L’ANARCHICO NELLA SOCIETA’ DEL DOMINIO

L’anarchia è un’attitudine, un sentimento che nasce nel momento in cui, di fronte alla sopraffazione, l’individuo decide di rimuovere la causa dell’abuso e ristabilire l’ordine armonico naturale. Alla prima fase emozionale di disprezzo e rabbia segue quella razionale di negazione ed emancipazione dalle restrizioni sociali e mentali. Cancellato ogni costrutto artificiale che provoca diseguaglianza, la volontà è libera di cercare nel mondo la propria seità creando relazioni spontanee.

Ma questo anelito libertario come può realizzarsi se l’anarchico è costretto a vivere nel contesto prevaricatorio capitalista?

 

Il capitalismo non è che l’evoluzione della logica del dominio in quanto perpetua la lotta fra forze dove il più forte soggioga il più debole per il proprio interesse. A differenza della natura, per cui la sopraffazione è una questione di sopravvivenza, mai di guadagno.

Di nuovo c’è che il profitto è un fine etico che legittima gli arbitri attuati per conseguirlo. Non occorre più ricorrere a dio, al retaggio, a qualunque astrazione metafisica. Approfittare degli altri per tornaconto è semplicemente giusto. Al contrario, chi non agisce mosso dall’egoismo, dalla competizione, dal sopruso è un sociopatico. Che avesse ragione Bookchin quando lo definiva “il più nocivo assetto sociale emerso nel corso della storia umana”?1

Di vecchio c’è che la prepotenza del più forte è fondata sul primato economico. Che si tratti di governo e sudditi, di datore di lavoro e operai, di capo e collaboratori, di uomini e donne, di bianchi e neri, eccetera, il denaro, la proprietà e l’accumulazione definiscono il rango, cioè l’autorità da cui deriva il potere, che diventa arbitrio in un circolo vizioso e senza fine che l’anarchico rifiuta per non esserne corrotto e osteggia per non essere complice delle ingiustizie.

Cosciente che il profitto schiavizza le menti e distrugge il mondo, negati gli inganni, i fanatismi, le perversioni comandate che lo eternano, si autodetermina creando una nuova prospettiva della realtà, delle relazioni, delle cose in cui i beni sono utili quando soddisfano le necessità primarie, mentre tutti gli altri sono semplicemente superflui. Rinuncia ad essere schiavo di questi ultimi e si procura i primi con sistemi alternativi al mercato, consapevole che, finché il profitto è scopo, l’anarchia è utopia.

Faccio l’esempio della tecnologia. Viviamo un’epoca in cui il progresso è concepito come sofisticazione. Benessere è sinonimo di comodità. E ci può stare visto che faticare non ha mai migliorato l’esistenza di nessuno. Non fosse che per realizzare prodotti tecnologici bisogna distruggere l’ambiente e sfruttare l’uomo. Al che l’anarchico si fa una semplice domanda: i vantaggi giustificano le perdite? E si dà una risposta secca e decisa: no! No perché la dipendenza da pixel non è un motivo sufficiente per colonizzare e devastare ecosistemi, sterminare e schiavizzare popolazioni. Così come un autoveicolo non giustifica l’inquinamento o, per estendere il concetto alla scienza, una cura sperimentale non motiva il sacrificio delle cavie. Vero che l’uno porta da un luogo a un altro in breve tempo e con i vestiti puliti, mentre la seconda può salvare vite umane, ma in cambio di quanta morte si ottengono questi privilegi?

Le persone non sono merce da consumare e poi gettare quando non servono più. E la natura non è un ambiente da contemplare solo nella scampagnata domenicale. La realtà è il tutto e il tutto è composto dalle infinite molteplicità connesse fra loro. L’umano e il non umano posseggono la medesima essenza che si manifesta con forme diverse e coesistono nell’equilibrio naturale, che ogni ingerenza deprava in maniera irreversibile. Ne consegue l’abbandono della prevaricazione in luogo di una vivida simbiosi fra specie e della partecipazione, cooperazione, distribuzione fra affini. Un’armonia condivisa in cui i beni non sono più ossessioni capricciose che compensano la precarietà esistenziale generando falsa autostima, bensì ausili con cui soddisfare i bisogni primari affinché mente e corpo siano liberi di cercare la felicità nel mondo circostante. Quando non assolvono questa funzione sono semplicemente inutili e dannosi.

Un rivolgimento etico possibile perché l’anarchico pensa e agisce secondo una nuova visione universale. Se infatti il profitto è la giustificazione logico-teleologica del dominio, l’antropocentrismo è il presupposto ideologico. Razionalizzato da Aristotele, elaborato dalle varie correnti cristiane e cristallizzato dalla scienza, la religione moderna, esso pensa il mondo come un’organizzazione gerarchica capeggiata dall’uomo che, in virtù del suo primato, può saccheggiare a piacimento e senza rimorso.

L’anarchico sovverte questa prospettiva tassonomica e definisce una nuova eguaglianza fra umano e non umano. Attraverso l’esperienza sensoriale, emotiva, spirituale con la natura, si fonde con l’indistinto per partecipare al suo eterno divenire. In questo modo l’equilibrio è connessione incessante, scambio reciproco e condivisione consapevole. Una rivoluzione etica che abbandona gli egotismi antropici e crea una dinamica caratterizzata da “relazioni affettuose” ed egualitarie fra intersoggettività attraverso cui fondersi nel tutto.

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Nella società del dominio l’anarchico è un dissidente, non un rivoluzionario che vuole cambiare l’ordine delle cose per costruirne uno fondato sui medesimi presupposti. Il suo slancio disertore e sovversivo aspira innanzi tutto a sottrarsi al mercato, nutrimento del Potere e gabbia delle potenzialità personali, sviluppando un’economia clandestina fondata sui principi autarchici della volontarietà, autogestione, solidarietà, eguaglianza, cooperazione, equa partecipazione alla produzione e distribuzione, eccetera. Al contempo, però, realizza azioni continuative e selvagge, reattive e destabilizzanti, pianificate, coordinate, condivise contro di esso. L’anarchico è umile: non brama di sostituire un sistema con un altro. Lo erode lentamente. Destabilizza per conquistare spazi di autonomia.

Ecco alcuni esempi di condotte libertarie realizzate per logorare il mercato:

-Lo sciopero permanente e senza trattativa.

Se nessuno lavora, non c’è produzione. Se non c’è produzione, addio profitto dei Grandi Affari. E a cascata dei meschini opportunisti. Massima soddisfazione col minimo sforzo.

-Il boicottaggio, sabotaggio e contrabbando delle merci.

Vale quanto appena detto. Con l’aggiunta che, oltre al danno da mancato guadagno, l’impresa deve sopportare anche i costi di fabbricazione. Inoltre favorisce l’artigianato, l’orticoltura e altre forme di produzione personale e comunitarie in luogo della massificazione globalizzata. Il mercato deve essere dell’individuo e per la comunità, non di tutti nell’interesse di pochi.

-La rinuncia all’acquisto.

Da esercitare quando i beni sono realizzati con attività immorali come lo sfruttamento umano e ambientale. Penso a chi smercia prodotti provenienti dall’agricoltura massificata, che usa senza scrupoli sostanze tossiche e lesive delle biodiversità. Penso all’allevamento intensivo, in cui gli animali vengono impudentemente torturati per tutta la loro esistenza. Penso alle merci fabbricate schiavizzando la manodopera o alla già citata tecnologia per cui si colonizzano e depauperano civiltà ed ecosistemi. Penso alla produzione industriale e globalizzata, dove la singola impresa inquina e danneggia cinicamente quanto l’insieme degli abitanti di intere città. Penso allo sfruttamento mentale, tipo quello che genera ipocondriaci disposti a vendersi per una pasticca. Che poi fosse di quelle buone!

-Gli assalti e aggressioni alle istituzioni, l’abbattimento di infrastrutture, gli attacchi informatici, il furto e la distruzione di beni, di attrezzature, di kwow how, e tutte quelle azioni fantasiose ispirate al codice penale.

Si tratta di dimostrazioni efficaci, ma non per tutti. Oltre a una buona dose di intraprendenza, infatti, bisogna saper reagire ai mastini che non vedono l’ora di mordere e ai farisei che trepidano per avere l’occasione di mostrare la propria intransigenza.

-Cessare i rapporti con quegli istituti che alimentano il mercato e approfittano di esso per arricchirsi.

Chissà perché mi vengono in mente le banche!

Chiudere i conti, non usare carte di credito, non chiedere o interrompere i finanziamenti. Una volta estinte sparirà la finanza, l’industria non reggerà l’impatto e l’economia tornerà ad essere scambio faccia a faccia. Affrancarsi da questi strozzini è un atto liberatorio come un gesto dell’ombrello fatto di cuore.

-Senza dimenticare l’occupazione o squatting.

Occupare significa prendere possesso e disporre di ciò che non appartiene. Iniziativa che, oltre agli evidenti riflessi pratici, possiede un altissimo valore morale giacché cancella l’istituto fondante il dominio: la proprietà.

Può avere ad oggetto beni in uso o abbandonati. Un esempio del primo sono i fabbricati aziendali conquistati per impedire la produzione. Poiché però la solerte violenza di Stato ne caratterizza la temporaneità, la sua funzione è più propagandistica che concreta.

Più efficace è invece l’occupazione di siti civili, rurali, fabbriche, altro, fatiscenti, dismessi, abbandonati o incustoditi, che vengono restituiti a nuova vita per essere utilizzati in occupazioni artistiche, educative, produttive, come centro operativo per attività sovversive, oppure quale luogo in cui organizzare l’autogestione della comunità, senza mai perdere tuttavia lo spirito nomade.

In un mondo giusto la morale e il servizio sociale svolto da questi refrattari dovrebbero esser esaltati anziché perseguiti!

 

Potrei proseguire, ma qui mi fermo rilevando che sì, se queste azioni danneggiano l’usurpatore, possono anche procurare disagi al dissidente: quando l’impresa non guadagna, egli non riceve il salario; quando non consuma, perde l’identità sociale; quando compie crimini può finire in gattabuia. Eppure, gli “costa meno incorrere nella pena prevista per la disobbedienza allo Stato di quanto gli costerebbe obbedire. In questo caso sarebbe come se valesse di meno”, diceva Thoreau2. Senza trascurare comunque che la comunità di appartenenza fornisce sempre sostegno, collaborazione e difesa a tutti i suoi membri. Diversamente dalla collettività civile, infatti, non li salvaguarda solo quando li può sfruttare.

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Il mercato non è l’unico destinatario dell’azione anarchica. Privilegi e privilegiati non esisterebbero senza la compiacenza dei governi e della società civile.

Luogo omologante per eccellenza, quest’ultima è il mezzo con cui il Potere subordina la massa ai suoi interessi. Attraverso le tradizioni, le moraline, i pregiudizi, la standardizzazione conservatrice, aggiungo scienza, cultura e religione quali manifestazioni illustri del suo spirito conservativo spacciato per ipocrita progresso, approfitta delle fragilità individuali per plasmare alla servitù volontaria.

Prima ho detto che nella società del dominio l’anarchico non può fuggire completamente dall’economia. Non può nemmeno sottrarsi totalmente alla società. Tuttavia può ignorarla, rovesciare i suoi fini, cospirare contro i suoi metodi, disattendere le sue manipolazioni e opporsi ai suoi diktat quando derogano, ledono l’armonia e comunque interferiscono nella volontà universale.

Difficile fare un elenco di azioni praticabili contro l’omologazione perché scelta, fini e modalità operative dipendono dal contesto e ogni realtà è un caso a sé. Innegabile, però, che la resistenza incessante e l’insubordinazione selvaggia siano le vie prioritarie per affrancarsi dal suo giogo e le comunità volontarie e clandestine siano lo strumento per realizzarle. Decidere come vivere e farlo insieme è avvincente. Avere anche il coraggio di sfidare l’ingiustizia è entusiasmante!

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Più difficile è sottrarsi all’ingerenza dello Stato, parafrasando Malatesta: quell’organizzazione creata dai signori per conservare e incrementare i propri privilegi. Vogliono che siamo, ma solo come vogliono loro. Quando i costrutti ideologici, le lusinghe del mercato e i settarismi della collettività non sono più sufficienti a uniformare le condotte, ecco il governo. Magari ammantato con quel tocco di ipocrisia idealista per cui è dei cittadini e per i cittadini o di ineludibilità trascendente per cui senza violenza non si impedisce la violenza. Tanto i sempliciotti che credono alle favole o che riconoscono la dipendenza come condizione necessaria per la propria esistenza3 non mancheranno mai!

Il principio assoluto da scardinare è che il governo è lo strumento con cui il Potere può imporre obbedienza e la collettività deve accettarla come un dono. Già questa follia rende etico opporsi alla sua autorità. Un’opposizione razionale, mai aggressiva, sia a causa della sproporzione delle forze in gioco, sia per non generare nuovo dominio.

In particolare l’anarchico disobbedisce attraverso un insieme di condotte attive o passive tipo:

-La trasgressione alla legge.

Ci sono i dementi, che obbediscono perché gli viene detto di farlo; ci sono i sempliciotti, che nell’ossequio si identificano; ci sono i furbetti, che sfruttano la regola per interesse. Poi c’è il refrattario, che agisce secondo volontà. Egli non trasgredisce per sfizio, né perché è un sociopatico. Infrange la legge perché essa fa gli interessi della padronanza, è una imposizione arbitraria e… E non solo, ma questo basta per renderla antitetica all’unica legge davvero inderogabile, quella della natura, che garantisce l’unità delle volontà perpetuando la vita senza bisogno di prevaricazione.

-Non partecipare alla farsa delle elezioni.

Astenersi dal rituale autoreferenziale del voto significa innanzi tutto non considerarsi interdetti che hanno bisogno del tutore. Ma anche non collaborare con le istituzioni mantenendo intatto il diritto di ribellarsi alla loro arroganza, non contribuire alla pantomima inscenata dalle elitè privilegiate, disconoscere il governo che si alimenta di arbitri, raggiri, manipolazioni, favoritismi, malversazioni, ricatti, scambi, convenienza e chi più ne ha più ne metta.

Nel migliore dei casi chi vota è un illuso, nel peggiore un complice. L’anarchico non è né l’uno, né l’altro. Sa che l’uomo è imperfetto. Per questo non vuole che abbia potere.

-Ignorare i servizi erogati dalle istituzioni.

Poiché lo Stato usa i diritti per creare servitù, diffidare, evitare, sfuggire alle sue lusinghe rende liberi. Peraltro qualunque prestazione esso fornisca realizza l’interesse di infami oligarchie che speculano sui bisogni umani o stringe la catena della schiavitù.

Nei casi in cui usufruirne è inevitabile, invece, meglio prendere senza dare. Non è un crimine, ma solo reciprocità.

-Smettere di contribuire economicamente al mantenimento del Mostro.

Senza giri di parole, non pagare i tributi. Le tasse versate per ottenere una prestazione e le imposte per contribuire al finanziamento di servizi collettivi sono in realtà una forma di “pizzo” con cui si alimentano i malaffari che perpetuano il Potere e nutre i parassiti del dominio. Il governo pretende di essere socio delle aziende, comproprietario dei beni, protettore dei risparmi, esattamente come la criminalità organizzata. Con due differenze: che i servizi di quest’ultima sono molto più efficienti dei suoi e che l’estorsione è istituzionalizzata da leggi che lui stesso ha creato. Numero uno!

Come il delinquente minaccia chi non paga la mazzetta, lo Stato intima sanzioni che fanno leva sull’ignavia di chi teme di perdere ciò per cui ha obbedito una vita. Ma con l’anarchico la minaccia non funziona. Egli si rifiuta di essere complice dell’ingiustizia. Non possiede beni, per cui non ha niente da perdere. Tantomeno ha paura. Più che un temerario è affine al saggio che non si preoccupa di ciò che non esiste. E per lui lo Stato è il niente assoluto.

Argomento controverso quello dei tributi. Come nessun’altro tira fuori il frustrato che è in ogni moralista. L’elenco degli ipocriti è infinito e va dal sottoposto che lamenta di essere costretto a pagare illuso che altrimenti il salario potrebbe crescere, all’affarista per cui l’accumulazione  è scopo di vita e  nessuno deve toccarla, al parassita che succhia per sopravvivere, all’aguzzino che senza evasori chissà come sfogherebbe il suo sadismo, all’intellettuale omologato per compiacere il proprio narcisismo, all’artista che ricorda la fame dei tempi andati, ai media che del clamore hanno bisogno per vendere, aumentare le inserzioni, avere profitto. Mannaggia, sempre a quel bastardo si torna!

NOTE

  • Bookchin, Per una Società Ecologica, Eleuthera, 2016;
  • Henry David Thoreau, Disobbedienza civile, 1849;
  • Judith Butler, La vita psichica del potere, Mimesis, 2013.

in foto Alfred Guillou, Adieu, 1892

 

A TUTTI… (da Don Chisciotte)

A tutti gli illusi,
a quelli che parlano al vento.
Ai pazzi per amore,
ai visionari,
a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno.
Ai reietti,
ai respinti,
agli esclusi.
Ai folli veri o presunti.
Agli uomini di cuore,
a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro.
A tutti quelli che ancora si commuovono.
Un omaggio ai grandi slanci,
alle idee e ai sogni.
A chi non s’arrende mai,
a chi viene deriso e giudicato.
Ai poeti del quotidiano.
Ai ” Vincibili ” dunque,
e anche agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo.
Agli eroi dimenticati e ai vagabondi.
A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali,
ancora si sente invincibile.
A chi non ha paura di dire quello che pensa.
A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà.
A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione.
A tutti i cavalieri erranti.
In qualche modo,
forse è giusto e ci sta bene,
a tutti i teatranti .
[Don Chisciotte – Miguel De Cervantes]

COS’E’ LA FELICITA’

COS’E’ LA FELICITA’

Il Potere si è fatto furbo: non ordina, seduce. Promette benessere in cambio del corpo, necessario per lavorare, e della mente, necessaria per consumare. Con una mano aliena in fabbrica, in ufficio, in strada o dovunque paghino tre soldi da dissipare in consumi imposti ed estorsioni legalizzate, nell’altra tiene la caramella dell’accettazione sociale con cui premia chi si illude di realizzare la propria felicità se genera quella del più forte. Intanto l’economia si frega le mani, la politica è sempre più lorda di pervertimento, la massa affonda nella melma compiacendosi del suo sapore.

La chiamano socializzazione, ma è l’espediente attraverso cui controllare l’individuo. E per chi disattende il dovere di dissolversi in essa, quei pochi recalcitranti isolati, disprezzati, emarginati dalle sue dinamiche comandate, i mastini sono sempre pronti. A qualcosa dovranno pur servire!

Aveva ragione La Fontaine quando diceva che “il nostro nemico è il nostro padrone”. Con il capitalismo tecno consumistico però, esso non ha più un volto umano ma corrisponde al ruolo che ciascuno assolve per assimilarsi al branco. L’annientamento del sé in cambio del riconoscimento sociale quale unica fonte di felicità.

Ma è proprio necessario essere infelici per avere la felicità?

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Tanto per cominciare, si dice “sono felice”, non “ho la felicità”. Sembra una sciocchezza, ma le parole sono importanti e queste affermano che essa è uno stato personale che attiene all’essere, non all’avere. Ẻ un sentimento, non un bene di consumo che si può smerciare. Avere non è essere felici, ma sembrare felici.

Trattasi poi di uno stato soggettivo, per cui è difficile trovare sia una definizione universale, che un’uniformità di cause scatenanti. Può essere determinata da condizioni personali come l’età: una cosa può generarla a venti anni e non a cinquanta; lo stato sociale: l’affamato gioisce davanti a un tozzo di pane che invece disgusta l’abbiente; la personalità: io sto bene quando scrivo, Mevio quando fa i calcoli matematici. Solo per fare qualche esempio. E, come se non bastasse, muta pure per il soggetto stesso che, senza motivo apparente, oggi può rallegrarsi di un evento, che forse domani lo rattristerà. Siamo tutti così volubili!

Il capitalismo ha provato a standardizzarla omologando personalità, bisogni e desideri: un lavoro profittevole, maggiori comodità, l’arrivismo sfrenato, possedere più beni, consumare fino all’esaurimento, eccetera. E poi ha colonizzato ogni luogo col suo modello di società uniformata, reazionaria e conservativa affinché l’individuo fosse manipolabile, prevedibile, volontariamente succube.

Ma trattasi di finzioni che provocano uno stato di sospensione momentanea. Uno “stare bene” determinato dal riflesso sociale, quindi eteronomo, non soggettivo. L’illusione distrae, non cancella il baratro. In questo modo, infatti, la volontà affoga in artifici consumati i quali deve crearne di nuovi in un circolo vizioso e senza fine. Non bisogna essere illuminati per capire che i beni, i traguardi, gli interessi, i desideri, gli egotismi, i profitti creano bagliori di appagamento temporanei e subordinati alla contingenza, pertanto effimeri.

Perché invece la felicità sia piena e vera occorre svincolare la volontà da qualunque determinazione indotta. Deve godere di ineludibile spontaneità. Spontaneità che per manifestarsi richiede un ambiente che non ne pregiudichi le potenzialità. Un luogo incontaminato dove l’individuo diventa padrone esclusivo della propria sovranità e finalmente si percepisca non come entità isolata che si barcamena per sopravvivere, bensì come elemento di uno spazio, di un tempo, di una materia mutevole, senza principio né fine. In esso non simula eternità, è eterno.

Spogliatosi della precarietà insita nell’essere e che la socialità amplifica, la sua volontà contempla senza condizionamenti, instaura connessioni sensoriali e intellettive, si immerge nella sostanza delle cose producendo identità empatiche. Ora è pianta, ora è animale, ora è roccia, ora è vento e così via in un’immedesimazione simbiotica fra molteplicità che diventa fusione nella comune partecipazione. Replicata l’esperienza all’infinito svanisce la relatività in luogo di una partecipazione esaltante, senza regole, né tempo, né confini, illimitata e indeterminata, in cui vivere, non sopravvivere, nella condivisione dell’unità in continuo, eterno divenire.

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Asserire che l’unica forma di felicità è quella data dalla relazione genuina con la natura che porta a fondersi nella sua immensità non significa scegliere una vita selvaggia o sollecitare lo sviluppo di chissà quali attitudini sciamaniche. Non si tratta di essere primitivi della foresta o Baba che rifuggono la materialità per cercare l’elevazione spirituale. Vuol dire invece ripristinare l’equilibrio naturale che le artificiosità hanno pervertito.

La volontà si realizza quando sfoga gli istinti, soddisfa i bisogni, afferma le proprie possibilità, impara a relazionarsi attraverso l’autodeterminazione. E perché ciò avvenga deve evolvere in totale spontaneità, senza doversi adattare ai condizionamenti né obbedire alle imposizioni. Solo se pura, completamente libera dalle necrofile subordinazioni mondane che ora la ammorbano, spesso ne alterano l’essenza, trova la propria identità. Per questo ha bisogno di svilupparsi laddove niente è contaminato, guarda caso il suo ambiente primigenio.

Quanto gli artefatti creati dal consorzio sociale sono effimeri e fuorvianti, tanto l’ordine naturale è spazio entro il quale la volontà prende forma in tutta la sua integrità. La purezza si conquista con la libertà, ma la libertà si esercita e si mantiene quando, eliminati gli artefatti, si relaziona spontaneamente con le diversità, creando connessioni armoniche che consentano la condivisione e la partecipazione all’evoluzione di cui è parte. La Natura non è una fuga, ma lo stato in cui scoprire e realizzare se stessi. Una perfezione che, se condivisa con affini, è piacere sublime.

Riconoscere il primato dell’autenticità rispetto all’obbedienza coartata o automatizzata implica innanzi tutto rifiutare ciò che deprava le coscienze trasfigurando il sé: dalla logica del profitto alle idee fisse, al progresso barbaro e schiavizzante causa di ogni perversione. Divenuti padroni di se stessi, occorre dedicarsi a un’esistenza diretta ed empatica con l’ecosistema affinché l’alterità sia identità. Nessuna sofisticazione. Nessuna superfluità. Nessuna gerarchia. Nessuna prepotenza e malversazione. Nessun costrutto artificiale o obbligo prescritto da forze preordinate. Nessuna trasgressione alla propria indole. Ma entità interagenti, cooperanti e adattative, spontaneità che si relazionano in maniera egualitaria per compiere l’obbiettivo condiviso di perfezionarsi attraverso la biosimbiosi.

Quando la volontà è pura e opera in un ambiente non condizionato da pulsioni predatorie e distruttive, quelle esaltate da qualsiasi logica del dominio, dominio che nella nostra epoca prende forma di progresso civilizzante e omologato, è padrona di se stessa e istintivamente cerca l’identità nelle molteplicità che animano il mondo. Impara a connettersi ad esse, crea quelle interrelazioni che la portano alla percezione prima, alla fusione poi nel divenire universale della vita. Ed è nell’estasi dell’indistinta unità delle cose, che il dare e ricevere amore infonde felicità.

 

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