio-centrica!» mi complimentai con entrambi. «L’uomo è un corpo». Mi sfiorai il braccio. «Dentro il corpo cosa c’è?»

«Ci sono gli organi» rispose Pottutto.

«Sicuramente. Oltre quelli?»

«Le vene?» ci provò Manganello.

«Siamo fatti di intelletto, istinto, sentimenti. In una parola: volontà. Siamo gli unici esseri viventi a possederlo?».

Entrambi finsero di non aver capito.

«Probabilmente no. Di sicuro però siamo la specie più evoluta, nel senso che può sfruttare la consapevolezza di sé per progredire. E come si progredisce?»

«Che lo chiede a noi?»

«È una domanda retorica» dissi. «Premendo un bottone dalla mattina alla sera e vegetando stremati il resto del tempo davanti a uno schermo per dimenticare, chi si è? Indebitandosi fino alla tomba per quattro mura? Bramando quell’ammorbidente di cui il comico sembra non possa fare a meno? Non scherziamo! La vita dell’uomo moderno, che lavora e consuma è una merda!»

«In effetti!». Pottutto sospirò. «Anch’io odio fare shopping la domenica con mia moglie!»

«In questo mondo in cui siamo meri ingranaggi, che fine fanno la ragione, l’istinto, il sentimento? Kaput! Arrivederci! Au revoir! Auf wiedersehen! Bye bye! Siamo stati educati a concepire la vita in funzione del lavoro, il lavoro in funzione del consumo, il consumo in funzione dell’esistenza. Ecco perché siamo infelici!»

«Non vedo molte alternative!»

«Le alternative sono due: o il meglio ubriachi che rotelle dell’ingranaggio2, o una rivoluzione culturale e pratica che ci restituisca la nostra umanità in armonia con l’equilibrio naturale delle cose, spogliandoci del superfluo, sottraendoci alla manipolazione dell’artificio. Basta poco per essere felici: relazioni umane faccia a faccia e un rapporto diretto con la natura. Tutto il resto è deturpazione del nostro essere, alterazione delle nostre attitudini, negazione della spontaneità. Quindi ansia, preoccupazione, infelicità.»

«Dove vuole arrivare, Dopraho?»

«Dove sono arrivato» dissi. «L’anarchia mira a costruire una società in cui le relazioni siano in armonia fra loro e si sviluppino in un ambiente che le aiuti a evolversi.»  

«Tutto qui?»

«Se le sembra poco!» dissi. «Sul primo punto tornerò. Sul secondo, invece, mi preme sottolineare che il rispetto dell’ambiente, cioè la sensibilità ai problemi ecologici, diversamente da quello che tanti credono, non è un fenomeno recente. Rousseau, Thoreau, Kropotkin e tanti altri ne parlavano secoli fa. Sul presupposto che l’individuo è parte di un tutto, molti di quei filosofi si opponevano alla tecnologia, all’industrializzazione, a tutti gli antropocentrismi che la mettono a rischio. Negli ultimi anni al dramma provocato dal progresso scientifico-tecnologico, l’anarco-ecologismo ha reagito realizzando molteplici azioni dimostrative contro il sistema, sempre più arrogante, aggressivo e distruttivo…»

«Più parla, più mi sembra Savonarola!3». Pottutto mi interruppe.

«Non farete bruciare sul rogo anche me?»

«Noi siamo civili. L’aspetta una bella cella d’isolamento per il resto dei giorni!»

«La ringrazio!»

«Non c’è di che!»

«Posso?» chiesi se potevo chiudere il concetto: «John Zerzan, ad esempio, partendo dalla critica alla civilizzazione, al consumismo e alla sofisticazione tecnologica, propone una provocatoria teoria primitivista in cui auspica il ritorno a una società di raccoglitori-cacciatori dove le relazioni umane siano improntate sul faccia a faccia, dove non ci sia divisione del lavoro, dove si creino spazi vitali radicalmente decentrati e non la realtà globalizzante e standardizzante della società di massa, in cui tutta la sfolgorante tecnologia si fonda sulla schiavitù di milioni di persone e sull’eccidio sistematico della terra4… Come soluzione è forse un po’ ardita: probabilmente le persone non sono ancora disposte a rinunciare alla comodità della vita moderna. Ma è solo questione di tempo perché capiscano che non ne posseggono più una!»

«Una società di raccoglitori-cacciatori?». Pottutto si ravvivò. «Raccogliere bacche e cacciare animali tutto il giorno? Non credo faccia per me. Con questo mal di schiena!».

NOTE

1 – Gaston Piger, Signorina anarchia, Ortica edizioni,2021.

2 – Così Aiello parlando del poeta Tao Yuanming che faceva uso di alcol “per lasciarsi alle spalle le costrizioni di una vita serrata negli obblighi del meccanismo sociale”. In Giuseppe Aiello, Taoismo e anarchia, La Fiaccola edizioni, 2017.

3 – Girolamo Savonarola, 1452-1498, fu un predicatore popolare che venne scomunicato e bruciato sul rogo come eretico.

4 – John Zerzan, Enrico Manicardi, Nostra nemica civiltà, Mimesis editore, 2018.

 

Editing a cura di Costanza Ghezzi. WWW.costanzaghezzi.com

dipinto: Pieter Claesz, Natura morta con prosciutto, 1870

 

9- Morale e etica

«Ma c’è di più!» li presi in contropiede.

«Ci vuole dire dove tenete le armi?». Pottutto si eccitò.

«Le nostre armi sono le parole!» scherzai.

Dalla tasca interna della giacca, la stessa da cui prima aveva tirato fuori il castagnaccio, prese una clessidra. «Le do due minuti!». La sabbia cominciò a cadere. «Uno e cinquanta, uno e quarantanove, uno e quarantotto…».

Presi fiato. «L’anarchia è una scelta etica» sentenziai. «Conoscete la differenza fra etica e morale?» chiesi.

«La morale è andare a messa!». Il pubblico ministero improvvisò.

«Commettere un reato è immorale!» aggiunse il maresciallo per non essere da meno.

«La differenza è molto semplice: la morale è quel complesso di valori, ideali, tradizioni culturali e religiose che una società si dà per soddisfare il bisogno di sopravvivenza. E la società cos’è? È quella somma di persone riunite da un potere sovrano a cui viene detto che solo realizzando il suo interesse potranno conseguire il proprio. Quindi la morale è data dai valori, ideali, eccetera eccetera, che tale Potere crea e impone per legittimarsi e perpetuarsi. In altri termini, la morale è uno strumento di controllo: devi fare quello, non devi fare quello!».

 Conclusi: «E se per i primitivi queste prescrizioni si saldavano nelle consuetudini, in epoca medioevale negli imperativi religiosi, oggi che Dio è morto…»

«Come è morto?». Manganello sobbalzò sorpreso.

«È un po’ che è morto!» replicò saccente il pubblico ministero.

«Lo sanno tutti che la civilizzazione gli ha dato il colpo di grazia!» dissi.

«Ma dai!»

«La tecnologia ha ucciso l’immaginazione e senza immaginazione…». Non c’era bisogno che terminassi la frase. «Morto Dio, il suo posto è stato preso dallo Stato prima, dal capitalismo scientifico poi. Non cambia granché: una volta l’autorità stava lassù, oggi sta qua giù, in mezzo a noi. E non c’è autorità che non esprima la sua morale». Mi presi una pausa. «Ma, oltre a consentirle la conservazione, perché l’autorità ha bisogno della morale?»

«Per essere più giusta?»

«Wow, il nostro Manganello!» giubilai. «Soprattutto perché senza morale non ci sarebbero gli ingiusti, e senza ingiusti, il Potere non potrebbe proclamarsi giusto!». Schiarii la voce. «Non è detto, però, che un comportamento moralmente corretto sia anche oggettivamente corretto. Faccio un esempio: mio padre, oltre a essere un bevitore numero uno, aveva il vezzo di dimostrarci il suo amore con delle sane labbrate. Un giorno vidi mio fratello che frugava nel suo armadio. Colto in flagrante, confessò che stava cercando qualche spicciolino per uscire con gli amici. L’avessi riferito al babbo, cioè avessi raccontato la verità, avrei tenuto un comportamento moralmente corretto, ma mio fratello avrebbe preso una tale vagonata di botte che non lo avrei più riconosciuto. Non avessi detto la verità, sarei stato complice, cioè avrei tenuto una condotta moralmente improba, e il vecchio avrebbe cambiato i connotati anche a me.»

«Scommetto che non ha detto niente!». Pottutto sogghignò.

«I soldi li ho presi io senza dire nulla. Così mio padre non è impazzito e mio fratello non ha rischiato la vita… e sono andato al cinema con la mia ragazza!».

Il pubblico ministero mi fissò interdetto. Poi: «Mi spiace, ma la clessidra…». La indicò per mostrare che la sabbia era scesa completamente.

«C’è l’extra-time» dissi. «Mi avete interrotto più volte!».

Alzarono le mani.

++++

«L’etica, dal greco ethos, cioè carattere, comportamento, ha un significato più ampio. Di fronte a una determinata situazione, a una condotta da tenere, una scelta da fare, l’individuo si interroga su cosa è giusto e cosa è sbagliato. Attiva quindi un ragionamento che tenga conto degli aspetti personali, sociali, ambientali, altro, che lo portano a una soluzione che contempli la sua personale idea di giustizia». Li vidi dubbiosi. «Faccio un esempio. Se mi trovo in un bosco, posso buttare la sigaretta accesa fra le sterpaglie rischiando un incendio, oppure posso spengerla con le dita e metterla in tasca. Decido per questa seconda alternativa in quanto valuto che, se provocassi un incendio, non solo violerei la legge, cosa di cui mi fregherebbe il giusto, ma ucciderei gli alberi, gli animali, la natura circostante, cosa di cui non mi darei pace. Attraverso un giudizio razionale-emotivo, quindi, scelgo un comportamento che realizza il mio senso di giustizia, ovvero proteggere madre natura. Questa è l’etica.»

«No, questa è la morale!» replicò Pottutto piccato.

«No, è etica!» ribattei.

«È morale!» insistette.

«Etica!». E siccome le vene cominciavano a gonfiarsi: «Prego!» Gli passai la pallina di pongo. «Se non si arrabbia, glielo spiego in un altro modo!» dissi conciliante.

«Già, lo spieghi anche a me, perché non ho mica capito tanto bene!» sibilò il maresciallo.

«Lo spiego a entrambi, contenti?». Mi voltai verso le segretaria gobboni sul computer. «Lo spiego anche a lei, signorina?».

Fece no col ditino.

«Ho detto che il Potere impone alla società la sua morale per non estinguersi. Ma chi o cos’è questo Potere?» chiesi a bruciapelo. «Ve lo dico io!» li soccorsi. «È il potere economico: chi ha i soldi. In una società autoritaria, sempre loro comandano!» dissi con la faccia dell’ovvietà. «Quindi la morale è quell’insieme di linea guida a cui le persone devono conformarsi per soddisfare il potere economico che si ramifica nelle molteplici strutture di dominio. Fin qui ci siamo?».

Proseguii: «Con l’etica la situazione si ribalta: è l’individuo che giudica, dubita, valuta, sceglie. Non è più un soggetto passivo, ma diventa attore, interprete e giudice della contingenza. Stabilisce cosa è giusto e cosa è sbagliato. E lo fa attraverso un processo razionale ed emotivo, sottolineo emotivo perché non esiste ragione senza sentimento, che tenga conto del carattere, delle esperienze, delle conoscenze, degli affetti, di tutto ciò che forma la sua personalità in divenire.»

«Mi sa di già sentito!» eccepì il pubblico ministero convinto.

«Probabile in quarta liceo!» chiarii. «Il concetto ha radici, infatti, nell’illuminismo.»

«Ecco, nell’illuminismo… Ce l’avevo sulla punta della lingua!». Il PM gongolò. «Grozio?».

Non mi sembrò il caso di spiegare che Grozio era un giusnaturalista. Mi limitai a un Kant detto sottovoce per non mortificarlo. «L’anarchia, infatti, coglie, e in alcuni casi estremizza, i principi illuministici. A proposito…»

«Mi perdoni». Il magistrato indicò ancora la clessidra: «Ormai abbiamo superato l’extra-time, i supplementari e i calci di rigore!»

«Chiudo velocemente!» lo rassicurai. «Nel 1781…»

«Allora mi prende in giro? Dice di fare veloce e va indietro di tre secoli?»

«Mi faccia finire, vedrà che… Nel 1781 Kant scriveva quel Vangelo contemporaneo che è la Critica della ragion pura. Per farla breve, egli distingueva fra il fenomeno e il noumeno. Il fenomeno è la conoscenza empirica data dall’esperienza. Il noumeno è la conoscenza della cosa in sé, che può avvenire soltanto attraverso la ragione pura, cioè un giudizio emancipato da ogni determinazione morale, normativa, eccetera. Un processo razionale che sfocia nell’idea. Etico, quindi. In maniera simile ragiona l’anarchico, che può considerarsi l’ultimo degli illuministi, quando critica l’ordine esistente per tendere alla propria idea assoluta di giustizia suprema. Egli rifiuta la legge e la morale per creare un proprio codice che tenga conto della sua personalità, dei suoi interessi, delle sue aspirazioni. Si affranca così dai condizionamenti esterni per porre in essere scelte autonome. Come diceva Ghandi, infatti, l’etica sta nel scegliere la propria strada e percorrerla senza paura. Ed è proprio in virtù di quell’ideale supremo, di quel giudizio di valore che guida ogni decisione personale che Malatesta attribuisce al sentimento di amore che nasce dal soffrire quando gli altri soffrono, il fondamento dell’essere anarchico. Perché cosa è più etico di voler eliminare ogni sorta di ingiustizia?»

«Non ho capito una cosa». Pottutto borbottò guardando Manganello, che gli rispose con un’espressione da: «Solo una?». Giochicchiò con il tappino della penna. «Lei parla di giustizia, di bene e male, ma non ho capito a cosa si riferisce. E soprattutto, è un’ora che siamo qui e ancora non mi ha fatto un nome! Per me, ad esempio, a questo punto potrebbe essere giusto applicarle due elettrodi… Dove va, Manganello?»

«A prendere il generatore coi cavi elettrici!» bofonchiò il maresciallo. «Non ha appena detto che…?»

«Si metta a sedere!».

Ringraziai il pubblico ministero per la clemenza e gli feci presente che non sarebbero bastati due giorni per riassumere tremila anni di storia di filosofia etica.

«Allora mi dica quale è la vostra idea di giustizia e tagliamo la testa al toro!».

 

Dipinto: Minjun Yue, Free and leisure, 2003

Editing a cura di Costanza Ghezzi, www.costanzaghezzi.com, costanzaghezzi@gmail.com

 

DUE PAROLE VELOCI SU “UNDERGROUND ANARCHICO”

Underground Anarchico è un blog a puntate in cui parlo di anarchia. Lo faccio immaginando di trovarmi nella stanza degli interrogatori davanti ai simpatici pubblico ministero dottor Pottutto e al fido scudiero il maresciallo Manganello. Ovviamente si tratta di fantasia: nella realtà lo sarebbero molto meno.

I capitoli sono brevi e ciascuno di essi tratta un argomento. Verranno pubblicati ogni primo del mese.

Ho scelto il dialogo sia per dare risalto alla spontaneità della narrazione piuttosto che alla sistematicità del ragionamento, sia perché l’anarchia è un “sentimento” che non ha bisogno di sistemi per essere compreso. Che poi compreso da chi? Gli anarchici sanno cosa sono. Sono gli altri, i farisei e i sempliciotti, che ne parlano senza cognizione. Posso dire, quindi, che il blog sia rivolto prevalentemente a loro. Per questo ho cercato di essere il più semplice, a tratti banale, possibile.

Il linguaggio è immediato e diretto. Ho voluto spogliare il testo da ogni orpello e artificio narrativo per dare risalto allo scambio di battute, fondamentale per fare emergere la personalità dei personaggi ed esaltare, seppur in maniera sintetica, i concetti e la passione anarchica.

Numerose sono le citazioni. Anche se non le amo particolarmente, su questo la penso come Shopenhauer, lo scopo degli articoli è divulgativo, quindi non potevo non dare voce ai padri dell’anarchia che l’hanno spiegata in maniera molto più efficace di quanto sarei in grado di fare personalmente.

Invito chiunque a contribuire. Accetto pareri, consigli, anche collaborazioni. Chi volesse può scrivere alla mail: raimondomariadopraho@gmail.com

Dedico Underground Anarchico alle vittime di Stato, per le quali non ci sarà mai giustizia.

Adesso vi saluto perché non ho da dire altro.

Anzi no, quasi dimenticavo: come non ringraziare la mia editor Costanza Ghezzi? Perché vogliamo parlare dell’ideatore e consulente editoriale del blog Raimondo Preti?