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32- LA PENA

 

«Ricapitolando: lo Stato esercita il suo potere con la legge, e la polizia mantiene l’ordine. Dopo l’arresto però si pone il problema di cosa fare…»

«C’è la pena!»

«Appunto. Questo è il problema!». Spiegai: «La pena, e con essa non intendo solo la sanzione ma anche la misura cautelare che spesso ingiustamente e arbitrariamente la anticipa, e più in generale tutto il sistema giudiziario, non è altro che uno strumento di controllo e riequilibrio sociale attraverso il quale il Potere toglie di mezzo chiunque possa minarne la conservazione». Aggiunsi: «La pena è schiavitù legalizzata, fondata sulla inaccettabile laicizzazione del rapporto peccatore-sanzione. Processi ed esecuzione rappresentano il momento in cui si realizza nella maniera più sfacciata e arrogante la supremazia sull’uomo, defraudandolo del corpo e della mente. L’anarchia afferma invece che nessuno debba essere investito del potere di vita o di morte, poiché chiunque abbia un’autorità nelle proprie mani tiranneggia gli altri1. E, peraltro, siccome quell’investitura viene imposta, processi, pene, e sentenze sono sempre ingiusti».

«Ma le sentenze vanno sempre rispettate!» irruppe il PM.

«Sempre!» lo sostenne Manganello.

«E le verdure d’una volta avevano tutto un altro sapore!» replicai con un’altra frase fatta. «Come nessuno ha delegato i politici a decidere per noi, nessuno ha autorizzato i magistrati a giudicare. Entrambi sono strumenti di quella finzione chiamata Stato. Immorale non è violare la legge e fuggire la pena, ma accettare passivamente che lo Stato denigri, mortifichi, annienti l’individuo. Collaborare col male è peggio del male stesso! Afferma F.A Lange: il nome Leviatano è anche troppo appropriato per questo mostro, lo Stato, che senza nessuna superiore considerazione ordina come un dio terrestre a suo piacere la legge e la giustizia, i diritti e la proprietà, definisce perfino a suo arbitrio i concetti di bene e di male, assicurando in cambio la protezione della vita e della proprietà di chi gli si prostra dinnanzi e sacrifica al suo potere2…»

«Ma sì, facciamoci giustizia da soli!» si burlò il pubblico ministero.

«Non ho detto questo!»

«Ma l’ha pensato!»

«Neanche un po’!» dissi con una smorfia di disapprovazione. «L’autonomia è responsabilità. Gli individui devono partecipare direttamente alla costituzione e allo sviluppo della comunità, ovvero definire in maniera condivisa su quali principi essa si forgia, su quali dinamiche economiche si sviluppa, come organizzare l’autogestione, compresa l’individuazione delle condotte antisociali e i conseguenti rimedi. E la decisione non può che avvenire attraverso liberi accordi definiti collegialmente mediante decisioni consensuali» dissi. «Sugli accordi tornerò dopo. Quanto invece alla pena, condivido le parole di Alexandr Berkman quando confrontava le società primitive, in cui è opinione comune che l’individuo si facesse giustizia da solo, con quelle così dette civili, in cui si delega lo Stato a farlo al suo posto. Tale delega crea di fatto solo un’altra forma di vendetta, in cui lo Stato è il solo vendicatore legittimo della collettività. Ma si tratta sempre e chiaramente dello stesso spirito barbaro sotto altre spoglie3. Di fatto lo Stato è un vendicatore che trova giustificazione nella weberiana legittimazione legale-razionale fornita dall’ordinamento giuridico. Che è un po’ quello che prima ha detto lei», mi rivolsi al PM, «quando ha affermato che si deve obbedire alla legge perché lo dice la legge. In altre parole, lo Stato ci prende per imbecilli!»

«Ineccepibile!» tuonò Manganello.

«Che prima l’abbia detto il pubblico ministero?» chiesi.

«No, che siate imbecilli!»

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«Il sistema punitivo fa acqua da tutte le parti. Lasciando perdere le ovvie considerazioni sulle infami condizioni di vita a cui sono sottoposti i detenuti, che solo chi è in malafede o particolarmente crudele può ignorare, la pena non realizza nessuna delle funzioni per le quali viene applicata. A partire dalla funzione retributiva, chirale al principio della vendetta. Affermando che il libero arbitrio consente di scegliere fra il bene e il male, chi sceglie il male deve essere punito. Niente di nuovo: le religioni parlano così da sempre…»

«Chi sbaglia paga!» disse tronfio Pottutto.

«Paga chi? Se le rubo il portafoglio, la questione è fra me e lei. Se uccido una persona, la questione è fra me e i suoi parenti. Ogni vicenda umana ha implicazioni circoscritte agli interessi coinvolti.»

«Non sia grottesco. Sa che lo Stato è garanzia di imparzialità!»

«Tutt’altro. L’interesse della collettività è sempre e soltanto l’armonia sociale, che si ottiene unicamente attraverso la riconciliazione. Lo Stato, invece, essendo una suggestione che ha bisogno di consenso per alimentarsi segue l’umore sociale plagiato dal sistema e le proprie necessità conservative. C’è molta più civiltà nelle assemblee pubbliche inter-clan adottate dalle società policefale che nei nostri tribunali!5».

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«Altra funzione della pena è la così detta prevenzione. Si dice che l’obiettivo sia evitare che il reo compia nuovi reati, prevenzione speciale, ma anche che agli altri non venga lo sghiribizzo di imitarlo, prevenzione generale. In altri termini, si minaccia una sanzione quale conseguenza di una determinata condotta affinché nessuno la compia. Interessante questa analogia fra l’animale e l’individuo, non vi pare? E comunque se il principio fosse corretto, dato che viviamo in un epoca di iperproduzione normativa che disciplina ogni aspetto della vita umana, non ci dovrebbero essere reati. Invece la criminalità delle società civili aumenta esponenzialmente in quanto la deterrenza inibisce il vigliacco, non l’affamato, né tantomeno il disturbato. La funzione preventiva è quindi fumo sparato negli occhi. I delitti, compresi quelli per bisogno e patologici, si prevengono eliminando il dominio, la proprietà, il profitto, l’accumulazione, garantendo il minimo necessario concordato e soprattutto consentendo a ognuno di decidere responsabilmente. In una società i cui membri hanno scelto di essere liberi ed eguali non c’è interesse a delinquere

«Nel mondo dei sogni potrei anche essere Brad Pitt!» disse Manganello.

Pottutto e io lo guardammo e contemporaneamente ci scappò una risata.

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«La terza funzione è quella rieducativa, cioè la pena e le misure alternative devono educare il delinquente a reinserirsi nella società una volta scontata la sanzione.»

«Almeno su questo spero non abbia niente da ridire!»

«Assolutamente!» convenni. «Il principio è sacrosanto… Pure molto realistico!» ironizzai. «Le carceri sono posti noti per la loro accoglienza, la sensibilità dei loro operatori, le possibilità che offrono». Cambiai tono: «Le prigioni sono niente più e niente meno che lager in cui le persone vengono mandate a morire. E poiché ai carcerati non è concesso il rispetto dovuto a un essere umano, dice Kropotkin, in quei luoghi subiscono umiliazioni, violenze, torture, abusi, degradazione, giorno dopo giorno un processo di disumanizzazione al cui confronto la vendetta dei selvaggi è un gioco aggiunge Emma Goldman. Le prigioni sono monumenti alla ipocrisia e alla viltà degli uomini, decreta ancora il filosofo russo, auspicando che il primo compito della rivoluzione sia la loro abolizione. Perché, spiega: cosa possiamo fare per perfezionare il sistema penale? Niente. È impossibile perfezionare una prigione. Con l’eccezione di pochi trascurabili cambiamenti, non vi è altro da fare che distruggerla. E prosegue: Chi metterà sul piatto della bilancia da una parte i benefici attribuiti alla legge e alla punizione e dall’altra l’effetto degradante che quest’ultima ha sull’umanità; chi valuterà il torrente di depravazione riversato nella società umana dal delatore, favorito addirittura dal giudice e pagato in moneta sonante dai governi, con il pretesto che aiuta a smascherare il crimine; chi varcherà i muri di una prigione e lì vedrà come diventano gli esseri umani quando sono privati della libertà, quando sono sottoposti alla custodia di guardiani brutali, a un linguaggio volgare e crudele, a migliaia di umiliazioni concenti e strazianti, sarà d’accordo con noi sul fatto che l’intero apparato carcerario e punitivo è un’egemonia che dovrebbe essere abolita». Dopo una veloce pausa: «Benché queste considerazioni siano di oltre un secolo fa, la situazione oggi non è cambiata. Le carceri erano e saranno sempre una università del crimine!5»

«Facile criticare come fa lei» Pottutto eccepì risentito. «Sono proprio curioso di sapere come vi comportate voi anarchici!»

«Davvero le interessa?»

«Certo che no!».

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«La pena è un male necessario!» Pottutto ruggì convinto.

«”La grazia dell’orrore” direbbe il simbolista Baudelaire» rilevai sarcastico.

«Ẻ quello che ha inventato l’orribile A cerchiata?»

«Simbolista non nel senso che…» Lasciai perdere. «Lo Stato ci chiama cittadini ma ci tratta da sudditi. E lo fa avvalendosi delle Costituzioni e dei codici con cui si autolegittima in quanto è il “fine universale in sé per sé”, così Hegel lo definiva. Non fosse che quando una cosa è giusta a priori, è più facile smascherarne l’ingiustizia!»

«Cos’è uno scioglilingua?»

«Lo Stato è una finzione. Un manipolo di ricchi tira una linea su una cartina geografica, si dà un governo e impone a tutti le sue decisioni. Ecco perché la “nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà, ed un pensiero ribelle in cor ci sta”, cantava Pietro Gori4».

«La sola cosa che canta è questa!» Pottutto sventolò il capo di imputazione.

«Dice?»

«Dico. Dico!»

«Ma “se le leggi son”, dando quindi per assunto che siano inevitabili, il problema non sono loro bensì “chi pon mano ad esse”, afferma il poeta7. La legge è giusta se emanata da un’autorità legittima. Nel caso in cui non lo sia, cioè se proviene da un’autorità usurpatrice, è giusto invece opporsi. In una tirannia il capo, il re, il dux, chiunque sia, si auto-conferisce tale potere. L’illegittimità è così palese che molti dittatori la nascondono dietro l’intercessione divina, la giustizia assoluta, il bene universale o altre follie. La democrazia invece è fondata sull’assunto che il popolo conferisce al governo il potere di agire per suo conto…» Mi prendo qualche secondo. «Sa che non ricordo di aver mai delegato lo Stato a decidere per me? Ho provato a guardare nei miei appunti, a cercare nei miei diari, ma… Lei ricorda quando ha prestato il suo? E non citi il voto perché le ho già spiegato che è una finzione! La democrazia stessa è un raggiro a cui ci hanno educati a non avere alternative. Come ogni regime che sottrae agli individui il potere di autoderminarsi, nessuno l’ha scelta o confermata. Si è appropriata dell’autorità di governare, di giudicare, di obbligare come avrebbe fatto un qualsiasi usurpatore. La sua autorità è pertanto illegittima. E se è illegittima, anche le sue disposizioni lo sono e quindi…»

«A quanto pare però alla gente va bene così!»

«Alla gente va bene qualsiasi cosa pur di non pensare!» replicai risoluto. «Ma la gente non è tutti. Può essere maggioranza, ma rimane sempre la minoranza che non si fa irretire dall’inganno, né si sgomenta per le conseguenze della trasgressione».

«La metta come vuole. Chi non rispetta la legge è un delinquente!»

Non cado nella provocazione: «Nel momento in cui si rinuncia al profitto, le relazioni sono spontaneamente armoniche e di quello non c’è bisogno!» Indicai il codice. «Immagini una società senza dominio, senza proprietà, senza “teorie della disperazione”8, dove l’interesse personale si realizza attraverso la solidarietà e la reciprocità. Senza tornaconto, la punizione, la prevenzione, ma anche la rieducazione non hanno senso. Tutt’al più l’eventuale sanzione avrebbe lo scopo di riequilibrare e garantire la pace sociale. Le torna?» Con un’occhiata lo sollecitai ad aprirlo. «Lasciamo perdere il primo libro dei reati in generale. Concetti come la consumazione, le circostanze, l’imputabilità e altri sono principi di valenza universale che adesso non abbiamo tempo di esaminare».

Il PM scorse le pagine.

«Per cominciare eliminiamo le sanzioni civili e le misure di sicurezza. La definizione di pericolosità sociale è affare da manipolatori mentali e noi non conformiamo l’individuo all’interesse dominante… E così vanno via già una sessantina di articoli!»

Attesi che il PM passasse al “Libro II” del codice penale.

«In una società anarchica sarebbe altresì un controsenso parlare di delitti contro la personalità dello Stato, contro la pubblica amministrazione, contro l’amministrazione della giustizia… Figuriamoci il contro il sentimento religioso e l’ordine pubblico. Le pare?… Via altri duecentrenta articoli!»

«Sui delitti contro la fede pubblica non vorrà…?»

«Se ne potrebbe lasciare un paio sul falso materiale e sul falso ideologico. Si tratta di eventi alquanto improbabili in un contesto che rifiuta il profitto, ma non voglio sembrare radicale!»

«Mi sembra giusto!»

«Quindi via altri quarantacinque articoli!» precisai. «Sui delitti contro l’economia pubblica l’industria e il commercio… mi faccia un po’ vedere?»

Il PM girò il codice in maniera che potessi leggere.

«Distruzione di materie prime, diffusione di una malattia delle piante, rialzo e ribasso dei prezzi, manovre speculative su merci, serrata e sciopero per fini contrattuali e non», continuai a sfogliare: «E ancora serrata, boicottaggio… Via tutti perché non abbiamo economia! E sono altri trenta articoli circa».

«Sui delitti contro la moralità pubblica e il buon costume…?» mi interruppe il maresciallo.

«In un mondo di puttane, figurati se non posso andare a puttane!» esclamai divertito. «Quanto ai delitti contro la sanità di stirpe… beh, almeno hanno avuto il buon gusto di abolirli da soli!»

«Dei delitti contro la famiglia?»

«Via!»

«Delitti contro la persona?»

«Lasciamoli, dai. Non posso abrogare il codice intero!» Ci ripensai: «Quanti articoli sono?»

«Una quarantina!»

«Magari li sintetizziamo per garantire il diritto alla vita, all’incolumità e alla dignità personale!»

«Rimangono i delitti contro il patrimonio e le contravvenzioni».

«Proteggere la proprietà in una società senza proprietà non mi pare una cosa sensata. Quanto ai secondi, credo che anche il buon Rocco non ci credesse granché visto che li ha relegati in fondo al codice come banali contravvenzioni. Via!»

«Ma così non ci rimane nulla!»

«E non abbiamo sotto mano il codice di procedura penale!»

«Perché anche quello…?»

Mi lasciai andare a un’espressione meditabonda.

«Che c’è?»

«Stavo pensando…»

«Dica!»

«Pensavo… Visto che ormai il codice penale non esiste più, non è che… Sì, insomma, mi chiedevo se non sarebbe più giusto che io… Posso andare?»

Era giusto almeno provarci.

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«Gli anarchici più volte si sono interrogati su come sarebbe la pena nell’ipotetica società senza Stato e hanno offerto una molteplicità di soluzioni che, a mio giudizio, lasciano il tempo che trovano. D’altronde se a uno scienziato chiedete come sarà il mondo fra cinquanta o cento anni gira i tacchi e se ne va dandovi dei babbei perché troppe sono le incognite che impediscono di fornire proposte certe sulla società futura. L’avvenire è la sola trascendenza degli uomini senza Dio, diceva acutamente Camus e infatti…»

«Kamut come la farina?» chiese Manganello.

Lasciai perdere: «Per Emile Armand si può fare a meno di quel marchio della violenza, sotto una forma più o meno dissimulata, sotto un appellativo più o meno ipocrita, ma implicante comunque l’impiego della coercizione che è la sanzione, grazie alla esistenza di una mentalità comune, d’uno stato d’animo generale e particolare che induca il trasgressore a riconoscere volontariamente, da se stesso, la sua trasgressione e si infligga di sua spontanea volontà la punizione6».

Qualche secondo di silenzio perché assimilassero quella che sembrava più una provocazione.

«Ammetto che estrapolata dal contesto appaia una soluzione surreale. Però è più concreta di quanto si creda. Trova, infatti, riscontro in numerose comunità orizzontali il cui obiettivo non è sanzionare il reo ma reinserirlo nella comunità. Riconciliarlo con essa e con le parti danneggiate attraverso il riconoscimento della propria colpa e la richiesta di perdono. Un perdono condiviso che ne favorisce la riabilitazione.»

«Una roba tipo i pentiti?» domandò Pottutto.

«Ma qui il pentimento è sincero!» specificai. «A parte questo originale punto di vista, nel mondo anarchico prevale il concetto di sanzione diffusa. Proposta da Godwin, essa consiste nella mera disapprovazione esercitata dall’opinione pubblica. Dice il filosofo inglese che, in un contesto localizzato, ogni individuo si troverebbe in continuazione sottoposto al giudizio di tutti; e la disapprovazione dei suoi vicini, questa specie di forza coercitiva non derivata dai capricci degli uomini, ma dalla stessa forma dell’universo, lo spingerebbe inevitabilmente a correggersi, oppure a fare le valigie… Maresciallo, non c’è bisogno che scriva. Lo trova citato nei miei appunti!»

«Sto disegnando!». Mostrò uno spaventapasseri stilizzato.

«Anche Malatesta invocava il sentimento comune come espediente per risolvere il problema della criminalità: non ci sembra ci siano altre soluzioni oltre quella di affidare tali decisioni alle parti interessate, al popolo, cioè alla massa di cittadini, che si comporteranno differentemente a seconda delle circostanze e a seconda del loro grado di evoluzione sociale. Egli però si differenzia da Godwin in quanto il suo scopo è evitare un nuovo sistema di oppressione e privilegio che potrebbe formarsi nella società anarchica al sorgere del problema della criminalità.»

«Ci sta dicendo che siete favorevoli ai processi e alle esecuzioni di piazza?»

«Certo che no!». E risentito: «Sono io che non mi spiego o è lei che non capisce le mie parole?»

«Sono un pubblico ministero, non un esegeta. Se volevo fare l’esegeta mi laureavo in… dove ci si laurea per fare l’esegeta?» chiese a Manganello.

Il maresciallo arricciò la ciccia del collo, poi sicuro: «Credo in medicina… Mio fratello è andato al pronto soccorso per l’esofagite!».

Proseguii: «Personalmente rifiuto ogni forma di ingerenza nella sfera individuale. Ha ragione Orwell quando afferma che l’opinione pubblica è meno tollerante di qualsiasi sistema di leggi e l’individuo è sotto una continua pressione intesa a ottenere che si comporti e pensi esattamente come tutti gli altri. Al tempo stesso però sono convinto che la soluzione al problema della pena si trovi nella società. E qui mi riaggancio a Malatesta che esalta le pratiche che partono dal basso e si sviluppano pluralisticamente, in maniera non gerarchica e non conformista. Se le persone si uniscono in associazioni con comunanza di aspirazioni che ciascuno ha contribuito a costituire e formare, è improbabile che qualcuno possa violare le regole condivise. E anche si verificasse tale ipotesi la soluzione dovrebbe essere scritta in quelle stesse regole che ha partecipato a formare, nelle quali sono definiti i principi e le procedure.»

«Continuo a non capire!». Pottutto tolse e rimise gli occhiali nervosamente. «È stato finora a lamentarsi delle regole, perché adesso…?»

«Gli anarchici sono contrari alle regole imposte, non a quelle che ciascuno concorre a creare». Sospirai. «Che poi, se ci pensate bene, è la stessa cosa che dice Armand quando afferma che la soluzione della pena sta nel riconoscimento volontario della trasgressione e nell’inflizione volontaria della punizione!»

«Quell’Armando che ha citato prima?».

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«Nella logica del dominio chi detiene il potere considera il valore del suo interlocutore in maniera decrescente rispetto al grado di potere posseduto. Di conseguenza lo Stato, che si assurge a dominatore supremo, tratta l’individuo come un fastidio. Nella malaugurata ipotesi in cui poi quest’ultimo violi la sua volontà lo sopprime lentamente perché, oltre tutto, è pure sadico!»

«Non mi piace questo tono!» disse Pottutto.

«Vuole che abbassi la voce?» lo sferzai. «Di fronte a una condotta antisociale, lo Stato non ha dubbi: l’autore deve essere cancellato sia fisicamente confinandolo in prigione, sia mentalmente attraverso la violenza, la sopraffazione, il ricatto, l’umiliazione, la spoliazione della dignità. Lacerazioni che inevitabilmente, una volta fuori, riverserà sulla società legittimando gli abusi subiti in un circolo vizioso da cui guadagnano tutti tranne il reo. La verità è che gli individui sono una sua proprietà e come tale li tratta. È proprietario della vita, di cui ne dispone a piacimento; è proprietario della mente, indottrinandoli all’obbedienza attraverso la scuola, la morale, la manipolazione propagandistica delle molteplici istituzioni; è proprietario degli spazi e dei movimenti, definendo i confini dei primi e favorendo il controllo dei secondi grazie a sistemi sempre più sofisticati; è proprietario dei nostri beni per l’uso dei quali chiede il tributo… Insomma, si impone come padrone assoluto. Per questo assurge al ruolo di punitore consacrato che ordina supplizi come un dio vendicatore.»

«Dimenticavo che voi punite la vittima e premiate il delinquente!» intervenne Pottutto sarcastico.

«Carina!». Gli detti soddisfazione. «Assenza di proprietà, autogestione, reciprocità, redistribuzione, solidarietà, circolarità, pluralità, questo è ciò che siamo. L’anarchia non punisce, pacifica; non disciplina, armonizza. Così il diritto civile è lasciato ai liberi accordi fra le parti e quello penale corrisponde alla protezione dei diritti naturali che tutti identificano, conoscono e osservano spontaneamente. Ogni individuo è giurista e non potrebbe essere altrimenti dal momento in cui partecipa alla definizione delle regole. Le discute, le approva, le applica. Una volta definite, la pratica quotidiana ne garantisce l’osservanza. Spontaneamente!». Colto il loro scetticismo: «Se qualcuno eccepisse che le persone non sono capaci di stabilire cosa è giusto e cosa non lo è, sarebbe facile replicare che non lo sarebbero neppure nella scelta dei propri rappresentanti. Non vi pare?»

«Ho capito!» squittì Manganello. «Ha detto che sono tutti amici e si controllano a vicenda. Però non ho capito perché controllarsi a vicenda se poi ognuno fa come gli pare…». Sollevò lo sguardo sul soffitto per riflettere: «Ci sono!» esclamò. «Solo con noi fate come vi pare!»

«E perché, secondo lei?» chiesi.

«Perché avete passato un’infanzia difficile?».

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«Concludo facendo un esempio ipotetico e banale…»

«Perché banale?» mi interruppe Pottutto.

«Perché lo possiate capire!» dissi. «Esempio di come l’anarchia si rapporta nei confronti di chi, diciamo così, compie una condotta antisociale» dissi. «Prendiamo un ladro di polli qualsiasi. Nella società del dominio viene catturato e punito con sanzioni che variano in base al tempo e al luogo. Anche nella società anarchica non mancano i ladri di polli. Intanto però bisogna capire se i polli sono privati o della collettività. Nel primo caso si tratta, appunto, di un fatto privato e viene risolto come qualunque altro conflitto fra individui: le parti si accordano fra loro, oppure ricorrono a un arbitrato composto da membri da loro designati. Fossero invece della collettività procede direttamente l’assemblea. Per prima cosa si approfondisce il fatto affinché siano chiare le motivazioni, le dinamiche, eccetera. Poi l’interessato parla. Parla anche chi vuole intervenire e alla fine si decide.»

«Ho una domanda!»

«Lo lasci concludere!». Il magistrato stoppò il maresciallo. «Voglio vedere come va a finire la storiella!»

«Accertata la responsabilità, si presentano diverse opzioni: la più semplice è che siano restituiti i polli. In questo caso può essere sufficiente un semplice richiamo e la comunità definirà come aiutare il responsabile affinché non ripeta la condotta. Se, invece, li avesse già arrostiti…»

«Ospita tutti a cena?». Manganello fece la battuta.

«Concorda il risarcimento del danno per dimostrare il pentimento. Con l’accettazione della parte offesa e della collettività si ha la riconciliazione e il ripristino dell’armonia. Posto che la rifusione non è mai pecuniaria o inflittiva, si va dalla richiesta di scuse, apprezzate molto più di quello che si può immaginare quando sono sincere, alle prestazioni manuali o intellettuali, come tagliare la legna o aiutare i figli a studiare e così via.»

«Che razza di pena è?»

«Ha mai fatto studiare un bambino?» chiesi provocatoriamente.

Manganello esitò.

«E se uno è recidivo?» domandò Pottutto.

«Ovviamente dipende dalla violazione, dalla motivazione e da altri fattori. Sicuramente, però, non è un’aggravante.»

«Se è pluri-recidivo?» si ostinò il maresciallo.

«Perché non un serial killer?» mi stizzii. «Non si fonda una società sulle anomalie. E peraltro, non mi pare che lo Stato riesca a impedirle! L’efferatezza e la malvagità umana non si prevengono. Di sicuro però una società in cui l’individuo sia padrone di se stesso, viva in maniera simbiotica con la natura e si relazioni ai propri simili in modo non artificiale, non conflittuale, non competitivo e senza tornaconto, una società in cui il dominio sia sostituito dalla tolleranza, dall’altruismo, dall’equità, dalla cooperazione, dalla solidarietà, dalla condivisione, sarà sempre meno condizionante della società del dominio…»

«Sì, in un mondo sottosopra!». Pottutto non mi lasciò finire.

«Si chiama underground anche per questo!».

 

NOTE

NOTE

1 – Gerrard Winstanley, La nuova legge di giustizia, 1649.

2 –  F. A Lange citato da Maria Luisa Berneri in Viaggio attraverso Utopia, Tabor Edizioni, 1955.

3 – Aleksandr Berkman, Le prigioni e il crimine, in Anarchia e prigioni, 2014.

4 – Per un approfondimento Hermann Amborn, Il diritto anarchico dei popoli, ivi.

5 – Kropotkin, Le prigioni e la loro influenza morale sui prigionieri, ivi.

6 — Stornelli d’esilio di Pietro Gori, 1895.

7 — “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”- Dante, Purgatorio, XVI, 97.

8 — Thoureau, Walden, ivi.

9 – Emile Armand, Iniziazione individualista anarchica, ivi.

10 – William Godwin, Political Justice, ivi.

11 – Vernon Richards, Life and ideas: the anarchist writing of Errico Malatesta, 2015

12 – Pierre Clastres, Antropologia politica, Ombre Corte Edizioni, 2023.

 

Editing a cura di Costanza Ghezzi

In foto: disegno di Edgar Degas, Il Balletto, 1873

 

29 – L’AUTORITA’ DELLO STATO

Pottutto versò la Coca nella tazza pieghevole. Sorseggiò lentamente. Chiese se ne volevo e disse che l’avrei potuta bere se insieme avessi ingoiato una Mentos. Replicai che un po’ d’acqua sarebbe stata più che sufficiente.

Piegai il bicchiere e feci canestro nel cestino. Il PM lanciò il suo e colpì la signorina Servile sulla cofana cotonata.

Ricominciai a parlare: «Come ho detto, lo Stato è uno strumento di controllo sociale. Non più il solo vista l’imperante massificazione conformista, ma rimane il più pervasivo. Uniforma le condotte con il potere legislativo, diffonde il verbo con quello esecutivo, punisce i non allineati con quello giudiziario. Ma per fare tutto questo occorre che abbia autorità, cioè che al suo imperio corrisponda l’adesione della massa. In altri termini, che essa obbedisca spontaneamente.»

«Non vorrà parlarmi ancora delle elezioni?»

«Mi riferisco a come lo Stato viene percepito dalla collettività» dissi. «La teoria del contratto sociale legalizza il suo imperio, ma le favolette suggestionano se narrano storie semplici, non se usano il linguaggio asfittico del Diritto. I contigiani asserviti hanno così sfruttato un’immagine in cui tutti potessero identificarsi e che sollecitasse i sentimenti, le fragilità, l’emotività più ingenue e infantili. Ecco che lo Stato diventa il genitore premuroso, laborioso, diligente, onesto a cui i figli, cioè i cittadini, devono rispetto, devozione, obbedienza, soggezione.»

«La famosa diligenza del buon padre di famiglia?» proruppe Manganello esaltato.

«Che c’entra? Quella è un’altra cosa!» Pottutto seguì sprezzante.

«Vi spiego cosa intendo con le parole di Randolph Bourne. Egli dice: vi è naturalmente nel sentimento verso lo Stato un vasto elemento di puro misticismo filiale. Il senso di insicurezza, il desiderio di protezione, rimandano al proprio desiderio del padre e della madre con cui sono associati i primissimi sentimenti di protezione. Non è per nulla che il proprio Stato è sempre pensato come un padre o come la Madre Patria, che la propria relazione verso di esso è concepita in termini di affetto familiare. Trattasi di un atteggiamento infantile e primitivo che rende il popolo un gruppo di bambini obbedienti, rispettosi, affidabili, pieni di quella fede ingenua nell’onniscienza e nell’onnipotenza dell’adulto che si prende cura di loro, che impone il suo dolce ma necessario comando su di loro e con il quale essi perdono la loro responsabilità e le loro angosce1

«Come si chiama questo tizio?» chiese il pubblico ministero.

«Bourne!»

«Quello che nei film scappa di continuo?2»

«Questo è Randolph. Quello era Jason!» replicai. «Un genitore giusto, onnisciente, indefettibile, onnipresente, divino, che educa, disciplina e ricompensa. Al quale dobbiamo gratitudine per la vita perché è l’unico che può toglierla, per il nutrimento perché potrebbe lasciarne ancora meno, per l’educazione perché sempre meglio indottrinati che analfabeti e per tutte le altre cose che implicano quella riverenza assoluta per cui niente fuori dallo Stato, al di sopra dello Stato, contro lo Stato. Tutto allo Stato, per lo Stato, entro lo Stato come diceva, guardate un po’, Mussolini.»

«Quanto le piacerà eccedere!». Pottutto stirò la mascella. «Però apprezzo l’immagine. Mi ha fatto pensare alla buon’anima di mio padre… A lei?» chiese a Manganello.

Il maresciallo sospirò con un’espressione da Maddalena del Tiziano3: «Il mio se n’è andato quando ero piccolo!»

«Mi dispiace» dissi sincero.

«Che ha capito?». Gli si arrossarono le guanciotte. «Non è morto. È fuggito con un trans brasiliano!».

Si arrossarono anche le mie e proseguii: «Ma anche al genitore più virtuoso può capitare un figlio disadattato. E così, nonostante l’impegno delle istituzioni, della cultura, della propaganda nel plasmare bravi cittadini per cui lo Stato è giusto e necessario e la libertà è libertà di obbedire, qualche ribelle qua e là rimane. È un fastidio che l’Autorità non può permettersi, e di fronte al quale mette in campo tutto il monopolio della forza

«Finché c’è forza c’è speranza, dice il detto!» ancora il maresciallo.

Sorrisi come si fa ai dementi e continuai: «Se i ribelli sono pochi, lo Stato li tollera per contrapporre il male che essi rappresentano al bene di cui si proclama artefice. Quando poi crescono di numero e minano la sua stabilità comincia la repressione. Senza vergogna usa tutti i mezzi possibili per dissuaderli prima, irreggimentarli poi, eliminarli se necessario. Lo Stato non è altro che un rapporto gerarchico basato su una violenza resa legittima4, diceva Max Weber. Esso impera e via la mattanza! Una violenza manifestata con leggi arbitrarie e liberticide, enfatizzata dalla brutale ferocia dei suoi mastini, conclusa, nel migliore dei casi, con la segregazione in carcere. Violenza arrogante, sadica, legalizzata e perpetrata d’intesa con la massa di vigilanti che disprezza chiunque osi affrancarsi dall’uniformità in cui si nullifica».

«Arrivi al dunque, Dopraho!»

«Non c’è un dunque, perché la prepotenza dello Stato è senza fine». Esito. «Almeno finché le persone non si renderanno conto che esso è una tirannia autolegittimata creata per negare l’individualità».

Sospirai.

Sospirarono anche Pottutto e Manganello e non sembrava per solidarietà.

Non so se per solidarietà o per frustrazione.

«Il che probabilmente non avverrà mai. L’uomo possiede infatti la non invidiabile predisposizione a tollerare, se non sopportare ogni forma di ingiustizia pur di andare a dormire tranquillo e con le chiavi di casa sotto il cuscino. Eppure basterebbe un po’ di sano raziocinio per capire che quel padre è malvagio, violento, sfruttatore, perverso e pervertito, e di amor proprio per fuggire dalle sue grinfie e ricominciare daccapo. Lo Stato è il male assoluto perché niente come la sua tirannia annienta l’individualità. Arbitrariamente si impadronisce della sovranità personale attraverso le istituzioni politiche, legislative, giudiziarie, militari, finanziarie, ecc…, per le quali sono sottratte al popolo la gerenza dei propri affari, la direzione della propria condotta, la cura della propria sicurezza affidandole ad alcuni che, o per usurpazione o per delegazione, si trovano investiti del diritto di far le leggi su tutto e per tutti e di costringere il popolo a rispettarle, servendosi all’uopo della forza di tutti 5».

Pottutto accese la sigaretta. Ne offrì una al maresciallo e insieme soffiarono verso di me.

Mi fecero tenerezza. Erano proprio due bambinoni!

 

NOTE

– 1 Randolph Bourne, La guerra è la salute dello Stato, citato in La società senza Stato a cura di Nicola Ianniello.

– 2 Jason Bourne è il protagonista dell’omonima saga cinematografica spy interpretata da Matt Damon.

– 3 Tiziano Vecellio, Maddalena penitente, 1533.

– 4 Citato in Hermann Amborn, Il diritto anarchico dei popoli senza stato, ivi.

– 5 Errico Malatesta, L’anarchia, ivi.

Editing a cura di Costanza Ghezzi

In foto Egon Schiele, La madre morta

 

 

28- STATO: DEMOCRAZIA DIRETTA CONSENSUALE – SEGUE

 

Feci il punto della situazione: «Ho sottolineato che lo Stato è illegittimo in quanto espropria la sovranità individuale. Ho spiegato perché la democrazia rappresentativa e la regola della maggioranza sono panzane. Aggiungo che l’anarchia non è acrazia poiché una società spogliata da ogni forma gerarchica si sviluppa mediante la partecipazione condivisa al bene comune. Riprenderò l’argomento quando parlerò della comunità. Qui voglio ribadire che l’unico sistema che garantisca il faccia a faccia, l’orizzontalità e la condivisione è la democrazia diretta consensuale. Riunirsi insieme, partecipare, discutere, decidere ricorrendo a organismi decentralizzati come le assemblee, i consigli, i comuni, chiamateli come volete, in cui le determinazioni siano prese all’unanimità.»

«Mi faccia capire: sta parlando di quando vi ritrovate tutti insieme?»

«Esatto!»

«E discutete…?»

«Preciso!»

«E quando discutete indossate una tunica bianca con la medaglia e un cappuccio? Ma non sarete anche voi…?»

«Non siamo massoni!»

«Vabbè, lasciamo perdere i dettagli. Una domanda: ma se tutti decidete, chi decide?»

«Tutti, ovviamente!»

«Suvvia, non scherzi!»

«Nella democrazia diretta unanime tutti partecipano alla deliberazione, tutti votano e non c’è decisione finché l’accordo non è unanime

«Figuriamoci!»

«Anche quando essa richiede maggiori conoscenze tecniche, il parere e il voto dello specialista valgono quanto quelli del manovale. Solo così si può escludere che la maggioranza prevalga sulla minoranza o che si formino pericolose posizioni di dominio all’interno delle assemblee

«Cosa di fatto impossibile!»

«Invece è possibilissimo in un contesto in cui chiunque è consapevole che l’interesse personale si realizza quando si compie quello comune. Vi faccio un esempio: supponiamo che gli abitanti di un quartiere vogliano trasformare una piazza in un bel giardino. Convocano l’assemblea a cui partecipano tutti gli interessati. In fase di discussione parlano i tecnici, i cittadini, ognuno dice la sua. Quando si vota tutti tranne uno sono d’accordo nel realizzare l’opera. Che fare? Tenga presente che se non viene raggiunta l’unanimità la decisione non passa. Tre le soluzioni: la prima è convincere l’oppositore che vivere a contatto con la natura è una scelta estetica, salutare, spirituale che può solo migliorare la sua esistenza. In subordine la comunità può aiutarlo a trovare una dimora alternativa a quella in cui vive…»

«Lo sfrattate?» chiese Manganello sospettoso.

«Nessuno sfratta nessuno!»

«Allora gli espropriate la casa come fanno i comunisti?» intervenne Manganello.

«Non si espropria se non c’è niente da espropriare!»

Mi fissarono come Monna Lisa e non riuscii a fare a meno di sorridere: «Avete ragione!» esitai. «Mi sono dimenticato di informarvi che nella comunità anarchica non c’è proprietà!». E aggiunsi quasi imbarazzato: «E questo vale anche per la casa!»

Pottutto ebbe un mancamento.

Manganello rimase a bocca aperta.

Ebbi come la sensazione che anche la signorina Servile si fosse mossa.

La Sfinge, Sfinge era, Sfinge rimase.

«Poi c’è una terza soluzione» proseguii. «Per conciliare gli interessi della collettività con quelli dell’individuo occorre creare un tipo di comunità flessibile1 in cui sia consentito il diritto di astensione. Non viene quasi mai praticata, ma è una possibilità. Colui che non concorda, infatti, può dichiarare di astenersi dal deliberare. La comunità accetta la sua decisione e la risoluzione non sarà vincolante nei suoi confronti. Peraltro, posto che può sempre cambiare opinione, il suo dissenso non avrà ripercussioni morali o sociali e la sua complicità nell’attività comunitaria non subirà alterazioni» chiosai. «In questo modo, cioè favorendo la continua adesione individuale e applicando le decisioni unanimi, ciascuno è – non viene illuso che sia – attore della vita politica. La partecipazione è attuazione della libertà e dell’eguaglianza. Libertà ed eguaglianza che esistono se l’individuo è autonomo, cioè sceglie ed è responsabile della scelta verso se stesso e gli altri.»

«Anche le elezioni però sono una forma di partecipazione!»

«Il proprio dovere si realizza impegnandosi personalmente. Si compie quotidianamente attraverso la convivenza, la comunità, la solidarietà, la convivialità. Pensate forse che i governanti vi avrebbero lasciato le elezioni se potessero essere utili a fare una rivoluzione?2, diceva Louise Michell. Il cambiamento non si ottiene delegando un partito anziché un altro, ma curando da soli i propri interessi come sosteneva Gustav Landauer, che aggiungeva: il popolo si illude ancora, malgrado secoli di esperienza, che tutto andrebbe meglio se al governo ci fossero altre persone o altri partiti. Invece no, andrebbe peggio, in quanto il popolo si disabitua ulteriormente a intervenire in prima persona e non sa neppure che forma dovrebbero assumere le istituzioni dell’autodeterminazione3

«Mi scoppia la testa con tutte queste citazioni!» grugnì Pottutto.

«Quando sono troppe, sono troppe!» echeggiò Manganello.

«Capisco!» dissi. «Allora ve ne faccio un’altra: la partecipazione diretta è un confronto continuo, un faccia a faccia entusiasmante in cui ciascuno esprime il proprio interesse nel solco del bene comune. È il trionfo della bellezza, di una società di individui liberi di godere della bellezza dell’altro liberamente espressa in una società il cui obbiettivo è il mantenimento di quella condizione essenziale, diceva Piger4. Ma perché ciò avvenga occorre eliminare lo Stato

«Si rende conto che sta vaneggiando?»

«Perché pensa che senza non sarebbero garantiti i servizi sanitari o l’istruzione o che nessuno riparerebbe le strade?»

«Per la verità pensavo a me. Che ne sarà dei dipendenti pubblici?»

«E delle forze dell’ordine?». Anche Manganello sembrò preoccupato.

«Non so come sarà la società anarchica e che fine faranno i numerosi vampiri attaccati alle istituzioni. Di sicuro non esisterà una soluzione unica e le scelte dipenderanno da un insieme di variabili spazio-temporali, sociali, ambientali che dovranno essere analizzate al momento opportuno. Posso dire però che se domattina ci svegliassimo con lo Stato che si è dissolto, la varietà di anarchismi offrirebbe una pluralità di opportunità. Per cui, state sicuri, una sistemazione verrebbe trovata anche a voi!»

«Meno male!». Pottutto e Manganello si alzarono per sancire l’accordo con una stretta di mano.

«Sarà divertente scoprire quale!» aggiunsi sarcastico mentre la sfilavo. «Detto questo» ripresi, «per conseguire un reale cambiamento è imprescindibile l’abbattimento dello Stato. Perché esso è il principale strumento, benché non l’unico, con cui il Potere esercita il suo dominio sull’individuo. Sapete cosa diceva Bakunin a proposito?»

«Non è che me ne freghi tutto sto…!»

«Vuole una confessione completa o no?». Ottenuta la loro attenzione: «Bakunin diceva che Nessuno Stato, per quanto democratiche siano le sue forme, sarà mai in grado di dare al popolo quello che vuole… perché ogni Stato, sia pure il più repubblicano e il più democratico, anche lo Stato pseudo popolare creato dal signor Marx, non rappresenta in sostanza nient’altro che il governo della massa dall’alto in basso da parte di una minoranza intellettuale… per le classi proprietarie e di governo è quindi assolutamente impossibile soddisfare le rivendicazioni del popolo, per cui resta solo un mezzo, la violenza di Stato, in una parola, lo Stato perché lo Stato significa precisamente violenza. La dominazione mediante la violenza, quanto possibile mascherata, se assolutamente indispensabile sfrontata e pura5».

«A proposito di violenza…» Manganello a Pottutto. «Una telefonatina al nostro Sevizia la farei!»

«Non dica sciocchezze!», gli rispose il PM. «Se non ha fatto un nome fino ad adesso, si figuri quando non sarà in grado di parlare!».

NOTE

 

– 1 Z. Bauman, Voglia di comunità, Laterza, 2001.

– 2 Louise Michel, Presa di possesso, ivi.

– 3 Gustav Landauer, La comunità anarchica, ivi.

– 4 Gaston Piger, Signorina anarchia, ivi.

– 5 Michael Bakunin, Stato e anarchia, Feltrinelli, 1873.

 

Editing a Cura di Costanza Ghezzi

Disegno: Martin Zanollo, Intuition, 2023

 

 

26 – STATO – LA FARSA DELL’AGIRE IN NOME DEL POPOLO SOVRANO

 

«Probabilmente ha ragione: non fossimo in democrazia il boia avrebbe già raccatto la mia testa. L’ipocrisia si manifesta sempre con un’apparente moralità! Tuttavia, ciò non cambia l’evidenza che lo Stato sia dispotico perché si impone attraverso la sottomissione e costringe all’obbedienza con la coartazione. Né può valere a suo favore, cioè a garanzia della democraticità del sistema, la presenza delle elezioni.»

«Vuole negare anche quelle?»

«Che il sistema sia elettorale proporzionale, maggioritario, uninominale, plurinominale, a turno doppio, unico, o con pescaggio dei numeri tipo tombola, le elezioni sono una farsa. L’elettore non decide niente perché i candidati sono imposti dai partiti. Una volta eletti, essi dispongono di un mandato in bianco in virtù del quale possono fare quello che vogliono. Una libertà assoluta e incontrollata, dimostrata dalle infinite volte in cui ne abusano o violano impunemente il programma elettorale. Il loro obiettivo non è il bene del cittadino, a cui solo in prossimità delle elezioni fingono di interessarsi, ma il proprio, cioè conservare più a lungo possibile i privilegi, e quello delle caste che devono proteggere, cioè delle forze economico-finanziarie che ne legittimano la sopravvivenza.»

«Che qualunquismo!»

«Qualunquismo e complottismo sono termini utilizzati da chi non sa come replicare alle critiche!» rilevai.

«Ma certo che so replicare!»

«Prego!».

Pottutto manipolò così violentemente la pallina che gli schizzò via.

 «Come si permette. Mica sono io l’interrogato!» sbottò.

Proseguii: «Sulle elezioni torno a breve. Adesso mi interessa parlare dell’altra illusione su cui si fonda la democrazia: che il potere sia esercitato in nome del popolo. In realtà popolo è una parola retorica dal contenuto inconsistente. Chi è il popolo? Dove sta il popolo? Cosa fa il popolo? Il popolo è quello che acclamava Mussolini affacciato al balcone di Piazza Venezia o il corteo bersagliato da lacrimogeni e caricato in via Tolemaide? Il popolo è quello che accoglie gli immigrati o quello inneggia sui social all’inabissamento delle carrette? Il popolo è quello che tace e acconsente o che si ribella? Il popolo è quello manipolato dai media o la massa che dubita? Il popolo non esiste! È un concetto manipolatorio che uccide l’individuo, l’unico vero titolare di sovranità in quanto dotato di pensiero e azione.»

«Il popolo siamo noi!» cinguettò Pottutto roteando il dito.

«Noi?» chiesi.

«Noi, noi!» indicò anche me.

«Adesso è lei che si prende troppe confidenze!» replicai. «Il termine popolo unisce i sempliciotti nell’identità del branco che obbedisce al maschio alfa. È una regola vecchia come il creato di cui il potere ha sempre fatto buon uso, qualunque fosse la forma di governo. Democrazia e tirannia rappresentano la stessa autorità con la differenza che quest’ultima opera in maniera esplicita, senza bisogno di nascondere la violenza e inorgogliendosi del suo abuso, la prima è più infida in quanto sfrutta l’illusione del benessere e la veemenza della manipolazione e del conformismo, riservando la prepotenza bruta alle sole situazioni emergenziali. Per avere un’idea di come subdolamente ottiene l’adesione, basta leggere l’arguta opera di Etienne de La Boétie… Lo facciamo insieme?»

«Adesso?»

«No, fra un paio d’anni!» ironizzai. «Non sono dunque gli squadroni di cavalieri, non sono le schiere di fanti, non sono le armi a difendere il tiranno. A prima vista non ci si crede, ma è davvero così: sono sempre quattro o cinque che mantengono il tiranno, quattro o cinque che gli tengono l’intero paese in servitù… perché si erano fatti avanti da sé, o perché era stato lui a chiamarli, per farne i complici delle sue crudeltà, i compagni dei suoi piaceri, i ruffiani delle sue voluttà, i soci nello spartirsi il frutto delle sue rapine… Quei sei hanno poi sotto di loro seicento approfittatori, e questi seicento fanno ai sei quel che i sei fanno al tiranno. Questi seicento ne tengono poi sotto seimila, a cui hanno fatto fare carriera, affidandogli il governo delle province, o l’amministrazione ella spesa pubblica, per avere mano libera, al momento opportuno, in avarizia e crudeltà, compiendo nefandezze tali da poter resistere soltanto nella loro ombra, riuscendo cioè solo grazie a costoro a sfuggire leggi e sentenze».

Ripresi dopo una pausa: «Grande è poi la schiera che viene dopo, e chi volesse divertirsi a districare questa rete non ne vedrà seimila, bensì centomila, milioni, stare attaccati al tiranno con questa corda… si arriva insomma al punto che il numero di persone a cui la tirannia sembra vantaggiosa risulta uguale a quello di chi preferirebbe la libertà… Così, non appena un re si proclama tiranno, tutto il peggio, tutta la feccia del regno… gli si ammassa intorno e lo sostiene per avere la propria parte di bottino e per diventare così, sotto il grande tiranno, a loro volta dei piccoli tiranni1».

Restituii il foglio.

«Questa è la strategia con cui il Potere mantiene l’ordine secondo il giovanissimo Etienne. Tale è il metodo col quale ancora oggi esso accresce i propri profitti avvalendosi dei ruffiani della voluttà, quella schiera di malvagi approfittatori che si nascondono nella legalità per consolidare la gerarchia. Benpensanti biasimevoli e vili disposti a danzare sulle ceneri dell’umanità pur di poggiare la testa su guanciali pieni di soldi.»

«Mi perdoni» intervenne Pottutto. «Prima ha detto che lo stato è violento, ora sembra negarlo. Si decida!»

«Prima ho detto che crea ordine con l’oppressione e lo mantiene con l’intimidazione. Adesso ho aggiunto che è un dissimulatore corruttore e corrotto… Niente di nuovo!» precisai. «Tutti lo sanno e tutti lo accettano perché sperano prima o poi di essere invitati al banchetto.»

«Prego, maresciallo!» disse il magistrato a Manganello che aveva sollevato la mano per fare una domanda.

«Ecco… sì, volevo sapere se può…» farfugliò. «Non ho mica capito!»

«Allora le cito qualcosa di più moderno che, grosso modo, afferma le solite cose» ripresi. «Presente il discorso di Totò allo psichiatra nel film Siamo uomini o caporali

«Si stava meglio quando si stava peggio?»

«Esatto, proprio quello!» confermai sollevando il pollice. «Totò dice che l’umanità si divide in due categorie di persone: gli uomini e i caporali. Gli uomini sono la maggioranza, i caporali la minoranza. Cito a memoria: Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama. I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l’autorità, l’abilità o l’intelligenza, ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il pover’uomo qualunque”. Perché “caporali si nasce non si diventa!”3».

Guardai Pottutto negli occhi: «Dopo le parole del maestro, cos’altro potrei aggiungere?».

NOTE

– 1 Piero Calamandrei, Lo Stato siamo noi, 1955: “desistenza” è un termine usato da Calamandrei in opposizione a resistenza. Mentre quest’ultima è impegno e attivismo, la prima è passività e rassegnazione.

– 2 Etienne De La Boétie, Discorsi sulla servitù volontaria, 1576.

– 3 Siamo uomini o caporali, film, 1955.

 

Editing a cura di Costanza Ghezzi

Disegno: Pippo Rizzo, In Marcia, 1920

 

25- STATO – CONTRATTO SOCIALE

 

«Facciamo un break?» disse Pottutto dopo essersi stirato come uno scimpanzé.

«Non vedevo l’ora!». Manganello si alzò trionfante.

«Parlavo di me. Lei controlli gli appunti!»

«Non si preoccupi dottore, Non scappano!». Il maresciallo batté vigorosamente la mano sul blocco.

Il PM lo fulminò. Poi con disincanto tirò fuori dalla tasca della giacca una tazzina di caffè fumante. Lo sorseggiò lentamente chiudendo gli occhi. Si rimise a sedere. Pulì le lenti degli occhiali. «Splendido!» proruppe. «Dov’eravamo rimasti?»

«Allo Stato» dissi.

«Quale stato?»

«Lo Stato!»

«Sì, ho capito, ma quale stato: solido, liquido, aeriforme… Scherzo!». Evidentemente la pausa gli aveva risollevato l’umore. «Come sempre mi raccomando…»

«Dieci minuti?»

«Cinque!»

«Nove!»

«Sei!»

«Sette e accordo fatto!». Sputai nella mano e gliela porsi.

Sputò nella sua e me la strinse.

«Il più grande impedimento all’essere se stessi è lo Stato. Ma cos’è lo Stato?» domandai enfaticamente. «Per Benjamin Tucker Stato è “una parola sulla bocca di tutti, ma quanti di coloro che la usano hanno un’idea di quel che intendono?” Ve lo dico io. Nessuno. E sapete perché? Perché lo Stato non esiste

«Come non esiste?» gorgogliò Manganello. «E chi ci paga lo stipendio?»

«Forse ha ragione». Pottutto tergiversò. «Ha mai visto il signor Stato?»

«Esso infatti è un’entità astratta, impersonale e invisibile che agisce attraverso le istituzioni, gli apparati, l’amministrazione e ogni forma di potere con cui ci interfacciamo e contro cui sovente ci scontriamo. Non c’è una definizione giuridica precisa. Si può però dire che un consesso sociale può autogestirsi, prevendendo l’etica partecipazione di tutti alle sue decisioni, oppure crea strutture che lo disciplinino dall’alto perché chi è in basso è stato educato a pensare di non esserne capace. Lo Stato si può pertanto definire come la forma politico-organizzativa che un gruppo sociale stabilisce per la gestione della cosa comune.»

«E fin qui non mi pare abbia fornito un contributo rilevante alla scienza giuridica!» obiettò Pottutto.

Ignorai il sarcasmo: «Individuata la forma politica, compito di giuristi e filosofi cortigiani è darne una parvenza di ragionevolezza. E se al tempo del monarca assoluto si evocava l’intercessione divina, con lo Stato-nazione il razionalismo illuminista ha giustificato la sua assolutezza attraverso forse il più bell’esempio di fantasia applicata al potere: la teoria del contratto sociale. Una credenza ormai talmente radicata nella coscienza collettiva che ancora oggi viene menzionata dalla dottrina come principio supremo dei sistemi giuridici moderni.»

«La conosco!». Pottutto si esaltò.

«Ottimo. Allora non c’è bisogno che la spieghi!»

«Però non la ricordo!». E a Manganello: «Immagino non sappia neanche di cosa stiamo parlando, vero?»

«E invece sì!». Il maresciallo replicò infastidito. «È quella teoria in cui si stabilisce che le persone si mettono d’accordo per creare un qualcosa…». Qui esitò, «un qualcosa in cui tutti siano d’accordo. Perché è meglio andare d’accordo che litigare. No?».

Il magistrato lo fissò in attesa che si smaterializzasse.

«La teoria del contratto sociale sembra una barzelletta perché tutti, anche i più sempliciotti, soprattutto i più sempliciotti, devono interiorizzarla: l’uomo se abbandonato a se stesso è una bestia stupida e cattiva, quindi ha bisogno di qualcuno che gli dica cosa fare. Questo il principio che si articola in due principali orientamenti: da una parte abbiamo Hobbes, per il quale gli uomini sono brutti, sporchi e cattivi e, se liberi di agire, sanno solo divorarsi gli uni con gli altri. Per cui è necessario che rinuncino alla libertà individuale per conferire al Leviatano il potere di mantenere l’ordine.»

«Esatto. Proprio come ricordavo!». Pottutto proferì convinto. «Poi c’è… Cok o qualcosa di simile, vero?»

«Esatto» dissi. «Il famoso uovo alla coque!» lo dileggiai. «Si chiama Locke. Ricorda?»

«Assolutamente!»

«Vuole parlarcene?»

«È lei il divulgatore, io sono il PM. Rispettiamo i ruoli, per cortesia!»

«Locke sostiene che gli uomini senza legge non sono così male. Sono liberi, uguali, vivono in armonia con la natura e, addirittura, riconoscono, rispettano e tutelano i diritti inviolabili in maniera spontanea. Peccato non siano affidabili. E così anche Locke, che tanto bene era partito, regredisce a sua volta sulla necessità che gli individui si uniscano in una società e che essa deleghi al Principe il potere di imporre e mantenere l’ordine.»

«Un altro Leviatano?»

«Non proprio. Se per Hobbes esso implica un dominio verticistico, dall’alto verso il basso, come può essere il potere di un re, Locke afferma che la società permane anche quando il Principe diventa tiranno o si dissolve. Quindi il Potere è orizzontale.»

«Orizzontale, verticale… in diagonale non c’è niente?» crocchiò Manganello sfrontato.

«Di fatto la teoria del contratto sociale che cementa i nostri sistemi giuridici è puro catechismo, di cui ha il tono e il linguaggio dogmatico, come asseriva Camus2. Si fonda, infatti, su una delega che non esiste. Nessuno ha mai trasferito la propria autodeterminazione al popolo o al governo, nessuno ha mai accettato di rinunciare alla propria identità. Per questo, come diceva Spooner, lo Stato è illegittimo e opera come un bandito di strada che intima alle persone o la borsa o la vita

«Bella questa!»

«Rende l’idea, vero?» dissi. «La teoria del contratto sociale è una superstizione di cui la Costituzione è il simbolo sacro a cui tutti devono prostrarsi. Un dio dei filosofi e degli avvocati surrogato del dio dei sacerdoti, rispetto al quale, però, è molto più autoritario. Infatti, se all’Assoluto si può rifiutare devozione e poi si starà a vedere cosa succede, allo Stato si obbedisce necessariamente per dovere di nascita. È quindi un tiranno con il quale dobbiamo difenderci quotidianamente per salvaguardare la nostra identità. A tal proposito non concordo con Spencer1 quando diceva…»

«Bud Spencer?». Manganello si illuminò.

«No!» dissi. «Benché entrambi detestino gli arroganti!»

«Quello del darwinismo sociale, maresciallo!» notò Pottutto con aria sapiente.

«Proprio lui!» confermai. «Anche se, dopo anni trascorsi a smascherare le vergogne del potere, credo odierebbe chi lo ricorda per una teoria sviluppata in età senile!» sorrisi. «Anche Spencer3 criticava l’imperio statalista, ma non lo escludeva. Proponeva, infatti, di limitare le sue funzioni alla sola sicurezza interna ed esterna e all’amministrazione della giustizia» dissi. «A mio giudizio, neanche la minarchia gli compete. Perché nessuno gli ha conferito l’autorità. Se l’è presa. Ce l’ha estorta e la impone con strafottenza. La verità è che lo Stato è una menzogna spregevole che fa leva sulla buona fede dei sempliciotti: si professa etico in sé pur fondando il suo dominio su un presupposto ingannevole, la delega appunto, peraltro antitetico alla nostra essenza primigenia, che è quella di decidere personalmente. E poiché la legge umana non ha alcuna validità se contraria alla legge di natura, come diceva Blackstone4, è corretto affermare che sia un diritto universale non rispettarla

«Però è grazie alle leggi se lei può parlare anziché essere su un patibolo!»

«Il patibolo ci vorrebbe per questi… il patibolo!» echeggiò Manganello.

NOTE

– 1 Spencer era un giornalista politico dell’Economist quando nel 1853 riceve l’eredità per la morte dello zio che gli consentì di dedicarsi a tempo pieno allo studio che lo porterà a scrivere i volumi di A System of synthetic philosophy.

– 2 Albert Camus, L’uomo in rivolta, Adelphi, 1951.

– 3 Herbert Spencer, The man versus the states, 1884.

– 4 William Blackstone, Commentaries on the laws of England, 1765.

 

Editing a cura di Costanza Ghezzi

 

15 – Bene comune dello Stato vs bene comune dell’anarchia

N 15

«Ho detto che l’anarchia ha come fine il bene comune. Ma attenzione, anche lo Stato dichiara di voler realizzare il bene comune. E lo fa avvalendosi dei suoi mestieranti più agguerriti. Quando i vari politici, giornalisti, burocrati, scosciate, scrittori, artisti, prostituiti vari e tutti coloro che altrimenti dovrebbero lavorare evocano il bene pubblico come fine perseguito dallo Stato, mentono sapendo di mentire.»

«Ora non mi faccia la solita morale!»

«È un rischio che si corre sempre quando si disprezza!» replicai. «L’esempio è il legalismo imperante: fatua adorazione del sacro paganizzato! Peccato che lo Stato di divino abbia ben poco, visto che con la legge fa il proprio interesse, realizza il proprio profitto, legittima il proprio bene. E non mi riferisco solo allo Stato dei gentiluomini che lo governano, dei burocrati che ne consentono la conservazione o delle canaglie che se ne servono, ma a quello proprio dell’ordinamento stesso che si concretizza nell’assolutezza morale e materiale indispensabile alla perpetuazione di se stesso.»

«Molto qualunquista!»

«Il potere è reazionario per definizione. Lo dimostra il fatto che tanti di quei dei diritti civili che attribuiamo alla politica illuminata sono stati conquistati attraverso una massiccia contestazione extra-istituzionale sotto forma di sommosse, attacchi alla proprietà, dimostrazioni violente, espropri, incendi, sfide aperte, minaccia ai poteri costituiti1. Quando la politica legifera simulando un qualche interesse verso il popolo è solo per circoscrivere il malessere sociale che pregiudicherebbe la sua stabilità, oppure per riattizzare il capitalismo, che altrimenti stagnerebbe o regredirebbe. Sempre la stessa storia: captato il disagio, la politica lo argina aumentando o definendo nuove forme di controllo sociale!». Feci una pausa per ripartire con slancio: «Ditemi una cosa che lo Stato fa per i cittadini di sua iniziativa?».

Mentre il PM si lisciava la barba, «Le strade!» esclamò il maresciallo.

«Ma se l’altro giorno è venuto a prendermi perché un cratere mi aveva sfasciato la ruota dell’auto!» lo riprese Pottutto.

«Allora la sanità!»

«Lasci perdere!». Stavolta Pottutto si strappò un ciuffo dalla basetta: «Piscio saette da tre settimane e quei bastardi mi hanno fissato l’urologo fra nove mesi!»

«Ha provato con gli ortaggi? Sono pieni di vitamine… E se dico la scuola?». Di nuovo il maresciallo.

«Sulla scuola, potrei anche darle ragione» dissi. «Come luogo di addestramento all’obbedienza è assai efficiente!»

«Faccia poco lo spiritoso!» mi redarguì Pottutto.

«Esatto. Faccia poco lo spiritoso!» ripeté Manganello.

«Non mi avete ancora risposto!» sogghignai.

Ci pensarono.

«La giustizia!». Pottutto si accese.

«Se i magistrati fossero tutti come lei!» ironizzai.

Mi dette ragione.

«Ci sono: il Papa!». Di nuovo Manganello.

«Sta in un altro Stato!» lo corresse Pottutto.

«Come dottore, hanno spostato Roma?»

«Manganello, mi faccia una cortesia: si limiti a prendere appunti!».

E a me: «Adesso basta!» ruggì. «Se volevo rispondere alle domande a trabocchetto andavo al Quiz Show!»

«Ha ragione» dissi. «L’importante è che sia chiaro che il bene pubblico di cui tutti si riempiono la bocca fa solo l’interesse di chi sta lassù…». Puntai il dito verso l’alto.

«Persecuzio?» chiese il pubblico ministero allarmato.

«Che c’entra il procurato capo?»

«È nell’ufficio proprio sopra di noi!»

«Il bene comune di cui parla l’anarchia, invece, tiene conto delle personalità, degli interessi, delle aspirazioni reali di ogni individuo. Sorge dal basso e si sviluppa con la condivisione, l’unione delle singole aspirazioni per uno scopo condiviso: la comunità di egoisti, o più semplicemente comune, gruppo, clan, associazione, agglomerato, soviet addirittura. Qualunque struttura organizzata in maniera autonoma, antigerarchica e autogestita2, dove le persone si uniscono per condividere un obiettivo. Ed è con questa comunità partecipata che l’anarchia realizza la sua etica».

Potutto emise una smorfia poco convinta. «Qualcosa non quadra». Inforcò gli occhiali e lesse gli appunti: «Parla prima di individualità, poi di comunità. Ma se io sto bene per conto mio perché devo condividere con gli altri?»

«Ciascuno è libero di fare quello che vuole e nessuno può e deve ostacolarlo. Se a lei piace vivere un’esistenza ascetica è una sua scelta. Posso non condividerla perché credo che l’isolamento sia pur sempre una condizione transitoria, se non estintiva. Anche quando è una fuga necessaria, arriva il momento in cui l’individuo deve relazionarsi e allora la questione si porrà nuovamente e forse in maniera più esasperata perché avrà perso l’abitudine alla convivialità. Ciò detto, se lo spirito comunitario fosse imposto dall’alto sarebbe l’ennesimo dispotismo. Le faccio l’esempio del Kibbuz, quel modello di società cooperativa ebraica i cui membri si impegnavano a realizzare pratiche anarchiche come limitare l’autorità, abolire le gerarchie, favorire la partecipazione diretta. La regola era che i bambini venissero sottratti alle famiglie biologiche fin da piccoli affinché la comunità provvedesse alla loro educazione. In questo modo crescevano come essa voleva, acquisendone i principi e i valori. Principi e valori che, a prescindere dalla loro giustezza, erano pur sempre imposti dal gruppo sociale, pertanto non scelti. Pur partendo da premesse libertarie quindi, i suoi seguaci utilizzavano un metodo che non aveva niente a che vedere con la naturalità e la spontaneità. E senza naturalità e spontaneità, cioè senza una scelta libera, dove per libera intendo che porti a una personalità cosciente, non si realizza l’etica anarchica. Per questo l’anarchia non impone modelli. Al massimo spiega e consiglia affinché ciascuno scelga consapevolmente la propria via. Come diceva Ghandi: “la morale non sta nel seguire una strada già battuta, ma nel scegliere la propria e percorrerla senza paura”».

«Dopo Ghandi manca Einstein e poi li ha citati tutti!». Pottutto sghignazzò soddisfatto per la battuta. Poi cambiò intensità: «Le ricordo che ancora non mi ha dato un nome!»

«Non si agiti, abbiamo appena cominciato!».

 

NOTE:

 

1 – James Scott, Elogio dell’anarchismo, Elèuthera edizioni, 2014.

 

2 – Colin Ward, Anarchia un approccio essenziale, Elèuthera edizioni, 2014.

 

Editing a cura di Costanza Ghezzi– www.costanzaghezzi.com

Immagine: Giacomo Balla, Motocicletta, 1913.

2- Autorità e potere

«Prima di cominciare, vorrei informarvi di un piccolissimo dettaglio» proferii senza enfasi.

Il pubblico ministero mi invitò a proseguire con un gesto fiacco della mano.

Schiarii la voce. Il cuore batteva forte perché era una vita che sognavo di dire quello che stavo per dire. Tante volte ero stato sul punto di farlo: scontri di piazza, posti di blocco, occupazioni, reati vari, ma mai la soddisfazione di un pestaggio, di un arresto, di un banale fermo, di un mediocre controllo delle generalità per poter affermare: «dichiaro di non riconoscere l’autorità dello Stato. Sono quindi vostro prigioniero politico!».

A parte gli occhiali del pubblico ministero scivolati dalla gobba del naso fin sulla punta, non un movimento dei muscoli facciali, non un respiro, una scintilla in quegli occhietti di triglia che guarda dalla cesta. Forse solo le occhiaie segnalarono il colpo, tinteggiandosi di un cupo color catrame, prima erano marrone castagno, sicuramente più in tono con il grigio tortora della sua pelle. Il commissario, invece, rimase com’era, con la mano incastrata nel doppio mento, un occhio aperto uno chiuso, bocca allentata da cui scivolava la pallina rosa di chewing gum. La segretaria finse di cercare qualcosa nella borsetta. L’agente davanti alla porta Sfinge era, Sfinge rimase.

Non che mi aspettassi folle in subbuglio, dichiarazioni di guerra gridate dal balcone di Palazzo Venezia o l’ingresso di Mastro Titta1, una maggiore partecipazione, però, direi proprio di sì!

Ricordo d’aver pensato: wow, tutto qui? E adesso che faccio?

Improvvisamente il tempo ripartì: «Splendido!» Il pubblico ministero ricominciò a impastare la pallina di pongo. «Quindi, se non ho capito male, noi potremmo anche andare via!». Si rivolse beffardamente al commissario.

Manganello implose in un asfittico: «E dove andiamo?»

«Ma dove vuole andare, Manganello!». Guardò me: «Verbalizziamo quello che ci ha detto, o basta che lo teniamo a mente?». Guardò il compare: «Lei cosa consiglia?». Tornò a me: «Che si fa in questi casi?»

«Non so» esitai. «In teoria, se non riconosco l’autorità della legge, non ho violato alcuna legge. Per cui potrei anche andarmene…». E poiché nessuno replicava: «Me ne vado?».

Il volto di Pottutto avvinazzò a chiazze: «Mi faccia capire: se non riconosce l’autorità dello Stato, suppongo non riconosca neanche la mia…»

«Beh, direi proprio di no!»

«Non sia così drastico, Dopraho. Ci pensi bene. Ho studiato fino a trentasei anni per essere qui. Potrei offendermi!».

Meditai sollevando lo sguardo: «Ci ho pensato. No!»

«Quella del commissario?»

«Assolutamente!»

«E perché mai?»

«Vuole che glielo spieghi?». Per un attimo mi sembrò di tornare all’esame di diritto penale, quando il professore chiese la differenza fra dolo specifico e dolo generico e io avrei voluto ripetergli tutto il Mantovani a memoria.

«Vede dottore» farfugliai. «Se me lo consente, partirei dal principio…»

«Adamo ed Eva?»

«No, la differenza fra autorità e potere… Diciamo così: c’è l’autorità e c’è il potere. L’autorità è un attributo, assegnato dalle tradizioni, dagli usi, dalla morale o dalla legge, che conferisce capacità a una persona, a un ente, a qualunque cosa di agire. In una parola: autorevolezza. Autorità, da augere, cioè innalzare, elevare. Se esercitata implica un’influenza, diretta o indiretta, assoluta o parziale, un’obbedienza passiva, che non esige spiegazioni.»

«Tipo la mia?» chiese Pottutto tronfio.

«Tipo la sua!» asserii. «E sa che ogni volta in cui mi trovo davanti a persone del suo calibro, penso sempre a Chomsky quando si chiede se l’anarchismo può accettare un’autorità eretta su fondamenta razionali?»

«Che domanda intelligente!» esclamò Pottutto, lisciandosi la barba. «E che risposta si è dato?»

«Certo che sì! Purché l’autorità non si trasformi in dominio. Un genitore, ad esempio. Lo assecondo, lo rispetto, da lui imparo. La mia ragione accetta la sua autorità. Ma il mio volere, che non è fatto di solo raziocinio e fortunatamente prende con le molle il buon senso, di fronte al suo ordine di non mangiare la Nutella…»

«Anch’io la sera ne mangio sempre una cucchiaiata di nascosto da mia moglie!» intervenne Manganello senza che nessuno l’avesse interpellato.

«Anche due!» rinforzò Pottutto con inflessione deridente. «Perché di nascosto?» aggiunse.

«Perché lei, più che l’autorità, c’ha il sadismo dentro!».

Ripresi a parlare: «Chi ha autorità possiede anche il potere, cioè la capacità di fare, di compiere le azioni che da essa derivano e che la esplicano. Prendiamo lei. Possiede sicuramente un’autorità, conferita dall’ordinamento e dilatata dalla devozione pubblica, che le attribuisce il potere di interrogarmi, incarcerarmi, in teoria anche farmi torturare. Mi segue?»

«Come no?» assentì. «Che diceva del torturare?»

«Dicevo che lei è una persona di potere…»

«Così mi lusinga!»

«Davvero!». Aggiunsi: «E non è da tutti! Robert Paul Wolff affermava che, se un ladro mi punta una pistola per derubarmi, io gli consegno i soldi perché riconosco in lui un potere – aggiungo intimidatorio – che mi induce a obbedire. Difficile, però, che possa riconoscergli l’autorità2». Sorrisi: «Anche se mi guarderei bene dal riferirglielo!»

«Eh, già!» convenne Manganello.

Proseguii: «In teoria il potere può essere convenzionale o arbitrario. Convenzionale quando viene esercitato legittimamente. Arbitrario quando è abusivo. Di fatto, però, può capitare, anzi spesso capita, che la norma o la morale o le tradizioni autorizzino pratiche ingiuste, oggettivamente ingiuste, semplicemente perché è utile al sistema, cioè alla loro conservazione. L’esempio classico è la schiavitù di cui parla Henry David Thoreau in Disobbedienza Civile3

«Non conosco. Quindi?»

«Quindi il potere diventa dominio ogni volta in cui si manifesta come arbitrio, cioè come esercizio di una potestà incontrastata. Presente quando Alberto Sordi, ne Il Marchese del Grillo, dice ai galantuomini: “Perché io so io e voi non siete un cazzo”4?».

Manganello frinì una risata trattenuta: «Troppo divertente Alberto Sordi!»

«Manganello, non sia banale!». Il PM lo riprese: «Vuole mettere Gian Maria Volonté?»

«E perché, la mimica di Nino Manfredi?» partecipai.

«Siamo mica qui per parlare di cinema?». Pottutto alzò la voce. «In base al suo ragionamento, io posserrei… possiderei… possetterei… avrei sia autorità, che potere, che dominio…». Sogghignò poi al fido scudiero: «Gliel’ho detto che possiamo fare quello che vogliamo!»

«Ecco perché quando portiamo i ragazzi nei sotterranei e poi diciamo che sono caduti dalle scale nessuno dice niente!» esclamò il commissario.

«Perché quando gli mettete la droga nella tasche?». Pottutto ammiccò un occhiolino.

«E quando lei falsifica i verbali?». Manganello replicò a tono.

«Manganello, non vorrà svelare tutti i nostri segreti!». Il PM s’irrigidì. Poi tornò a me: «Scommetto un mese del suo internamento che c’è un “ma”!»

«E’ una fortuna avere davanti un PM così sagace!» lo adulai.

«Dica dica, sono proprio curioso!».

«Poiché il confine fra l’auctoritas, cioè il potere di fare, e la potestas, cioè il potere su qualcosa, è molto labile, è facile si generino abusi, prevaricazioni, servitù, violenze. Per questo gli anarchici desiderano un mondo senza autorità, cioè potere, quindi dominio, coercizione, oppressione. E cosa rappresenta più di altri questo arbitrio?».

Pottutto fece labbrino. Manganello finse di rileggere gli appunti.

«Vi do un indizio: Stirner lo chiamava fantasma

«Stine? Conosce anche lei Stine?». Il commissario sobbalzò sulla poltrona.

«Chi è Stiner?». Il pubblico ministero domandò a Manganello.

«Stine, l’albanese arrestato ieri per violenza sessuale!». E con occhietti dolci: «A proposito, dopo che gli ho strappato i molari, ha confessato!»

«Stirner, con la erre!» precisai. «È un filosofo dell’ottocento autore del libro l’Unico e la sua proprietà. Un testo fondamentale per l’anarchismo5».

I due replicarono con la faccia inequivocabile dell’ignoranza.

«Stirner definiva lo Stato un fantasma… Certo, dal XIX secolo la società è molto cambiata. Dopo la Seconda guerra mondiale, ad esempio, il post-modernismo, Foucault in particolare, ha dimostrato che il potere non è solo statale, ma si manifesta in tutte le relazioni quotidiane, come l’educazione, la sanità, il governo, che operano fra loro realizzando governamentalità molteplici6. Ciò nonostante, l’abuso istituzionalizzato rappresenta, oggi più di prima, la sublimazione delle quotidiane prevaricazioni, legittimandole. Per questo l’anarchico era e sarà sempre un nemico dell’autorità pubblica. Mi spiace dottore, ma per gli anarchici non esiste alcuna sovranità al di sopra della propria!».

«Questo è un bel problema!» Pottutto bofonchiò, poi riprese a manipolare la pallina di pongo.

 

NOTE

*1 Mastro Titta, all’anagrafe Giovanni Battista Bugatti (1779-1869), famoso boia dello Stato Pontificio.

*2 Robert Paul Wolff, In difesa dell’anarchia, 1999.

*3 Hanry David Thoureau, Disobbedienza civile, 1848

*4 Il Marchese del Grillo, film con Alberto Sordi, 1981.

*5 Max Stirner, L’unico e la Proprietà, 1844.

*6 Michel Foucault, L’etica della cura di sé come pratica della libertà, intervista del 20.1.1984, in M Foucault, Antologia.

 

 

IMMAGINE: Pablo Picasso, Guernica, 1937

A cura di Costanza Ghezzi- Thàlia Servizi Editoriali, www.costanzaghezzi.com, costanzaghezzi@gmail.com