DUE PAROLE VELOCI SU “UNDERGROUND ANARCHICO”

Underground Anarchico è un blog a puntate in cui parlo di anarchia. Lo faccio immaginando di trovarmi nella stanza degli interrogatori davanti ai simpatici pubblico ministero dottor Pottutto e al fido scudiero il maresciallo Manganello. Ovviamente si tratta di fantasia: nella realtà lo sarebbero molto meno.

I capitoli sono brevi e ciascuno di essi tratta un argomento. Verranno pubblicati ogni primo del mese.

Ho scelto il dialogo sia per dare risalto alla spontaneità della narrazione piuttosto che alla sistematicità del ragionamento, sia perché l’anarchia è un “sentimento” che non ha bisogno di sistemi per essere compreso. Che poi compreso da chi? Gli anarchici sanno cosa sono. Sono gli altri, i farisei e i sempliciotti, che ne parlano senza cognizione. Posso dire, quindi, che il blog sia rivolto prevalentemente a loro. Per questo ho cercato di essere il più semplice, a tratti banale, possibile.

Il linguaggio è immediato e diretto. Ho voluto spogliare il testo da ogni orpello e artificio narrativo per dare risalto allo scambio di battute, fondamentale per fare emergere la personalità dei personaggi ed esaltare, seppur in maniera sintetica, i concetti e la passione anarchica.

Numerose sono le citazioni. Anche se non le amo particolarmente, su questo la penso come Shopenhauer, lo scopo degli articoli è divulgativo, quindi non potevo non dare voce ai padri dell’anarchia che l’hanno spiegata in maniera molto più efficace di quanto sarei in grado di fare personalmente.

Invito chiunque a contribuire. Accetto pareri, consigli, anche collaborazioni. Chi volesse può scrivere alla mail: raimondomariadopraho@gmail.com

Dedico Underground Anarchico alle vittime di Stato, per le quali non ci sarà mai giustizia.

Adesso vi saluto perché non ho da dire altro.

Anzi no, quasi dimenticavo: come non ringraziare la mia editor Costanza Ghezzi? Perché vogliamo parlare dell’ideatore e consulente editoriale del blog Raimondo Preti?

6- L’anarchia non è comunismo

«Un’altra caratteristica essenziale dell’anarchia è che essa non è una filosofia sistematica ma pratica. Forse l’unica che può definirsi tale. Non fluttua nell’astrazione, ma scava nel fango e nella poltiglia, nella melma in cui l’essere si trova quotidianamente intrappolato. Paul Goodman diceva che “la relatività del principio anarchico rispetto alla situazione esistente ne rappresenta una parte essenziale”. Mi fermai per indicare il punto esatto della pagina. «Posso leggere?»

«Perché?»

«Goodman sostiene che “non può esserci una storia dell’anarchismo che definisca anarchico uno stato di cose divenuto permanente. È un continuo misurarsi con una nuova situazione, una vigilanza continua per garantire che le libertà passate non vadano perdute, che non si trasformino nel loro opposto, proprio come la libera impresa si è tradotta nella schiavitù del salario e del capitalismo monopolistico; l’autonomia del potere giudiziario nel monopolio dei tribunali, dei poliziotti e degli avvocati; e l’autonomia didattica negli apparati scolastici”1».

 Sollevai lo sguardo: il pubblico ministero conversava col soffitto, Manganello si puliva le unghie con la cannuccia dell’Estathé.

«L’anarchia è quindi pensiero e azione. Pensiero che aspira alla libertà e all’eguaglianza, azione finalizzata a realizzarla. Per questo fa così paura!»

«Più che paura, direi, rompe i coglioni!» rilevò Pottutto.

«Sicuramente» sorrisi. «Ma solo a chi sta al potere!»

«Parla come i comunisti!». Manganello si illuminò.

Mi aspettavo quell’obiezione: «Il comunismo non c’incastra niente!». Sollevai teatralmente le mani in un gesto di rifiuto. «A eccezione di alcuni pensatori libertari come ad esempio Landauer, che sostiene che “l’anarchia è il fine il socialismo è il mezzo”, vale per tutti l’affermazione di Bakunin: “il così detto stato popolare è nient’altro che il governo dispotico della massa da parte di un’aristocrazia nuova e molto ristretta”». Con tono elastico aggiunsi: «Bakunin è un altro dei padri dell’anarchia. Un vero rivoluzionario. Conoscete?»

«Non mi sovviene! A lei Manganello?»

«Non mi dice nulla. Signorina Servile» si rivolse alla segretaria, «mi può dare un’occhiata alla banca dati per vedere in quale carcere è detenuto?»

«È morto in Svizzera» precisai.

«Vedi i colleghi elvetici!» esclamò il maresciallo con un pizzico d’invidia.

«Nel 1876. Per morte naturale!» lo delusi. «L’anarchia, come il liberismo e il comunismo, nasce fra il XVIII e il XIX secolo in reazione al machiavellico separatismo fra etica e politica. Presente la frase “il fine giustifica i mezzi”? A un certo punto ci si rese conto che autorizzare il potere a fare quello che vuole non è il massimo, così i liberali provarono a tirare le fila con la teoria contrattualistica. Poi vennero i comunisti col loro materialismo storico. Distante dagli uni e dagli altri, c’è l’anarchia. Posso?» chiesi il permesso di prendere la pila di fogli su cui erano stampate le pagine del mio blog.

«Assolutamente no!». Pottutto batté sopra la mano.

La sua rudezza non mi impressionò: «Allora vada all’articolo in cui parlo di Godwin». Attesi che raggiungesse la pagina. «Come vede, cito più volte la sua Giustizia politica del 1793. Legge lei o leggo io?». Lessi io: «”Chi possiede l’autorità di fare le leggi?”». Guardai la platea per essere sicuro mi seguisse. «”Quali sono le caratteristiche di quell’uomo o di quel gruppo cui spetta la tremenda facoltà di prescrivere agli altri membri della comunità ciò che essi devono fare o devono evitare? La risposta a questa domanda è estremamente semplice. La legislazione, come generalmente la si intende, non è un affare di competenza umana. Il vero legislatore è l’immutabile ragione, ai cui decreti ci dobbiamo ricondurre. Le funzioni della società si estendono non già alla creazione, ma all’interpretazione della legge; essa non può decretare, può solo dichiarare ciò che la natura delle cose ha già stabilito, la cui priorità scaturisce irresistibilmente dalle circostanze”2»

Gli restituii il foglio.

«Qui nasce l’anarchia moderna!» decretai. «Da queste premesse, Godwin sviluppa e amplifica il concetto illuminista di ragione. Essa diventa il mezzo mediante il quale l’individuo persegue il bene comune in ogni settore della vita: l’educazione, la politica, l’economia, la società. Come per Kant, l’uomo è il solo padrone di se stesso e deve esercitare la propria sovranità fuori dai condizionamenti empirici della morale e delle leggi. E lo fa attraverso un processo razionale che porta alla verità, alla giustizia, al bene comune. Quindi etico. Meraviglioso, non vi pare?»

«Splendido!» esclamò Pottutto con l’occhietto pio.

«Può ripetere, per favore? Mi sono perso quando si è domandato chi può fare le leggi!» Manganello senza ritegno.

Rilessi tre volte, e una il pubblico ministero. Alla quinta, il PM propose di spiegarglielo con un disegno.

Con pazienza sintetizzai: «L’illuminista Godwin è considerato l’iniziatore dell’anarchia moderna perché per primo nega qualunque forma di dominio. È grazie a lui che, anni dopo, Proudhon affermerà: “il governo dell’uomo da parte dell’uomo è la schiavitù”. Per gli anarchici, infatti, niente e nessuno può comandare l’individuo poiché non esiste un’autorità che gli è superiore. Detto questo, non c’è bisogno che specifichi qual è la nostra posizione sui totalitarismi, seppur popolari!»

«Si riferisce ai comunisti…?» chiese Pottutto.

«E i socialisti?» domandò Manganello.

«Che c’entrano i socialisti, Manganello!». Il PM lo rimbrottò. «Lo sanno tutti che sono stati fatti fuori dai comunisti perché erano invidiosi dei democristiani!»

«Ma dai?»

«Tangentopoli!».

Manganello avvampò: «I comunisti sono democristiani? O i democristiani sono socialisti? Non ci sto capendo più niente».

Proseguii: «Esistono un’infinità di motivi che portano gli anarchici a diffidare di qualunque sistema che trasferisce il dominio da un tipo di Stato all’altro mantenendo il principio di autorità e il conseguente sfruttamento degli uomini.»

«Me ne dica tre perché dobbiamo passare ad altro.»

«Ma sono molti di più!»

«Allora non li voglio sapere!». Pottutto ghignò beffardo. «Prego!»

«Grazie!»

«Non c’è di che!»

«Come ho detto prima citando Bakunin, il comunismo sfocia inevitabilmente nel dispotismo. Elisee Reclus parlando ai “troppo spesso fratelli nemici” usava una massima che amo tantissimo, e cioè che “l’uomo che va in carrozza non sarà mai amico dell’uomo che va a piedi”, per invitarli a diffidare dai loro capi in quanto “la loro morale in stretta connessione col loro interesse si altera e, pur credendosi sempre fedeli alla causa dei loro rappresentati le divengono per forza di cose infedeli”. A quel punto, “divenuti detentori del potere, dovranno servirsi degli strumenti del potere: esercito, preti, magistrati, carabinieri, poliziotti e spie”3. Anche Reclus, come Bakunin, aveva intuito la deriva autoritaria del comunismo». Mi fermai un attimo. «Il secondo motivo che mi viene in mente è che socialismo, comunismo, liberismo e altre soluzioni stato-centriche sono distanti anni luce dalla cultura anarchica. Noi vogliamo realizzare la massima sovranità individuale, per cui è inconcepibile una sovranità superiore, sia essa pagana o religiosa, che la neghi». Con la mano indicai il numero tre. «La terza motivazione è forse più intuitiva, ma non meno importante: socialismo e comunismo negano la libertà; al contrario, il liberismo sacrifica l’eguaglianza in suo nome. Per noi anarchici, invece, non c’è libertà senza eguaglianza e non c’è eguaglianza senza libertà. La dimensione etica anarchica fa leva proprio sul presupposto che la vera libertà individuale si realizza garantendo l’eguaglianza del prossimo e che l’eguaglianza del prossimo ha bisogno della completa realizzazione di ogni singola libertà. Per l’anarchia si è liberi quando si è uguali e si è uguali quando si è liberi: “né opprimere, né essere oppressi”, direbbe Emile Armand: né servi né padroni!».

Il pubblico ministero portò la penna fra i denti e mi fissò dubbioso.

Il maresciallo lo imitò. Ma anziché tra i denti la punta del lapis finì in una narice. «Ahia!» starnazzò.

«Ha finito?» chiese il pubblico ministero. Poi si massaggiò la pancia. «Mi consente una chiamata?» 

«Prego!» dissi.

«Sono Pottutto, con chi parlo? Assistente Randello può cortesemente procurarmi una lavagna? Non una lavanda, ho detto una lavagna!… Non ho detto bevanda, ho detto lavagna, come quella che sta in classe! … Come non è mai andato a scuola?». Guardò Manganello: «Da quando assumete gli analfabeti?».

Gli occhietti del commissario articolarono un prolungato nistagmo: «il sovraintendente Coltello ci teneva tanto che suo genero lavorasse con noi!»

«Dei cartoncini bristol? Non avete neanche quelli?». Tappò la cornetta e si rivolse a Manganello: «Capisco l’ignoranza e chiudo un occhio per la raccomandazione, ma che sappiano almeno mettere due neuroni insieme, cribbio!». Gli fumavano le orecchie. «Già che ci sono, Randello, volevo anche chiederle… Mi ha riattaccato!». Per qualche secondo si guardò intorno con aria da naufrago che si è appena svegliato sulla spiaggia di un’isola deserta. Ricompose il numero: «Randello, è sempre lei? Ispettore Puntello buongiorno, sono il pubblico ministero Pottutto. Sto chiamando dalla stanza degli interrogatori. Posso chiedere a lei?». Pausa. «La schiacciata coi ciccioli a questo punto sarà carbonizzata!». Si morse il labbro. «So che non è un cameriere!». Pausa. «So che sta lavorando!». Pausa. «So che… ehi, abbassi la voce. Sa chi sono io?». La faccia divenne color mammola e riemerse la famigerata arterite alla tempia. «Mi ha riattaccato!» bisbigliò nel vuoto.

Per distrarlo ripresi il discorso: «A proposito di distinzione fra libertà ed eguaglianza, sa che Simmel diceva che non esisteva prima del XIX secolo? Prenda Kant, ad esempio. Per Kant l’individuo è concepito non nella sua peculiarità, ma come parte di un’universalità che chiama “umanità”. Lo stesso imperativo categorico “agisci come se la massima della tua azione sia massima di legislazione universale”, considera ogni pensiero e azione individuale come elementi di un tutto, l’umanità appunto. È nel XIX secolo che l’individualità prende forma. Nascono il socialismo e il liberalismo. Pensi solo a come il romanticismo esaltava le emozioni individuali!4». Diversamente dalle mie aspettative, però, continuava a guardarsi intorno irritato.

Intuito che il problema fosse dovuto alla lunga attesa per la schiacciata coi ciccioli: «vuole che solleciti io?». Indicai il telefono.

Disse che preferiva lasciar perdere. Infilò una mano nella tasca della giacca ed estrasse un contenitore di plastica con dentro un triangolo di castagnaccio. «L’ha fatto la mia mammina!» gemette.

E così, tra un morso e un altro, gli raccontai del voltagabbana comunista nella guerra civile spagnola: «Sa che probabilmente sono stati i sicari stalinisti a uccidere il leader anarchico Buenaventura Durruti?… La stessa fine che i marxisti hanno fatto fare a Nestor Machno e agli anarchici durante la guerra civile russa. Finché gli facciamo comodo…!»

«Non ci pensi!». Pottutto mi consolò.

«Però spiace. Perché se i comunisti fossero stati meno stronzi, adesso, invece di essere qui, avrei potuto battere la punizione che avrebbe salvato la mia squadra dalla retrocessione!».

Note

1 Riflessioni sul principio anarchico in Individuo e comunità, 1995

2 William Godwin, Giustizia politica, 1793.

3 Elisee Reclus, L’Anarchia, 1894.

4 George Simmel, Forme dell’individualismo, 2001.

 

Dipinto: Boris Kustodiev, Il Bolscevico, 1920.

editing a cura di Costanza Ghezzi, www.costanzaghezzi.com, costanzaghezzi@gmail.com