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48 – COMUNITÀ, GLI ACCORDI – segue

«Sul federalismo non ho altro da aggiungere!» dissi.

«Sento i colleghi per sapere a che punto è l’agente Sevizia?» propose Manganello.

«Splendido!». Il PM si eccitò. E a me: «Sarà bello fare l’alba insieme!».

Il maresciallo recuperò il telefono di servizio: «Pronto collega? Buona sera a lei, agente Sventro. Può dirmi com’è messo Sevizia?… So anch’io che è alto, grosso e fa paura. Intendevo a che punto è col cinese?… Ottimo!». Si rivolse a noi col pollice sollevato. «Gli riferisca che lo attendiamo trepidanti!». Riattaccò. «Sta arrivando. Contento?», a me.

«Ho la ciccia di gallina!». Mostrai l’avambraccio. «Posso prima finire il discorso sulla comunità?»

«Ancora?»

«Se vuole parlo di scissione nucleare… Allora la scissione nucleare è quel processo di disintegrazione in cui nuclei di uranio o torio vengono bombardati con neuroni e…»

«Non faccia il simpatico e prosegua con l’anarchia!»

Lo assecondai: «Diceva Comte che una società può essere statica se mantiene l’ordine attraverso leggi di organizzazione, come nelle nostre democrazie dove col pretesto della sicurezza il Potere disciplina la massa, oppure dinamica, quando invece si fonda sul progresso1… Ma cos’è il progresso

«Lasci stare gli indovinelli!»

«È diventare animali seduti che contemplano lo schermo?2 Oppure lavorare da mattina a sera per comprare l’auto nuova? Magari la distruzione degli ecosistemi per una vita più confortevole? O, perché no, radere al suolo un continente dopo aver premuto un bottone…?»

«Ne ha ancora per molto?»

«Direi un paio… quella sofisticatissima invenzione medica praticabile solo a chi può permettersela? O forse la nuova scoperta eugenetica che migliorerà la razza?… Chissà!»

«A me piace quella del radere al suolo!» gorgheggiò Manganello.

«In senso generico con progresso si intende qualunque miglioramento della vita. Ma se per lei può essere tale un’invenzione tecnologica che garantisce confort più sofisticati o maggiori guadagni, io posso disapprovarla o declinarla perché mi turba, mi danneggia, la ritengo immorale o inutile».

«Non la seguo!»

«Le faccio un esempio. Supponiamo che domani le sue funzioni siano svolte dall’intelligenza artificiale. Io finirei in gattabuia senza un processo, lei dovrebbe trovarsi un altro lavoro». E con un risolino sarcastico: «Chi ci restituirebbe il piacere di questo momento?»

«E il divertimento deve ancora cominciare!» puntualizzò il maresciallo.

«È impossibile che accada!» tuonò il pubblico ministero.

«È impossibile finché qualcuno riterrà utile il fattore umano. Ma quando esso non sarà più una variabile accettabile, vuoi vedere che…?»

«Nessuno potrà mai sostituire le forze dell’ordine!» controbatté Manganello.

Dopo un attimo di esitazione: «Ha ragione» convenni. «Le barzellette sui robot non fanno ridere!». Proseguii: «Se invece al termine progresso diamo un significato relativo, esso comprende tutto ciò che favorisce lo sviluppo del benessere personale. Non fosse che, ogni volta in cui l’uomo agisce in termini egoistici, diventa uno sterminatore». Sospirai. «Entrambe le definizioni, quindi, sono errate perché sbagliato è l’antefatto, ovvero lo scopo che il progresso dovrebbe perseguire. Finché esso corrisponde all’utile, inevitabilmente si identifica nel profitto e prende la forma di beni, la cui conquista legittima condotte predatrici e causa sfruttamento e sofferenza». Li fissai risoluto: «Progresso è solo ciò che consente all’individuo di realizzare se stesso, cioè la propria essenza naturale. E poiché l’essenza naturale è quella di entità che si sviluppa in un’immensa armonia, una pulsazione3, la natura, corrisponde ai pensieri, alle intuizioni, alle azioni e così via attraverso i quali è possibile unirsi a essa partecipando alle continue trasformazioni dei suoi elementi. Ne consegue che progresso è dire no. Dire no alle imposizioni, alle sofisticazioni, alle futilità, alle depravazioni, alle regole prescritte e non, al dominio rapace in generale, per realizzarsi come persona che fa parte del tutto».

«Che in concreto vorrebbe dire?»

«Vuol dire che il profitto ha due significati: uno mercantile in cui la manipolazione delle menti allontana le persone da ciò che sono. L’altro è coscienza di sé e compimento della propria personalità, che si realizza spogliandosi dall’egotismo e vivendo la completa immersione nella processualità naturale, la cui infinita bellezza è fonte dell’unica, vera felicità».

«Non mi sembra una spiegazione molto concreta!»

«Prenda il lavoro. Tutti dobbiamo lavorare per vivere. Ma una cosa è produrre per soddisfare necessità fisiche e morali essenziali, indispensabili al conseguimento e al mantenimento di un’esistenza connessa, quindi armonica, con la natura, quindi con la propria essenza. Altra è sgobbare per adattarsi alle istanze collettive. O, peggio ancora, sottomettersi alle regole, ai ritmi, agli obiettivi pretesi da chi sfrutta per un proprio interesse. In questo caso, o soddisfa la trascendenza di chi non ha fede o è semplicemente schiavitù. Solo un’attività indipendente praticata in costante contatto con la natura e che garantisca il minimo necessario consente di conoscere se stessi e di realizzare la propria personalità…»

«Chi non lavora, però, non contribuisce alla sua cara comunità!». Pottutto mi interruppe.

«Dipende cosa intende per comunità!»

«Se non lo sa lei che sono cinque ore che ne parla!»

«Finora ho detto che la comunità, la piccola comunità, è l’unico modo per garantire autonomia, orizzontalità e solidarietà. Ma ciò è possibile quando il singolo contribuisce a definirla personalmente. Quando invece essa è quell’insieme di persone in cui l’individuo viene forzatamente assorbito costringendolo a obbedire a prescrizioni che non ha deliberato e che realizzano interessi che non gli appartengono, diventa una prigione da cui deve solo evadere».

«Se l’aggiusta sempre come gli pare!»

«La comunità è uno straordinario luogo di esaltazione della personalità se e solo se è volontariamente scelta, organizzata e partecipata. Cioè l’individuo contribuisce direttamente a ogni fase del suo sviluppo. E questo avviene attraverso accordi liberamente costituiti per la necessità di compiere le aspirazioni degli uomini civili senza l’ingerenza dell’autorità4, realizzando quella forma speciale dell’amicizia basata sulla comunione di idee… col vivere senza opprimere, senza calpestare le aspirazioni o i sentimenti di chicchessia, senza dominare o sfruttare, ma da esseri liberi che resistono con ogni loro forza alla tirannia dell’uno come all’assorbimento delle moltitudini5, in cui sostituire all’odio l’amore, alla concorrenza la solidarietà, alla ricerca esclusiva del proprio benessere la cooperazione fraterna per il benessere di tutti… allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per raggiungere il massimo benessere possibile, li massimo possibile sviluppo morale e materiale6. In sintesi, la comunità volontaria, solidale, pluralista e orizzontale in cui le persone si accordano senza determinazioni esterne è l’unico luogo in cui si realizza l’eguale libertà».

Li fissai entusiasta per l’arringa.

Mi replicarono due sguardi atarassici.

«Anch’io credo molto nella volontà, sa?» il magistrato ruppe il silenzio.

«In che senso?»

«Credo sia arrivato il momento che trovi la volontà di fare qualche nome!»

«No!»

«Per favore!»

«No!»

«Porca puttana, Dopraho. Non voglio fare il pubblico ministero in questa cazzo di città per tutta la vita!»

«Ah no? E dove le piacerebbe andare?»

Ci pensò: «A Milano, magari!»

«C’è la nebbia!»

«Ma ci sono anche le televisioni!»

«Vuole un’ospitata da Fazio?»

«Da Fazio?». Rifletté. «Mi andrebbe bene anche da Del Debbio!»

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«Niente è più elettrizzante di uomini liberi che si uniscono per preservare la loro libertà» ripresi a parlare. «Disciplinano dal basso i rapporti e li mutano al variare delle esigenze. Possono cambiare i bisogni, può trasformarsi il contesto e chiunque può chiedere di aggiornarli. Sono sempre modificabili in quanto prodotto della sperimentazione quotidiana. L’uomo comune teme il caos e crea gabbie che legittimano poteri soverchianti. L’anarchico diviene continuamente perché non teme l’esperienza». Per recuperare la loro attenzione: «Sapete cosa diceva Jefferson?» chiesi.

«Chi, George Jefferson?» frinì Manganello. «Ẻ il protagonista della mia sit-com preferita!7» farfugliò allo sguardo minaccioso del pubblico ministero.

«Parlo di Thomas Jefferson, il terzo presidente degli Stati Uniti. Egli affermava che l’immutabilità delle Costituzioni ostacola lo sviluppo umano. Ecco perché, a suo dire, devono estinguersi naturalmente insieme a coloro che le hanno emanate8 per essere sostituite periodicamente da convenzioni più moderne. Allo stesso modo, per gli anarchici gli accordi ora ci sono ora non ci sono più. In qualunque momento possono essere revocati, sostituiti e rescissi. Uno può dire non ho più voglia! e abbandonare senza conseguenze e, soprattutto, senza motivazione… Vi sembra strano? Eppure, anche Bauman sottolineava che l’interesse personale può conciliarsi con quello della comunità se essa è altrettanto facile da smantellare di quanto sia stato costruirla; se essa è flessibile, sempre e soltanto a tempo e durare finché conviene; se il legame di fedeltà creatosi non deve mai ostacolare, né tantomeno precludere, ulteriori e diverse scelte9… Una stretta di mano e amici come prima. Così fanno le persone perbene!»

Ebbi la sensazione che Pottutto si trattenesse dal ridere: «Non mi pare di aver detto una cosa divertente!» dissi.

Gli si arrossarono le basette: «Pensavo alla faccia che farebbe Persecuzio se gli stringessi la mano e gli dicessi che me ne vado!»

«Non le converrebbe. Là fuori si fatica!» ironizzai. «Abbandonare la comunità non è una fuga ma una scelta. E in una società fondata sulla condivisione e che non conosce profitto, tutti si rallegrano quando qualcuno si offre a nuove relazioni, opportunità, necessità. Parafrasando Armand, la reciprocità che li ha uniti fino a quel momento, benché esaurita, non può lasciar spazio alla diffidenza e al rancore».

Pottutto fissò l’orologio che aveva appoggiato sul tavolo.

«Sevizia se l’è presa un po’ troppo comoda con questo cinese!» inframezzò Manganello.

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«Parla di armonia come se il mondo fosse un paradiso. Ma cosa accade se le persone non rispettano gli accordi? Siete uomini anche voi, no?» chiese il magistrato.

«Osservazione interessante!»

«Grazie!»

«Se avessi cominciato a parlare ora!» chiosai caustico. «Quando nella società del dominio le parti non rispettano un accordo, la causa è sempre un tornaconto personale. Ma se la comunità anarchica si fonda su una sintesi volontaristica in cui ciascuno compie l’interesse personale realizzando quello comune e viceversa, mi dice chi può danneggiare chi? Già che c’è, mi informa anche del perché? E visto che è sul pezzo, mi spiega pure come?»

«Ha capito cosa voglio dire!»

«Ne abbiamo già parlato!» controbattei esausto. «Quando do a lei ciò che mi ha chiesto e lei da a me ciò che le ho chiesto, non siamo entrambi contenti?»

«Per questo non c’è bisogno di essere anarchici!»

«Ma in una società in cui tutti ambiscono al profitto, l’accordo diventa strumento di competizione, non di armonia. Quando invece i membri hanno scelto di non accumulare e di vivere nell’interesse reciproco, nessuno prevale perché lo scambio soddisfa le parti paritariamente. E se, per ipotesi, qualcuno viola gli accordi, la comunità interviene per conciliare attraverso un confronto collettivo in cui il trasgressore riconosce il proprio errore, se ne assume la responsabilità, chiede perdono, risarcisce eventualmente il maltolto, i compagni accettano e si ripristina la pace sociale. Ecco perché la parola non è mai una sentenza, bensì una raccomandazione a cui l’interessato può scegliere se conformarsi o meno».

«Continuo a non vedere il senso!»

«Perché continua a guardare con occhi bendati!» rilevai. «È talmente intriso della mentalità del dominio che le risulta impossibile concepire le relazioni in termini di armonia e spontaneità. Dal suo punto di vista, come a ogni azione coincide un tornaconto, a ogni violazione corrisponde una sanzione che sollevi la collettività dalle proprie responsabilità. Per gli anarchici, invece, la tolleranza, al pari della solidarietà, del pluralismo e della volontarietà è un principio fondamentale per lo sviluppo del gruppo». Sospirai di nuovo. «La verità è che siete così terrorizzati dall’idea di decidere con la vostra testa, che non tollerate chi, invece, esalta la personalità» rilevai increspando il tono di voce. «Per voi lo Stato deve ingiungere e il suddito obbedire, Dio prescrivere e il fedele obbedire, il capo ordinare e il subordinato obbedire, il marito imporre e la moglie obbedire, il padre intimare e il figlio obbedire, il mercato forzare e il consumatore obbedire… anche rincoglionire, direi!»

«Ora basta!»

«Le dà fastidio, eh?»

«No, gli elenchi mi mettono ansia!». Pottutto batté la mano sul tavolo. Poi mi fissò algido: «Ormai sono ore che l’ascolto e sa cosa le dico?»

«Prego!»

S’impettì per darsi un tono: «Le dico che la realtà non cambia e non cambierà mai. Il suo mondo fatto di siamo tutti amici e fratelli, viva la pace, la libertà e l’eguaglianza, abbasso il potere cattivo e così via sono tutte stronzate!» sentenziò solenne.

«Dice?»

«L’ho appena detto!». E con un cenno affettato della mano mi sollecitò a proseguire.

Sollevai le spalle: «Io invece dico che ho finito!». Incrociai le braccia.

«Si è offeso perché ho detto la verità?» reagì algido Pottutto.

«Non per ripetermi, ma la superficialità non mi offende mai. Mi intristisce!».

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«Non può aver finito?». Pottutto si strappò gli ultimi ciuffetti rimasti sul mento. «Io decido quando ha finito!». Guardò Manganello in cerca di ausilio.

«Lui decide quando ha finito!» grugnì il fido compagno di ventura tamponandogli l’arterite col fazzoletto umidiccio.

«Spiace, ma ho proprio…»

«Via, non faccia il capriccioso!» disse il PM adesso più accondiscendente.

«Abbiamo ancora l’udienza preliminare, gli interrogatori in carcere, il processo… non mancherà l’occasione!» chiarii assertivo. «Per essere la prima volta che ci incontriamo, mi pare comunque d’aver parlato abbastanza!»

«Eh no!»

«Forse ha ragione!». Riflettei. «Dovrei approfondire come si sviluppa l’autogestione, come si articola l’organizzazione delle comuni, come si conciliano i diversi interessi, il lavoro e il rapporto con la natura…»

«E i nomi?»

«Per una volta sia piuma portata dal vento!» risposi fra il serio e il faceto. «Per il momento dovrà accontentarsi di sapere che esiste il luogo che non esiste10 in cui si può rendere possibile l’apparentemente impossibile11».

Avvampò come lava incandescente ma non replicò a causa dell’improvviso squillo del telefono.

E poiché nessuno sembrava voler rispondere: «Posso?» chiesi di farlo io.

Per un paio di trilli i miei interlocutori si fissarono indecisi. Poi il magistrato mi porse la cornetta. Ma il filo era troppo corto, così lo invitai a invertire i posti. Percorsi il lato del tavolo vicino alla signorina Servile, lui quello opposto come se temesse di infettarsi passandomi accanto. E quando sedetti sulla sua poltrona: «Pronto?» proferii imitandone il tono impostato.

«Pottutto?» gracidò la voce dall’altro lato del telefono.

«Buona sera dottor Persecuzio!» riconobbi il procuratore capo. «Ancora sveglio a quest’ora?… L’interrogatorio è andato alla grande! L’anarchico ha impiegato un po’ di tempo a sciogliersi ma dopo ha fatto così tanti nomi che pare l’elenco del telefono!». Tappai la cornetta perché non mi sentisse ridere. «Manca solo il giro con Sevizia, dopodiché lo spediamo al fresco… Certo, riferirò al maresciallo che questa volta non gli para il culo!… Come dice? Ne parlano i giornali? Pure la televisione? Splendido!». Con la mano di nuovo sulla cornetta: «Pure famosi vi ho fatto diventare!» rivolto ai miei aguzzini. «Mi vuole premiare?» chiesi sorpreso. «Troppo gentile! Ho fatto solo il mio dovere. Anche se quel posticino da sostituto procuratore a Milano di cui parlava… Ha attaccato!».

Riappesi la cornetta. Tolsi i piedi dalla scrivania e: «Milano l’aspetta!» informai Pottutto.

Dalla commozione quasi si mise a piangere.

«Di me ha detto nulla?» domandò Manganello.

«Che doveva dire?»

 «Mi piacerebbe diventare Ministro della Guerra!12» miagolò.

«Perché non capo dei vigiles romani?» ribatté Pottutto biasimevole.

Ma anziché replicare, il maresciallo schizzò in piedi e saltellò come una palla da basket verso il bagno.

«Mi sa che l’emozione gli ha giocato un brutto scherzo!». Il pubblico ministero lo giustificò. «È davvero un bambinone!»

Per un po’ giocammo a nascondino con gli sguardi. Poi ruppi l’imbarazzo: «È stato un piacere essere interrogato da lei!»

«Ne sono convinto, visti i risultati!» replicò amaro. «Se non vuole fare i nomi, mi dica dov’è che… Mi consenta almeno un sequestro!» insistette. «Le regalo il poster di Rocky da appendere in cella!»

«Ce l’ho!»

«Le metto la parabola!»

«Non guardo la televisione!»

«Le farò avere doppia razione di bistecca tutti i giorni!»

«Sono mica anemico!»

«Potrà entrare nel coro dei Sodomiti!»

«Non ho il coraggio di chiederle cosa sia!»

«E se prometto di farle incontrare i familiari una volta al mese?»

«Troppo buono!»

«Accordo fatto?».

Non gli strinsi la mano perché bussarono alla porta.

«Dev’essere Sevizia!» esclamò entusiasta. «Manganello, è arrivato Sevizia!» starnazzò verso il bagno.

Appena dopo lo strozzato: «Due minuti!» del maresciallo, la porta si aprì prepotentemente facendo volare la Sfinge che stava davanti. Non si frantumò in mille pezzi solo perché la signorina Servile fece da materasso.

Testa glabra, squadrata, due fessure al posto degli occhi, naso veemente sopra labbra turgide, zigomi come pietre di Stonehenge, mascella che sembrava una trebbiatrice, corpo taurino compresso in una tutina di nailon color giallo impreziosita da schizzi ancora freschi di sangue cinese. In una mano impugnava un trapano, nell’altra delle tenaglie. Avanzò facendo tremare il pavimento.

Pottutto accolse Sevizia con un sorriso spavaldo e uno: «Splendido!», d’ammirazione. Questi rispose guardandosi intorno con l’espressione di chi soffre di antropofobia e si trova in una stanza troppo affollata.

Le leggende sul suo conto non gli rendevano merito: era così spaventoso che una folata gelida di terrore mi fece tremare. Istintivamente mi coprii con la giacca che il pubblico ministero aveva lasciato sullo schienale della poltrona. Non so perché ma manipolai la pallina di pongo. Addirittura, calzai i suoi occhiali. In un impeto di esaltazione finsi perfino di prendere appunti. E quando Sevizia oscillò ancora lo sguardo dal PM a me, ebbi un’illuminazione: assentii un deciso. «Fammi vedere di cosa sei capace!», con un solerte movimento delle sopracciglia.

Tutto avvenne molto velocemente.

Il mostro fissò il magistrato, che strisciò la sedia all’indietro.

Emise alcuni fonemi d’oltretomba, a cui il PM balbettò un titubante: «Come è andato con il cinese?»

Gli si avvicinò prepotentemente inducendolo a uno strozzato: «Maresciallo, le spiace venire?».

E quando ruggì come il leopardo di Ligabue13, nel silenzio si udì prima la voce remota di Manganello che diceva: «Ho quasi finito!», poi lo sfrigolio dello sguardo elettrico di Sevizia che cercava conferma nel mio e immobilizzava quello di Pottutto, accortosi troppo tardi di essere nel posto sbagliato, la sedia di metallo in cui stanno gli interrogati, al momento sbagliato, quando il finto pubblico ministero, cioè il sottoscritto, aveva convinto l’aguzzino a non distrarsi dalla trans agonistica.

Distolsi l’attenzione da quella scena raccapricciante.

La violenza non era mai stata il mio forte. Ma la perspicacia sì. Appena il bruto lo rovesciò a terra infilandogli il trapano in bocca, in punta dei piedi mi avvicinai alla porta. Me ne andai senza salutare per non rovinare il momento.

 

 

NOTE

– 1 Auguste Comte, Sistema di politica positiva, 1851.

– 2 Cristopher Lash, Contro la cultura di massa, 2007. Nel testo la sua frase è al singolare.

– 3 Aldo Leopold, Pensare come una montagna, Piano B edizioni, 1949.

– 4 P. Kropotkin, Voce Anarchismo in Encyclopaedia Britannica, 1905.

– 5 Emile Armand, Vivere l’anarchia, ivi.

– 6 E. Malatesta, L’anarchia. Il nostro programma, 2013.

– 7 I Jefferson, sitcom televisiva proiettata negli anni ’80.

– 8 Thomas Jefferson enuncia il suo principio in una lettera del 1776 a James Madison.

– 9 Z. Bauman, Voglia di comunità, 2001.

– 10 Tomaso Moro, Utopia. De optimo reipubblicae statu, 1516

– 11 Amedeo Bertolo, Anarchici e orgogliosi di esserlo, ivi.

– 12 Il Ministero della Guerra venne istituito da Cavour nel 1861. Dal 1947 è stato sostituito dal Ministero della Difesa.

– 13 Antonio Ligabue, 1899-1965, Il leopardo assalito da un serpente, 1955.

 

Immagine: John Martin, Pandemonium, 1841

Editing a cura di Costanza Ghezzi

NO ANTIFASCISMO, SI’ ANTIAUTORITARISMO

NO ANTIFASCISMO, SI’ ANTIAUTORITARISMO

L’antifascismo è quel movimento ideologico eterogeneo, in quanto riunisce soggetti anche molto diversi fra loro, caratterizzato dalla contrapposizione teorica e pratica al fascismo.

Attivo prima della seconda guerra mondiale per replicare alla propaganda di regime e reagire all’atmosfera di prepotenza, intolleranza e terrore, dopo l’armistizio dell’8 settembre, giocò un ruolo fondamentale nella liberazione dal nazifascismo. Terminato il conflitto, allo slancio politico il paese preferì la lavatrice nuova1 ed esso, salvo rare e nostalgiche manifestazioni, venne obliato. Almeno fino agli “anni di piombo” quando la destra e la massoneria diedero vita a quei simpatici rigurgiti sfociati nel terrorismo di stato. Da quel momento il suo significato è andato oltre la mera negazione del ventennio per contestare qualunque idea e pratica reazionaria. Sembrava l’alba di una nuova epoca, invece si trattava del golpe bianco che, attraverso l’uniformazione sociale, avrebbe concepito il meraviglioso sonnambulismo di questi tempi.

 

La ragione della contrapposizione al fascismo si spiega col fatto che esso è un “aborto storico”2. Meno enfaticamente, trattasi di un movimento politico di estrema destra in cui i frustrati di ogni rango si identificano nella banalizzazione del superuomo nietzschiano praticato con lo squadrismo e idealizzato nel nazionalismo. I suoi valori sono sintetizzati dalla formula: “dio, patria e famiglia”. Dio come verità assoluta, patria come luogo da difendere, famiglia come centro degli affetti. Aggiungerei anche la violenza, ma in epoca di cancel culture non vorrei offendere la sensibilità dei sempre più numerosi fascistelli sulla piazza.

Lasciando perdere Dio perché concepisco l’ebrezza del rum non quella della fede e la famiglia perché se uno desidera essere ammaestrato dovrebbe fare l’animale del circo, più intrigante è il concetto di nazione. Nazione che rappresenta la sintesi delle individualità nella comunità omogenea, gerarchica e bellicosa3, in cui l’idolatria dello Stato soggioga l’individuo e strumentalizza gli istituti civili nell’ostentazione militarista e imperialista. E per non farsi mancare nulla, tutto viene condito da un pervicace sentimentalismo di appartenenza.

Il fascista è la sua patria: si identifica quasi in maniera commuovente con il territorio, la cultura, la lingua, la religione, la storia, le tradizioni le istituzioni. Ẻ un servo devoto, orgoglioso di partecipare alla “grandezza morale e materiale del popolo italiano”4 di cui si sente fiero rappresentante. E lo fa con tale sincera devozione che ancora aspetta fiducioso quel favoruccio dall’assessore. Per la bandiera soffre, si esalta, inneggia, si arrabbia, aggredisce in un tourbillon di schizzofreniche emozioni. E a coloro per cui “la nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà, ed un pensiero ribelle in cor ci sta”5 è sempre pronto a elargire un po’ di sano, redentore, patriottico squadrismo.

 

Tornando all’antifascismo, nel tempo il suo significato si è evoluto. Per non rimanere ancorato all’anacronistico rifiuto delle pratiche violente, intimidatorie e razziste di cui la dittatura si è resa protagonista, aveva due soluzioni: o prendere le distanze dalla mistificazione statocentrica oppure consolarsi con l’idea che lo Stato sia un padre un po’ stronzo, ma si può chiudere un occhio perché ha promesso di comprare le figurine. Ovviamente ha scelto questa seconda.  

Sintesi dell’antifascista moderno è il rifiuto della tirannia: condivide, infatti, tanto l’opposizione all’imperialismo capitalista, perché non si può essere eguali solo quando si consuma, quanto il disprezzo per gli autoritarismi sia di destra, come le dittature sudamericane, che di sinistra, come quella sovietica. Esalta quindi i valori democratici in opposizione a qualunque idea e pratica autoritaria.

Ma essi, se intesi come rispetto delle esigenze, della dignità e dei diritti altrui, sono legati alla sensibilità personale o collettiva, in quanto tali mutevoli nel tempo e variabili in base al contesto, per cui impossibili da determinare. Ecco perché è più corretto definire democratico chi “si ispira o è conforme ai principi fondamentali della democrazia6, ovverosia quel “metodo per prendere decisioni collettive” con partecipazione personale e scelte prese a maggioranza7. Detto altrimenti, è colui che riconosce quella forma di governo in cui la sovranità è esercitata dai cittadini attraverso una consultazione popolare che può essere diretta, quando si occupano personalmente del potere legislativo, esempio è la polis greca, o indiretta, quando eleggono dei rappresentanti, esempio è il parlamentarismo. Qui sta l’inghippo.

 

La prima considerazione è che la partecipazione diretta non esiste più. Se nel medioevo, infatti, quando suonava la campana, gli abitanti del Comune si riunivano per dibattere i problemi della città, dall’Illuminismo in poi si parla solo di rappresentanza. La democrazia oggi infatti è solo indiretta. Aggiungendo che gli eletti e i sistemi elettorali sono scelti dai partiti, rispetto alla Monarchia a cui si opponeva in origine, essa è un piccolo passo per l’umanità, un grande passo per le oligarchie. Ma non voglio fare lo spiritoso parafrasando Neil Amstrong.

La seconda considerazione è che oggi esiste solo un modello di democrazia: quella liberale occidentale anglo-statunitense. E non potrebbe essere altrimenti, visto che per proteggerla e diffonderla i suoi artefici annientano qualunque alternativa.

I paradigmi che la caratterizzano sono:

  1. Il pluralismo politico.
  2. Il suffragio universale.
  3. Il principio della maggioranza.
  4. Lo stato di diritto.
  5. La divisione dei poteri.
  6. La libera manifestazione del pensiero.
  7. La libertà di stampa e la libera iniziativa economica.

Principi che dalla teoria alla pratica diventano:

  1. Pluralismo politico: può vincere chiunque ma i moderati vincono sempre. Il massimo per garantire “fascismo eterno”!8
  2. Suffragio universale: quella regola per cui tutti i cittadini, non solo pochi privilegiati, possono essere manipolati senza distinzione di sesso, età, razza, eccetera.
  3. Maggioranza: se il più forte vince, almeno il più debole ha qualcosa di cui lamentarsi.
  4. Stato di diritto: il rispetto dei diritti e delle libertà viene garantito dallo stato di polizia.
  5. Divisione dei poteri: principio fondamentale per sdoganare la divisione in caste.
  6. Libera manifestazione del pensiero: consiste nel tollerare il pensiero divergente quando si è conformato a quello generale.
  7. E se con la libertà di stampa si intende la libertà dell’editoria di assecondare chi la finanza, con la libera iniziativa economica si configura il sogno americano per cui chiunque può fare soldi se altri lavorano per lui e consumano i suoi prodotti.

Difendere la democrazia significa quindi difendere queste distorsioni che, salvo qualche variazione di facciata, rimarranno tali finché sarà fondata sullo statocentrismo. L’imperio dello Stato, infatti, non solo ne esclude l’attuazione pratica in termini di partecipazione diretta in quanto con esso incompatibile, ma oscura la possibilità di alternative che siano veramente democratiche, cioè fondate su sistemi libertari, orizzontali ed egualitari, non gerarchizzati né elitari, con i quali sparirebbero i privilegi, i profitti, gli abusi di chi lo sostiene o ne approfitta.

Ecco perché la democrazia moderna è solo una forma mascherata di autocrazia. Anche quando opera nel giusto, come ad esempio… come ad esempio… non mi viene in mente nessun esempio! Comunque, anche supponendo che agisca nell’interesse dei cittadini, la maggioranza che lo ha votato, il governo impone sempre le sue decisioni punendo chi non le rispetta, la minoranza, e gli sparuti refrattari. Rappresenta pertanto un sistema soverchiante, aggressivo e violento che annulla la personalità. Niente di paragonabile col fascismo primigenio ovviamente, in quanto il tempo ha affinato i metodi, che sono diventati meno precipitosi e arroganti, più accorti, scaltri, perché no, ipocriti quanto basta a far credere ai sempliciotti che agisce nel loro interesse.

Ne consegue che, quando l’antifascismo richiama i principi della democrazia, intesa come quel modello di ispirazione illuminista e attuazione imperialista, ne legittima anche il metodo endemicamente oppressivo e dispotico. Riconoscendo lo Stato, infatti, ratifica l’azione di un governo che, coadiuvato da mastini-cacciatori di trasgressori, decide a nome di tutti nell’interesse di pochi. E mentre questi ultimi continuano a godere dei privilegi, economia e scienza perpetuano disastri umani e ambientali, i politici si spalleggiano per la conquista e la conservazione del potere. Non mi sembra un bel quadretto!

 

Diverso dovrebbe essere il discorso per gli anarchici che, invece, non ambiscono a governare e vogliono eliminare lo Stato.

Vero che eludono il potere, rifuggono le istituzioni e disprezzano ogni artificio ingannatore. Anche loro però manifestano sempre più frequentemente i valori dell’antifascismo attraverso l’esaltazione della democrazia, sostenendo di fatto un modello politico-istituzionale centralizzato e autoritario antitetico ai propri principi.

La causa di questa dissonanza cognitiva e della profetica fantasia di poterlo cambiare sta nella letargia mentale indotta dal perbenismo a cui anch’essi ormai sono assuefatti. L’effetto, invece, è che non sono più capaci di rottura col sistema. Anche per loro l’antifascismo è diventato niente più che una leva identitaria. Un cliché con cui spacciarsi migliori nonostante la mediocrità conformista e politicamente corretta di cui ormai sono parte integrante. Uno slogan come la maglietta con l’effige di Che Guevara. Come Calimero, non a caso nero anche lui. Come, guarda un po’, la democrazia.

Non si è anarchici perché antifascisti. Gli anarchici sono anche antifascisti perché contro ogni arbitrio. La loro bussola non può essere data dai così detti principi democratici, ma dall’antiautoritarismo, che ne assorbe il significato estensivo, e si concretizza nel rifiuto della società del dominio: dal profitto che lo alimenta alle istituzioni che lo conservano, dall’economia che lo diffonde alla scienza che lo sacralizza, dalla religione che lo benedice all’omologazione che lo disciplina.

Identitaria deve essere la volontà di estirpare l’arbitrio, la violenza, il sopruso, la prepotenza, il pregiudizio perpetrati costantemente e impunemente in ogni pratica sociale. Se non si eliminano questi squilibri endemici, se non si sopprime lo Stato che ne è la legittimazione etica, sono solo chiacchiere. Belle, interessanti, talora entusiasmanti, ma solo chiacchiere.

Non serve migliorare le istituzioni, bisogna sostituirle con altre che siano volontarie, acentriche, orizzontali, pluraliste, autogestite, solidali, in un sistema in cui gli individui siano padroni di se stessi e in quanto tali realizzino le proprie potenzialità in una permanente reciprocità. Occorre un’azione radicale di tipo olistico che accerchi il Potere creando comunità indipendenti che ne erodano competenze e autorità. Questo è l’antiautoritarismo anarchico.

A quel punto, eliminata ogni sua manifestazione, il fascismo si dissolverà spontaneamente e  il Potere sarà costretto a cedere. O quantomeno, a confrontarsi e accettarle per la sua stessa sopravvivenza.

Certo, poi bisognerà vedere se le comunità lo tollereranno. Ma questa è tutta un’altra storia.

 

NOTE

*1 Oblio che comincia con la “Amnistia Togliatti” del 1946 con cui il governo De Gasperi, per superare le violenze della guerra e ripristinare la pace politica e sociale, concesse clemenza a tutti coloro che si erano macchiati di reati politici, di collaborazionismo, di concorso.

*2 Manuel Giannantonio, Anonimous, llmiolibro, 2013.

*3 Rubo gli aggettivi alla definizione che Gentile usa nel suo libro “Fascismo: storia e interpretazione”, Laterza, 2002.

*4 Discorso di Mussolini del 24.3.24.

*5 Pietro Gori, “Stornelli d’esilio”, 1895.

*6 Definizione data dalla Treccani.

*7 Norberto Bobbio intervistato da Renato Parascandolo della Rai il 28.2.85.

*8 Umberto Eco, “Il Fascismo eterno”, La Nave di Teseo, 2020.

 

SIAMO TUTTI ANIMALI

SIAMO TUTTI ANIMALI

Hai sentito della bambina che è andata nel bosco col cane e un cacciatore gliel’ha ammazzato? Dopo il misfatto ha confessato d’averlo confuso per un cinghiale. Non lo biasimo, probabile che mentre sparava pensasse già al ragù delle pappardelle!

La notizia ha avuto poca risonanza mediatica e sicuramente l’opinione pubblica avrebbe reagito diversamente se avesse colpito la piccola. Perché, come dice Orwell ne La Fattoria degli Animali: “tutti gli animali sono eguali, ma alcuni sono più eguali degli altri”. E gli uomini lo sono ancora di più.

 

Partiamo da un antefatto certo: è ormai dimostrato che uomini e animali hanno antenati comuni. Provengono entrambi dalla stessa molecola del DNA, che poi nel tempo ha subito una serie di modificazioni, differenziazioni, evoluzioni fino a creare le specie che conosciamo oggi. Tanto per essere chiari: l’uomo è uno scimpanzé più figo. Ha poco da fare tanto tanto il bulletto!

Quale primate più sviluppato siede sul punto più alto della piramide. E da lì non osserva imparziale, non controlla e domina senza far niente come Simba1. Partecipa al ciclo evolutivo ora favorendo l’estinzione di una specie, ora con la distruzione di una foresta, ora sterminando i propri simili. Tanto che, a volte, viene da chiedersi chi è il cretino che l’ha messo lassù.

Ovviamente si è messo da solo. Ma per non affermarlo spudoratamente, l’ipocrisia è una delle più praticate fra le sue peggiori qualità, ha sempre cercato qualcosa che lo confermasse. E fu così che, quando ancora guardava le stelle chiedendosi chi avesse realizzato quella meraviglia, intuì il trascendente. Da attribuirgli i meriti del creato a riconoscersi suo prediletto il passo è stato breve.

Le Sacre Scritture, infatti, affermano che Dio è onnipotente e che l’uomo è il figlio creato a sua immagine e somiglianza (Genesi 1,27), per cui può “dominare” gli animali e “soggiogare” la terra (Genesi 1,26.28). Per l’Islam la natura è un mezzo per raggiungere Allah poiché “i sette cieli e la terra e tutto ciò che in essi si trova lo glorificano” (Corano 17, 44). Insomma, le religioni monoteiste si definiscono tali non a caso: il dio è uno solo e si chiama uomo.

Non meno antropocentriche sono quelle politeiste: per gli egiziani gli dei erano elementi della natura che avevano forma umana; per i greci essa era la physis cioè la totalità delle cose, come la definivano i presocratici Eraclito e Anassagora, da cui tutto origina e senza cui nulla potrebbe essere com’è, che si personificava con creature antropomorfe interagenti fra loro; per i nativi americani la natura è la madre che dona il suo corpo per il nutrimento dei figli. Potrei proseguire con infiniti esempi dello stesso tenore.

Per secoli quindi le religioni sono state il più potente strumento di legittimazione del dominio sulla natura. Ma quando nel medioevo si cominciò a non poterne più dei numi opprimenti, l’ontologia abbandonò la metafisica per guardarsi intorno. Sperimentazione, creazione di ipotesi a cui seguono ragionamenti per arrivare a leggi che descrivono fenomeni. Ecco creata la nuova causa di riverenza al passo coi tempi: la scienza. E se all’inizio i suoi estimatori venivano cotti alla brace, scoperto il Nuovo Mondo ha cominciato a rinfrescare il vecchio, con la rivoluzione industriale ha assunto i crismi dell’infallibilità, dell’onnipotenza, dell’assolutezza, fino a diventare la dittatura che oggi adoriamo tanto.

Col pragmatismo che le è proprio essa ha dimostrato, quindi non c’è più bisogno neanche della fatica di credere, che l’uomo è l’essere più progredito in quanto unico a potersi adattare, sopravvivere, riprodursi tanto nel deserto quanto in vetta a una montagna. Detto in un altro modo, se trasferisci il nostro antenato scimpanzé, il più evoluto fra i meno evoluti, dalle foreste pluviali a New York, di sicuro impazzisce e poi viene abbattuto quand’è in vetta all’Empire State Building2. Se invece costringi l’uomo a fare il percorso inverso, sicuramente trasforma la foresta un bellissimo centro commerciale.

Di fatto la scienza non ha inventato niente. Ha semplicemente cristallizzato ciò che per il senso comune era indiscutibile.

Mi riferisco a coloro che affermano il primato in base alle maggiori capacità razionali di cui l’essere umano è dotato rispetto alle altre specie. Lascia stare che non ne faccia o ne faccia un pessimo uso. E lascia stare che siano coscienti e razionali i vertebrati, gli animali o le piante che interagiscono fra loro per la sopravvivenza e lo sviluppo e forse domani si scoprirà che lo sono anche gli insetti, gli artropodi e gli invertebrati. Ẻ indubbio che rifletta, razionalizzi, risolva problemi come nessun altro. Hai mai incontrato un’aquila mentre raschia un gratta e vinci? Sai di balene che sfrecciano su un catamarano? Conosci babbuini che sappiano assembrare un mobile Ikea? Hai mai visto giraffe che si specchiano nello schermo di un computer per un giorno intero o un orso che si rifà gli zigomi per assomigliare a un castoro? L’uomo, non l’animale né la pianta, riesce a fare tutte queste cose!

Oltre gli oltranzisti della ragione, ci sono i partigiani dell’anima. A loro dire l’uomo è l’unico essere che la possiede. E se la possiede, possiede una coscienza, cioè la consapevolezza del sé, degli altri, dell’ambiente che lo circonda, da cui deriva la capacità di giudicare cosa è bene e cosa è male. Peccato si smentiscano imponendo la morale, la legge, la religione e quant’altro lo uniformi e lo educhi affinché il giudizio non sia personale… Oppure no, magari la morale, la legge, la religione e quant’altro sono create apposta per stimolare le persone a ignorarle consapevolmente. Chissà!

Nel mucchio si distinguono i legalisti, coloro per cui la vita di un individuo è più importante di quella di un animale o di una pianta perché lo dice la legge. Per loro tutto è lecito ciò che consente, tutto è proibito se lo vieta. Le riconoscono un primato assoluto e incontestabile che ha quasi del mistico. Ti dirò: conosco la legge e conosco i mistici e, credimi, sono una pessima combinazione. Quasi peggiore dell’ideologia e del profitto. E siccome i legalisti hanno la capacità di mistificare la legge per idealizzare il profitto, mi spaventano assai!

 

La verità è che il primato dell’uomo è una finzione. Qualunque concezione antropologico-telologica è una fantasia che assolve due scopi: dimenticare la morte e alleviare il senso di colpa per la malvagità di cui è capace. La natura, infatti, lo considera solo un animale fra animali: siamo tutti volontà che partecipa al ciclo della vita e poi torna da dove è venuta. Essa ha nei suoi confronti la stessa considerazione che può avere verso un batterio. Se addirittura non lo ritiene più fastidioso, visto come si comporta!

 

Tornando al caso della bambina e del cane ucciso dal cacciatore, ciò che rende ai nostri occhi la vita umana più importante rispetto a quella di qualunque altro essere non è il suo valore assoluto, che non esiste, ma il nostro punto di vista condizionato da secoli di tradizioni, morale, cultura antropocentrica che considera il tutto come un subalterno, come un mezzo per un fine. Fine che è sanare l’umano bisogno d’eternità.

Come il domino sulla natura, al pari di violenza e accumulazione, è causato dall’urgenza inconscia di negare la propria finitezza, egualmente si idealizza la vita umana, con quella di un lombrico l’effetto non sarebbe lo stesso, perché identificarsi nella sua idea rafforza l’autostima a discapito della inevitabile caducità. E così se il cacciatore avesse freddato la bambina, ella sarebbe diventata figlia, sorella, madre e il dolore provocato dalla sua morte sarebbe stato personale perché provante l’incompiutezza che ci caratterizza. Siccome, invece, ha ucciso il cane, cioè un essere non umano nei confronti del quale solo pochi eletti riescono a identificarsi, è solo un coglioncello!

Peccato che questi artifici mentali di autoconservazione siano un’illusione. E come tutte le illusioni, all’inizio sembrano consolatorie, se perpetrate ripetutamente diventano follia. Che è lo stato permanente in cui ormai vive il genere umano.

NOTE

*1 “Il Re Leone, film di animazione, 1994.

*2 Riferimento a King Kong.

LA RIDEFINIZIONE DEL RAPPORTO CON LA NATURA COME PUNTO DI PARTENZA DELL’AZIONE ANARCHICA

LA RIDEFINIZIONE DEL RAPPORTO CON LA NATURA COME PUNTO DI PARTENZA DELL’AZIONE ANARCHICA

Siamo carne, emozioni, ragione. Siamo volontà. Ogni essere vivente dal più al meno evoluto vuole vivere. La gazzella eviterebbe di scappare dal leone, ma corre veloce perché vuole vivere. Il leone preferirebbe sonnecchiare all’ombra di un albero, ma la insegue per il medesimo motivo. Stessa cosa vale per l’uomo. Nonostante una capacità autodistruttiva superiore a qualunque altro essere, è disposto a tutto, accetta di tutto pur di soddisfare quest’istinto primigenio.

“Da principio la terra produsse la famiglia delle erbe e il verde splendore intorno ai colli… in seguito creò le stirpe mortali, che nacquero in gran numero. Perciò ancora la terra a ragione ha ricevuto e conserva il nome di madre, poiché da se stessa creò il genere umano”1. In queste parole di Lucrezio l’innegabile verità che il creato è fonte, è casa, è necessità e piacere, è equilibrio, è l’assoluto nelle sue infinite, spettacolari manifestazioni. Ẻ estasi. E se “una vita più vicina alla natura ci porta più vicini alle verità”2, come diceva Tolstoj, è solo perché siamo la natura.

Nonostante questo, l’uomo la domina, la altera, la usa, la distrugge, in un processo crudele, vigliacco e irreversibile di cui è fin troppo facile immaginare la fine. Siamo testimoni di una catastrofe e nessuno fa niente. Le persone sono sempre più inebetite. La politica insegue l’economia. L’economia si arricchisce approfittando dell’emergenza.

La sola speranza è data dalle poche, isolate menti ribelli che hanno capito, non accettano e combattono. Individui liberi che non si realizzano nella materialità e vivono in armonia, senza finzioni e attraverso continue relazioni di sympatheya con le cose. Un uomo nuovo che rifiuta il profitto, consapevole che esso genera autorità, da cui deriva il potere, che è arbitrio perché esercitato sempre egoisticamente. Persone che attuano un rapporto paritario e non dominante con l’ambiente, di conseguenza paritario e non dominante con i propri simili.

“Il potere è sempre pericoloso, attira le cose peggiori e corrompe le migliori. Non ho mai desiderato il potere. Il potere è dato solo a quelli che sono disposti ad abbassarsi e raccoglierlo” dice Ragnar a suo figlio Bjorn3. Anche il re vichingo aveva infatti compreso che per essere, bisogna non avere. Che si è liberi solo quando si è puri. E la purezza è immergersi nella realtà e divenire con essa senza condizionamenti.

La finitezza non può essere sanata con la sopraffazione. La volontà non diventa immortale se domina quella altrui. Può invece essere eterna se rinuncia alla propria imperfezione per fondersi con le infinite volontà nel divenire incessante della vita. Ẻ infinita quando si alza verso il cielo attraverso le ramificazioni degli alberi, affonda nella terra insieme ai lombrichi, si immerge nelle acque indorate dal sole, corre nelle praterie, riposa sulle rocce e si risveglia uomo.

Ma perché sia libera di fondersi nel tutto, prima ancora di emanciparsi dalle suggestioni ossessive, l’individuo deve cessare di identificarsi nella materialità. Perché quando l’avidità proietta il sé sul bene desiderato, essa viene ingabbiata nella rappresentazione.

Ẻ una scelta etica. Dove bene è ciò che mantiene l’equilibrio naturale, male ciò che lo altera. Per questo l’iniziato rifugge la proprietà e, di conseguenza, il dominio. Vuole che le cose non siano più strumento di privilegio e arbitrio, ma mezzo attraverso cui conseguire l’equilibrio naturale. Vuole esistere, non essere schiavo.

Se non è determinata dal bieco tornaconto, la volontà può esprimere la sua creatività. E perché avvenga questo balzo evolutivo occorre che l’individuo cessi di essere homo faber, che si considera anima del mondo4, copula mundi dice Ficino4, e pensi e agisca come homo humilis, che concepisce la terra come “geometria”, come misura della vita5. Solo così può smettere di conquistare e interagire con gli altri esseri viventi mettendo la propria soggettività al loro servizio.

E quando l’uno diventa tutto, tutto cambia. Spariscono i dannosi rapporti di forza che asfissiano la quotidianità: le relazioni diventano orizzontali; il lavoro si trasforma in prestazione con qualcuno non per qualcuno; l’autogestione favorisce la partecipazione alle decisioni; la cooperazione stimola lo svolgimento delle attività in maniera conviviale, a rotazione e tenendo conto delle capacità e competenze personali; la solidarietà garantisce il minimo necessario, l’equa distribuzione delle eccedente e il fondamentale sostegno morale. E così via.  

 

Ma non basta. La consapevolezza identitaria e la pratica etica che ne consegue non sono sufficienti. Non è vero l’assunto di Max Nettlau per cui “tutto quello che occorre all’individuo per garantirsi una libertà non sottomessa al potere di chicchessia consiste, oltre alla salute mentale, all’indipendenza economica resa possibile dall’eguaglianza delle condizioni di utilizzo delle risorse della terra e dei doni spontanei della natura. Una volta conseguito ciò per mezzo di accordi reciproci nell’ambito di un’organizzazione volontaria, l’essere umano può vivere libero e felice”6. Come l’arbusto svigorisce e poi muore nel deserto, l’anarchia si svuota e si estingue operando in un contesto dominato dalla competizione e dal profitto. Perché può essere indipendente, fibrillante, viva quanto si vuole, ma la società del dominio è un blob che ingerisce qualunque cosa e, in men che non si dica, può ingurgitarla. Per questo non può prescindere da un’azione antagonista.

Da una parte c’è lo Stato, l’economia, la religione, il senso comune, che impongono le loro leggi. Dall’altra chi decide personalmente e riconosce solo quelle che ha contribuito a formare. Lo scontro è inevitabile. Gli anarchici tuttavia hanno imparato sulla propria pelle che la suggestione del faccia a faccia col potere fa troppi lividi. Per questo oggi agiscono nell’underground e si sostengono con la Confederazione.

Underground è lo sviluppo di comunità volontaristiche, autogestite, pluraliste, solidali che operano eludendo l’autorità. Non partecipazione alle sue pratiche, non collaborazione con le sue istituzioni, trasgressione alle sue regole. Dopo tutto non c’è bisogno dello Stato perché la società funzioni: “La parte essenziale della vita sociale si compie anche oggi al di fuori dell’intervento governativo”, diceva Malatesta. Infatti le cose in cui lo Stato non ha ingerenza “sono quelle che camminano meglio, che fan luogo a minori contestazioni e si accomodano per la volontà di tutti in modo che tutti ci trovino utile e piacere” perché “la vita quotidiana si svolge al di fuori della portata del codice ed è regolata, quasi inconsciamente, per tacito o volontario assenso di tutti, da una quantità di usi e costumi ben più importanti alla vita sociale che gli articoli del codice penale, o meglio rispettati, quantunque completamente privi di sanzione”7. La società esiste di per sé quale umano esercizio di sopravvivenza ed è partecipe, efficiente, produttiva, unita quando non viene intorpidita dalle logiche del dominio.

Una volta che le comunità sono attive, strutturate e sviluppate autonomamente, seppur nel rispetto delle specifiche differenze, devono coordinarsi per disobbedire agli ordini del tiranno, sottrargli potere attraverso l’organizzazione di strutture indipendenti che assolvano funzioni sociali, creare meccanismi di protezione che sfruttino quelli dominanti, e svilupparsi, per quanto possibile, senza vicoli territoriali in maniera da attaccare e fuggire come pirati. E innanzi all’inevitabile repressione, resistere e unire le forze per colpire il Mostro nei punti vitali sottraendogli profitto e autorità. Questa è la funzione della Confederazione.

Depredato, fiaccato, indebolito dall’azione di infinite sovranità che si riproducono continuamente, pur di non estinguersi e mantenere i propri privilegi, a quel punto l’oppressore potrebbe concedere il diritto di astensione. Riconoscere che l’individuo non sia più sottoposto alla sua autorità per nascita, ma possa scegliere liberamente se e come governarsi. A parte lo Stato e nonostante esso, possano cioè sorgere raggruppamenti legittimati che operano sovranamente per conseguire scopi condivisi. Un sistema di multigoverno non necessariamente territoriale, sviluppato attraverso comunità collegate su base federalista che garantisca l’antiautoritarismo e le preservi dai rischi di isolamento e regressione, svincolato da potere centrale seppur non in conflitto con esso.

Non è il massimo, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

NOTE

*1 Lucrezio, 94 ac-50 ac, De Rerum Natura.

*2 “Una vita più vicina alla natura ci porta più vicini alle verità di una dominata dalle complicate norme della legge e della moda” frase completa.

*3 Così parla Ragnar al figlio Bjorn nella serie televisiva “Viking”.

*4 Termine usato da Appio Claudio Cieco (350-271 ac) nell’opera Sententiae col significato di uomo che guida il proprio destino e ripreso dall’umanesimo in antitesi all’Homo sapiens, con l’intento di rendere il sapere non più esclusivamente speculativo, quindi fine a se stesso, ma pratico, cioè utile all’edificazione di una realtà funzionale all’uomo.

*5 Concetto espresso dal pioniere dell’ambientalismo Aldo Leopold, 1887-1948, Pensare come una montagna, Piano B edizioni.

*6 Max Nettlau, Alcune idee false sull’anarchia (1905) in Gian Piero de Bellis, Panarchia, D Editore, 2017.

*7 Errico Malatesta, Anarchia, Ed Anarchismo, 2013. Da cui ho tratto le sue citazioni presenti in questo articolo.

 

 

41 – RIBELLIONE: INSURREZIONE E ALTRE FORME DI AZIONE DIRETTA -segue

Pottutto chiese a Manganello di portargli un cappuccino.

Il maresciallo uscì senza fiatare. Pochi secondi e rientrò per avvisarlo che il latte era finito.

«Allora solo caffè!»

«La macchinetta dà solo tè all’ibisco…»

«Lasci perdere, ho la pressione bassa di mio!». Il PM replicò stizzito. Dalla solita tasca della giacca estrasse una moka e un fornellino elettrico. Accese e la fissammo in silenzio finché non cominciò a fischiare.

«Senti che profumo!». Riempì la tazzina sua, quella del maresciallo. «Lei ne vuole?» chiese a me.

Lo gustammo come tre vecchi amici al bar. Dopo di che mi domandò se volessi fare qualche nome. Gli risposi «Più tardi!». Replicò un laconico: «Tanto lo sapevo!».

Ricominciai a parlare: «C’è un momento in cui il ribelle capisce che non basta disertare, che il sopruso può cessare solo quando si annienta la fonte che lo determina. A quel punto si presentano due soluzioni non necessariamente antitetiche: creare una realtà alternativa ed elusiva, l’underground, oppure ricorrere all’insurrezione. Approfondirò la prima fra un po’. Due parole sulla seconda. L’insurrezione è quell’azione che si compie attraverso una protesta violenta e decisa con lo scopo di minare il sistema e imporre il cambiamento mediante scontri asimmetrici, tipo la guerriglia, e psicologici, tipo il terrorismo.»

«Insurrezionalisti!» gorgogliò Manganello.

«Non solo!» replicai. «Perché sicuramente queste azioni producono un bell’effetto scenico, ma hanno scarsa sostanza… Anche se riconosco che sono un bel palo in culo al Potere!»

«Dopraho!». Manganello schizzò indignato.

«Mi perdoni, ma ci stava!»

«Dottore?». Fissò Pottutto in attesa di una sua reazione.

«Effettivamente ci stava!»

«Grazie!» replicai.

«Prosegua!»

«Il ribelle è sempre un insubordinato perché l’insubordinazione consiste nel non sottomettersi all’ordine a cui si dovrebbe obbedire. Si può assimilare alla disobbedienza, benché più reattiva. In cuor suo, ogni anarchico è un insubordinato!»

«Qui la volevo!» bramì Pottutto soddisfatto. «Manganello, aggiunga l’insubordinazione al capo di imputazione!» esclamò roboante. «Beh, che c’è?» fece rivolto a me.

«Mica sono un militare!» eccepii indignato.

«Dovrebbe dirmi grazie. Guardi che bel curriculum le ho preparato?». Indicò il capo d’imputazione.

Lo assecondai e ripresi: «Non è però un no che cambia le cose. Al rifiuto devono seguire azioni che destabilizzino il Potere. La prima che mi viene in mente è il boicottaggio. Sapete come è nato il nome? Nell’Irlanda del XIX secolo viveva un proprietario terriero di nome Boycott. Era un tipo vecchia maniera che amava sfruttare i propri lavoratori. Così essi decisero di inscenare un’azione non violenta nei suoi confronti. I vicini di casa non gli parlavano, se entrava in un negozio fingevano di non vederlo, in chiesa evitavano di sedergli accanto, cose di questo tipo. Insomma, venne così preso di mira che alla fine fu costretto ad abbandonare il paese.»

«Più che boicottaggio, mi sembra bullismo!» esclamò Pottutto.

«Ma a fin di bene!» replicai. «Oggi con il termine boicottaggio s’intende quell’azione di disturbo dai connotati prevalentemente economici realizzata nei confronti di un’azienda. Consiste nel non comprare o nell’ostacolare l’acquisto dei prodotti, colpendola nell’unica cosa che le preme: il profitto. Detta così può sembrare una goliardata. Vi garantisco invece che è molto efficace. Ed è pure etica perché trafigge al cuore sia i principi su cui si fonda il capitalismo, sia la democrazia che lo tutela.»

«Riecco il comunista!» grugnì Manganello.

«Gli anarchici rifiutano la legge del più forte, non negano lo scambio. Il commercio è un fenomeno naturale anche in un sistema di relazioni fra comunità autogestite, dove però prevalgono i principi della solidarietà, del minimo necessario, del dono, della reciprocità. Le merci che produciamo sono fatte perché ne abbiamo bisogno: lavoriamo per il benessere dei nostri simili, nonché per il nostro e non già per un astratto mercato, di cui non sappiamo nulla e che non possiamo in alcun modo controllare, diceva Morris nel suo meraviglioso Notizie da nessun luogo6. L’anarchia non ha niente a che vedere con la dittatura del proletariato perché è autarchica, orizzontale, solidale, e non le interessa appropriarsi del capitale. Vuole distruggerlo quale causa di divisione per produrre solo ciò che è necessario» chiosai la digressione economica. «Tornando al boicottaggio, ne riconosco l’efficacia a breve termine. Nel medio tuttavia non impedisce allo Stato di intervenire a favore dell’impresa danneggiata e ripristinare lo status quo. Occorre pertanto che tale azione sia rafforzata da condotte più incisive…»

«Tipo?»

«Tipo il sabotaggio. Quell’azione solitamente diretta ad arrecare un danno sia per riequilibrare le posizioni durante una negoziazione, sia come strumento di lotta per rivendicare diritti. Presente il luddismo?7»

«Conosce questo luddismo, Manganello?»

Il maresciallo sollevò gli occhi e quando li riabbassò: «L’ho visto una volta, ma solo di sfuggita!»

«Il luddismo fu un movimento di protesta operaia del XIX secolo sorto quando l’introduzione del telaio meccanico provocò un abbassamento del salario e l’incremento della disoccupazione. Si va dal più moderato ostruzionismo, allo sciopero, al rallentamento di attività economiche e civili, alle più cruente espressioni di rappresaglia come le manomissioni, i danneggiamenti, le distruzioni di strutture pubbliche o private o infrastrutture…»

«Uh, quante belle cose!», mi interruppe il maresciallo. «Prima di proseguire, però, mi consente di…». E al PM: «Posso chiamare Sevizia? Vista l’ora non vorrei che tornasse a casa senza…?».

Parlò con il corpo di guardia, l’infermeria, il deposito e la palestra. Tutti posti in cui era stato avvistato. Poi trillò il telefono.

«Pronto?» rispose Pottutto. «Buona sera Spaccafegato. Ha chiamato il suo collega Manganello per sapere dov’è l’agente Sevizia… No, non le ho chiesto del maggiore Sparo… neppure del sottotenente Legnata!». Qualche secondo di attesa e: «Perfetto, la ringrazio. Gli comunichi di passare da noi quando ha finito. Arrivederci!». Attaccò. «È impegnato con un cinese. Pare che sia una cosa lunga perché quello non spiccica una parola di italiano!», e a me: «Cosa diceva del sabotaggio?»

«Del sabotaggio?»

«Di quello parlava!»

«Giusto!». Schioccai le dita. «Stavo dicendo che, se unito al boicottaggio e soprattutto alle tecniche di guerriglia, logora l’avversario con attacchi continui e rapidi realizzando l’arte di fiaccare il nemico con mille piccole punture a spillo, come la chiamava Mao Tze-Tung. Si tratta di un complesso di azioni adattabili alla flessibilità delle organizzazioni anarchiche consentendo a ogni cellula di decidere autonomamente e, sul campo, di sfuggire alla rappresaglia. Inoltre, non implicando un movimento di massa, non generano effetti collaterali e stimolano la partecipazione sociale. La controindicazione è sempre la solita e cioè che queste condotte non cancellano né eludono l’ordine costituito che può riorganizzarsi e diventare più repressivo di prima. Più efficace, invece, è l’occupazione di fabbricati, scuole, terreni, imprese e eccetera» ripresi.

«Ah ah!» starnazzò Manganello. «Fa tanto il superiore, ma alla fine anche voi quando c’è da prendere…!»

«Occupiamo siti solitamente in stato di abbandono, dismessi, a volte anche fatiscenti e li restituiamo a nuova vita per svolgere attività sociali, ludiche, incontri, riunioni, ma anche economiche, di intrattenimento e via discorrendo.»

«Tanto poi vi facciamo sgomberare!»

«Vero. Ma può capitare che la nostra resistenza prevalga. E così vi rivediamo in borghese al mercatino dell’artigianato la domenica. La divisa vi rende un corpo di scherani, che si abituano a considerare i cittadini come carne da manette e da prigione e faccian della caccia all’uomo la principale o l’unica fonte di occupazione8. Sotto sotto però siete dei bravi ragazzi!» 

«Ahimè, siamo umani anche noi!» sospirò Manganello.

«Può capitare di occupare anche aree, diciamo così, più istituzionali come fabbriche o sedi di imprese. Ma sono per lo più azioni dimostrative. L’esempio forse più eclatante è la Zad, o più propriamente zona da difendere. Si tratta di stanziarsi in un territorio per impedire l’edificazione di grandi opere. Com’è avvenuto per Notre Dame Des Landes vicino Nantes nel 2008, dove gli occupanti si opposero alla costruzione di un aeroporto e svilupparono al suo posto una comunità anticapitalista, ambientalista e autogestita. Qualcosa di simile è stato realizzato anche in Val Susa per contrastare la realizzazione della linea ad alta velocità. Ma dalle nostre parti chi parla di diritti e libertà vola dalla finestra o va in prigione per terrorismo.9»

«Dovrei ridere?»

«Una volta occupato il sito, la comunità si autogestisce. Autogestirsi significa autogovernarsi, cioè governarsi autonomamente. Determinarsi senza l’intermediazione dell’autorità. Come dice Antonio Senta, per superare lo Stato è necessario creare esperienze di autogestione, allargare la sfera della cooperazione umana non statale, basata sulla reciprocità e non sul profitto, sul dono e non sul valore. Dare cioè vita a innumerevoli forme di democrazia diretta, assemblate, decentrate, collegate fra loro in senso federalista… Vuole che ne parli adesso o facciamo più tardi?»

«Sono quasi le otto di sera!»

«La notte è giovane!» esclamai. «Comunque le dico che è un metodo organizzativo del vivere sociale innanzi tutto etico, in quanto rifiuta il comando e si esplica in senso non gerarchico, attraverso una pratica collaborativa, solidale e paritaria10. È partecipazione faccia a faccia, mediante un confronto continuo finalizzato a realizzare l’interesse comune. Non c’è un’autorità che decide chi, come e perché. Ciascuno contribuisce agli obiettivi condivisi secondo le sue capacità e le sue forze e…»

«Mi perdoni, ma sul terrorismo non dice nulla?». Pottutto mi incalzò famelico.

«L’anarchia ha abbandonato certe pratiche. Non ha bisogno di creare terrore nella collettività per destabilizzare l’ordine.»

«Nessun attentato, rapimento, strage?»

«No!»

«Suvvia, non faccia il modesto!»

«Che le devo dire?» sbuffai. «Se con terrorismo intende un atteggiamento che vuole realizzare un’idea in maniera radicale, dico che siamo terroristi in quanto realizziamo la nostra idea di mondo. Se invece significa violenza che crea terrore colpendo innocenti indiscriminatamente, sottolineo che è una pratica vile che ripudiamo categoricamente sia perché l’individuo è intangibile, sia perché una società libera non può essere l’imposizione di un ordine nuovo al posto di quello vecchio11

«Vuol farmi credere che non ha mai fatto esplodere una bomba?»

«Ma che discorsi, certo che l’ho fatto!»

«Ora confessa!». Pottutto tirò una gomitata ingalluzzita al maresciallo.

«Come potrei rinunciare alla bomba di Maradona per i botti di capodanno?».

 

 

NOTE

 

– 6 William Morris, Notizie da nessun luogo, 1890.

– 7 Luddismo, la prima fase del movimento operaio britannico (primi decenni del sec. XIX), caratterizzato da reazioni violente contro l’introduzione delle macchine e la conseguente disoccupazione.

– 8 Errico Malatesta, Al caffè, 2010.

– 9 Nel primo caso faccio riferimento all’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano nella notte fra il 15 e il 16 dicembre del 1969. Nel secondo a Maria Soledad Rosas e Edoardo Massari, arrestati insieme a Silvano Pellissero il 5 marzo 1998 con l’accusa di essere membri del gruppo terroristico dei Lupi Grigi, poi suicidatisi in carcere. Pellissero, invece, venne assolto.

– 10 Antonio Senta, Premesse del curatore in P. Kropotkin, L’anarchia, 2013.

– 11 Paul Goodman, Individuo e comunità, ivi.

 

Editing a cura di Costanza Ghezzi

Immagine: Pablo Picasso, Donna che piange, 1937

 

39 – RIBELLIONE: LA DISOBBEDIENZA CIVILE

 

 

«E comunque non ha senso fare la rivoluzione. La democrazia ha dato a tutti una casa, un lavoro, strutture sanitarie dove curarsi, soldi da spendere come pare e piace…» rilevò il pubblico ministero.

«In effetti le persone preferiscono stordirsi con ciò che offre piuttosto che guardare in faccia la realtà. Ma ogni tanto qualcuno si sveglia e la sua irruenza è entusiasmante. In questi casi, più che di rivoluzione dobbiamo parlare di ribellione» dissi. «La rivoluzione origina da una necessità collettiva, come può essere reagire alla miseria. L’assalto alla Bastiglia avvenne perché il popolo aveva fame, non per abbattere la monarchia o per eliminare l’aristocrazia. Ma ogni rivoluzionario sarà sempre un reazionario perché impone nuovi idoli. La ribellione, invece, è uno stato d’animo che consiste nella resistenza a un’ingiustizia. Dalla violazione dell’armonia naturale segue una reazione spontanea, almeno inizialmente non premeditata e organizzata, difensiva o reattiva. Per questo il ribelle è sempre pronto ad agire: viola leggi che ritiene inique, scappa dalla famiglia oppressiva, incrocia le braccia davanti al sistema che lo sfrutta e così via fino al suicidio, il più potente e radicale atto di libertà individuale.»

«Aspetti!» Pottutto mi fermò. «Questa non l’ho capita!»

«Non c’è niente da capire».

«Non sarà favorevole al suicidio

«Non credo sia il momento di…»

«Le hanno mai detto che la vita è sacra?»

«Mi perdoni, ma sbaglia aggettivo. La vita non è sacra, è mia. È l’unica cosa di cui sono proprietario per natura. E di come ne dispongo non devo dare conto a nessuno!»

«Dimentica che siamo un esempio per i giovani… per gli altri!».

Sospirai. «Bell’esempio che siete, allora!». Sorrisi. «Nessuno deve imitare nessuno: la personalità si forgia con l’esperienza. L’emulazione non è ispirazione, ma conformismo. E il conformismo è tirannia». Aggiunsi: «L’esaltazione della vita in sé per sé è l’ennesima idea fissa da cui liberarsi per essere padroni di se stessi. Il corpo è uno strumento, mentre la volontà nasce, cresce, si dissolve nell’eterno divenire. Il puro non teme la morte perché non teme la propria natura.»

«E se le dico che la vita è un dono?»

«Un dono di chi? Di Dio? Dei genitori? Dello Stato? Donare significa dare senza niente in cambio. Qui invece tutti pretendono!»

«Eretico!» ragliò Manganello.

«È della Sacra Inquisizione?»

«Sevizia è molto più raffinato!».

Evitai di proseguire su quel crinale e tornai alla ribellione: «Quale reazione etica a un atto o a una condotta ingiusta, essa è il momento in cui il pensiero diventa azione. La ribellione ci porta a non lasciarci più organizzare, ma a organizzarci come vogliamo diceva Stirner. L’iniziato-refrattario si trova improvvisamente solo, fragile, ma è vivo e reattivo. Decidete di non servire più e sarete liberi sanciva Etienne De La Boétie per sottendere come la scelta fosse individuale. E consiste nel decidere di distruggere l’autorità in un antagonismo incessante fra potere e libertà, parafrasando Foucault.»

«Questo Focolle è un altro dei suoi amici?» chiese Manganello.

«È un filosofo.»

«Anche lui? Ma qualcuno che lavori?»

«L’autonomia si conquista con una reazione che assume i connotati della resistenza. Dal latino resistentia: fermare respingendo qualcuno o qualcosa. Essa può essere attiva, cioè di contrasto, o passiva, come opposizione e non collaborazione. Sempre è disobbedienza: rifiuto e reagisco non accettando, non collaborando, non obbedendo al dominio. Disobbedienza che Bernard Shaw definiva la più rara e coraggiosa delle virtù

«Molto didascalico!»

«La forma classica è la disobbedienza civile. Consiste in una protesta, di solito non violenta, in reazione a un atto, fatto, decreto ingiusto. Lo Stato mi dice di pagare le tasse? Io non le pago perché non voglio contribuire al suo malaffare. Lo Stato mi ordina di fare la guerra? Io divento disertore perché uccidere è contro natura. Lo Stato mi impone il consumismo per favorire banche e capitale? Io sviluppo un’economia sostanziale con persone che la pensano come me. E così via. Thoreau sosteneva che essa nasce da una domanda: come deve comportarsi un uomo oggi nei confronti di questo governo? Si riferiva a quello degli Stati Uniti che imponeva i tributi per sostenere le guerre o la schiavitù, ma l’interrogativo vale sempre e per tutto. E rispondeva asserendo che il cittadino non può obbedire quando ciò gli reca disonore: tutti gli uomini riconoscono il diritto alla rivoluzione, cioè il diritto a rifiutare l’obbedienza, e di opporre resistenza a un governo, nel caso in cui la sua tirannia o la sua inefficienza siano gravi e intollerabili. Quindi ogni volta in cui il Potere è ingiusto è giusto non obbedire

«Ma lo Stato non sta certo a guardare!»

«Infatti, se nego l’autorità dello Stato, entro breve esso si prenderà e distruggerà tutti i miei beni tormentando in tal modo me e i miei figli all’infinito, asserisce ancora il filosofo americano. Tuttavia, aggiunge: mi costa meno, in ogni senso, incorrere nella pena precisa per la disobbedienza allo Stato, di quanto mi costerebbe obbedire. In questo caso mi sentirei come se valessi di meno. Ecco perché: desidero semplicemente rifiutare obbedienza allo Stato, ritirarmi e starne completamente alla larga.»

«Perché è emigrato all’estero?».

Sollevai uno sguardo sfatto: «Significa che è più dignitoso disobbedire che essere complice. Ma significa anche che la disobbedienza non si realizza con lo scontro frontale col Potere, ma vivendone alla larga. Agendo come se non esistesse. Ignorandolo.»

«Mi pare che il suo amico trascuri un’evidenza e cioè che lo Stato deve fare lo Stato e i cittadini devono fare i cittadini!»

«Ma i cittadini sono individui. Possono decidere per se stessi senza dover obbedire a leggi che li danneggiano, fatte da uomini che disprezzano, per un’autorità che non riconoscono!»

«Chiacchiere!». Il PM sbottò. «Sa meglio di me che le persone sono bastarde. Qualcuno dovrà pur impedire la loro bastarditudine!»

«Bastarditudine?» farfugliai. «La bastarditudine, come la chiama lei, si fonda sull’ideologia del dominio in cui il più forte domina il più debole per conseguire un interesse. Per questo l’anarchia nega la proprietà e la conseguente accumulazione. Esse sono l’antefatto di ogni male e soltanto un uomo libero dalla materialità può essere se stesso senza bisogno di sopraffare il prossimo e il mondo. Ribadisco: il cambiamento è culturale prima ancora che pratico!»

«Pensavo più ai serial killer!»

«La disubbidienza deve essere etica, mai utilitaristica. Chi non rompe le catene si rende complice dell’ingiustizia1. Non basta quindi ribellarsi all’iniquità, bisogna negare la causa. Se mi oppongo al capitalismo senza rifiutare l’ideologia del profitto i miei sforzi verranno dissolti dall’omologazione collettiva e inevitabilmente tornerò a essere un suo ingranaggio. Allo stesso modo, se violo la norma ma non rifiuto lo Stato, cioè non creo un sistema alternativo a esso, dopo aver trasgredito una volta dovrò farlo ancora e ancora e così all’infinito. È inutile tagliare le teste dell’Idra quando so che si rigenerano! La disobbedienza nelle sue infinite forme deve pertanto essere accompagnata da una vita fuori di esso, come diceva Tolstoj.»

«Dopraho, se arrivasse al punto magari…!»

«Ci sono!» dissi. «L’obiettivo è sviluppare nuove federazioni libere con caratteristiche diverse da quelle degli antichi Stati fondati sulla coercizione, che gradualmente esautorino il Potere. E la comunità anarchica, garanzia di orizzontalità, comunione e solidarietà, è l’unico strumento che consente di astenersi dall’opera del governo2 senza aggredire e combattere, ma reagendo con un’alternativa concreta che eroda risorse, strutture, potenzialità alla sua tirannia. A quel punto esso sarà un castello di carta e basterà un soffio perché si…»

«Ha finito?». Pottutto mi interruppe.

«No!» gli risposi.

 

NOTE

 

– 1 H. D. Thoureau, Disubbidienza civile, ivi.

– 2 Lev Tolstoj, Il rifiuto di obbedire, ivi.

 

Editing a cura di Costanza Ghezzi

Immagine: Edvard Munch, Amore e psiche, 1097

37- RIBELLIONE: AZIONE DIRETTA

«A proposito di criminali…». Il pubblico ministero riprese a parlare. «Ho qui un fascicolo…». Lo estrasse dalla borsetta. «Pieno di attentati, furti, rapine, reati cybernetici e chi più ne ha più ne metta». Esibì la foto di un traliccio abbattuto. «Guardi questa?». Quella di una camionata di letame su un auto blu. «E questa?». Due mastini in divisa legati nella posizione del sessantanove. «Che gliene pare?». La mostrò a Manganello, che la respinse disgustato.

«Mi state accusando?»

«Non faccia il furbo con noi. C’è la sua firma!». Indicò la A di anarchia disegnata sul sedere di quello che stava sopra.

«Già, c’è la sua firma!» echeggiò il maresciallo.

«C’è la mia firma?» replicai. «Ma io mica mi chiamo A!» rilevai placido.

Le arterie del pubblico ministero esplosero: «È stato lei o non è stato lei?»

«Per caso fa riferimento a quella volta in cui due di loro…», indicai la divisa del maresciallo, «hanno inseguito dei ragazzini e sono entrati nella casa abbandonata a Seano dove hanno trovato un laboratorio e poi è successo che… Non ne so niente!». La avvicinai: «Comunque sono venuti bene!»

«Chi?»

«Gli agenti. Guardi che facce buffe!». E a Manganello: «Non le piacciono?»

«È stato o non è stato lei?»

«No!»

«Sta mentendo!»

«Sì!»

«Allora è stato lei!»

«No!»

«Ma ha appena detto di sì!»

«Era interrogativo: sì?» ripetei.

«Questo è terrorismo!». Pottutto avvampò. «Ci dica chi è stato o…!»

«Si chiama azione diretta» lo corressi. «Per il terrorismo dovete chiedere ai servizi segreti e ai fascisti. Sono i numeri uno!»

«Perché, dar fuoco a una scuola è da…?»

«Era vuota.»

«Stavano entrando gli agenti!»

«Appunto!»

«E frantumare le vetrine dei negozi?». Il PM mostrò le foto del centro commerciale.

«Belle. Sembrano le esplorazioni artistiche a colpi di martello di Simon Berger!1»

«Rapinare le banche?»

«Non sarà un peccato rubare in casa del ladro!». Mi protesi verso di loro e sussurrai: «Non è mia, ma ha sempre il suo perché!»

«Siete dei criminali!»

«Su questo ha ragione» dissi. «E non potrebbe essere altrimenti. Come diceva Kropotkin: tutto è buono per noi quello che non è legalità, perché il Potere si fa le leggi per fare quello che vuole e chi non vuole cosa dovrebbe fare? Gli anarchici rifiutano l’ipocrisia legalista e profanano i suoi idoli con l’azione diretta…»

«Perché c’è anche un’azione curva?»

«Essa è quel complesso di attività realizzate in antagonismo e senza bisogno dell’autorità. Sono i così detti semi sotto la neve che possono crescere e germogliare, come Ward definiva i tentativi antiautoritarii.»

«A me sembra solo violenza!»

«Mentre lo Stato che pretende il monopolio del potere e lo ingiunge con la forza, invece…?» ironizzai. «L’anarchia è stata violenta nel periodo che va dalla fine della Prima Internazionale all’inizio della Prima Guerra Mondiale. Si chiama propaganda del fatto. Numerosi furono gli attentati contro sovrani o importanti personalità politiche come il re di Spagna Alfonso II, il primo ministro francese, l’imperatore tedesco Guglielmo I, lo zar Alessandro II, il re d’Italia Umberto I e così via. Ma era un’epoca in cui si credeva che il fatto insurrezionale potesse penetrare nei più profondi strati sociali e attrarre le forze vive dell’umanità nella lotta che l’Internazionale sostiene, come affermavano il giovane Errico Malatesta e Carlo Cafiero al Congresso di Berna dell’Internazionale Autorititaria2. Non deve stupire: era l’Ottocento e il romanticismo esplodeva esaltando ogni passione sfrenata.»

«Uccidere un re le sembra una cosa passionale?»

«Le garantisco che ci mettevano tanto amore!». Sorrisi. «Sono dovuti passare anni di persecuzioni per capire che il popolo è una categoria sopravvalutata. Lo stesso Malatesta, infatti, ripiegò dalla rivoluzione in modo permanente al più imparziale gradualismo rivoluzionario da attuare pezzetto dopo pezzetto.»

«A proposito di pezzetto, Manganello non è che ha un altro snack?». Il pubblico ministero mi interruppe. «No?». Guardò me. Guardò lui. Guardò me e ancora lui. «Giuri!».

Ripresi: «Oggi è tutto diverso. Ci sono state le guerre mondiali, il capitalismo si è tecnicizzato, l’ipocrisia omologante si è impadronita del buon senso annichilendo la ragione. L’obbedienza volontaria è ormai virtù. Ẻ ingenuo sperare di risvegliare la massa dalla narrazione che identifica l’anarchico con il terrorista…»

«Mi sa che ora spara la stronzata!» sussurrò Pottutto a Maganello.

«Dottore!» esclamai.

«Mi perdoni!» si scusò. «Quando mi cala la glicemia…!». E al maresciallo: «Non ha neanche una caramella?»

«L’anarchico non se la prende più con i re, i primi ministri, i politici. Sa che sono uno strumento. Preferisce costruire realtà autonome e clandestine. E se proprio gli scappa di tornare alle origini, mira le infrastrutture piuttosto che i governanti. Come dice il Comitato Invisibile, il Potere non è più rappresentativo: nessuno lo vede perché tutti ce l’hanno in ogni momento sotto gli occhi: sotto forma di traliccio della tensione, di un’autostrada, di una rotatoria, di un supermercato o di un programma informativo, in quanto è l’organizzazione stessa di questo mondo, questo mondo modellato che ha l’apparenza neutra di una struttura abitativa o della pagina bianca di Google3. Esso opera attraverso meccanismi che non sono più centralizzati, ma frammentati in ogni pratica sociale. Ed essendo più difficile da individuare, da scalzare, da sfidare, bisogna mirare i suoi centri nevralgici. Ma non distruggendoli, cosa impossibile perché sono infiniti, bensì erodendone lentamente la funzionalità. Non si tratta quindi di tracciare un limite in continuazione come sosteneva Goodman, ma di sottrarre controllo mediante azioni mirate, incisive e disgreganti che si organizzino dal basso in alto per mezzo di associazioni indipendenti e assolutamente libere4, di comunità impalpabili, clandestine, intangibili e inconoscibili, che operino nell’oscurità, nell’underground appunto, dove esso non potrà mai accedere.»

«Finito?»

«Direi di no!»

«Allora aspetti che sta glicemia…». Pottutto tirò fuori dalla tasca della giacca una coscia di pollo arrosto e la azzannò. Poi mi sollecitò a riprendere.

«La rivolta può essere individuale o collettiva. Tuttavia non credo nel popolo e tantomeno nella lotta di classe. Il primo è un concetto astratto, la seconda è una fregatura. La rivoluzione presuppone infatti un mutamento, un passaggio repentino, per lo più violento, da qui a là. Oggi siamo una repubblica, domani siamo anarchia. E poi cosa accade se le persone non hanno consapevolezza? Perché la libertà non è una festa, non è un gioco, non è una manifestazione di piazza, come ammoniva Bertolo. Se dietro l’impazienza generosa c’è solo il vuoto culturale e organizzativo, se la fiammata sovversiva che l’esca ha acceso si alimenta solo di confuso malcontento, allora il risultato non è solo negativo, è disastroso, perché il fuoco si spegne con la stessa rapidità e facilità con cui si è acceso5. Quando le masse provano a sovvertire l’ordine costituito, prevale sempre la controrivoluzione. Pensate ai sogni infranti della primavera araba del 2011, oppure Occupy Wall Street sempre nel 2011, o alla rivoluzione greca del 2012, Istanbul l’anno dopo, la Catalogna del 2019, i Gilet gialli nello stesso anno.»

«I tifosi che hanno costretto il governo a riaprire gli stadi durante il covid però…?» eccepì il magistrato.

«Quelle sono le vittorie che contano!» replicai. «E poi quale classe dovrebbe guidare la rivoluzione se gli operai scimmiottano il padrone?»

«Gli intellettuali non hanno niente da fare. Potrebbero…?»

«Sono occupati a celebrare il Potere. Non mi fraintenda: non ho detto che esso li corrompe. Non è che va dal tale scrittore o editore o attore e così via e gli dice: “Ti do i soldi se racconti ciò che voglio!”. Si venisse a sapere, che figura ci farebbe? Semplicemente consente di pubblicare il libro, di distribuire il giornale, di recitare e così via!»

«Sulla scienza scommetto però che…?»

«Già, la scienza!». Glissai con espressione amareggiata. «Sa che una volta essa era sinonimo di progresso? Una volta. Prima che diventasse la Zecca dei Grandi affari

«Suvvia, non sia così pessimista!»

«Non lo sono. Infatti confido negli individui. Individui liberi che si uniscono ad altri individui liberi e tutti insieme creano comunità autogestite che operano in clandestinità lacerando il dominio dal suo interno. Non servono eroi, ma la fratellanza. Soltanto la convergenza delle volontà libere può eludere il sistema replicando modelli di comportamento che lo disgreghino. Siamo pirati. Siamo carbonari…».

Manganello sobbalzò sulla sedia: «Anch’io la voglio!»

«Cosa?»

«La carbonara!». Avvinazzò. «Non parlavate di quella?»

NOTE

 

– 1 Simon Berger, artista svizzero nato nel 1976 che crea opere d’arte sul vetro a colpi di martello.

– 2 Congresso di Berna, 1876.

– 3 Comitato invisibile, ivi.

– 4 Paul Goodman, Individuo e comunità, 1995.

– 5 Amedeo Bertolo, Anarchici e orgogliosi di esserlo, ivi.

 

Editing a cura di Costanza Ghezzi

Immagine: Antonio Ligabue, Leopardo, 1955

 

34- LA PROPRIETÀ. CAMBIARE IL RAPPORTO CON LE COSE: COMPROPRIETÀ – Seconda parte.

«La proprietà è la facoltà di disporre e godere di un bene pienamente ed esclusivamente: la zappa è mia e la uso come voglio. I giuristi hanno poi aggiunto: nel rispetto della legge e senza pregiudicare i diritti altrui. Quindi la zappa è sempre mia, ma non posso dissodare la terra che non mi appartiene e non posso tirarla in testa a chi mi pare. Questa la definizione.»

«Dopraho, ho fatto giurisprudenza. So cos’è la proprietà!»

«Ottimo! Differenza fra proprietà e possesso?»

Scena muta.

«Allora cambiamo domanda: quand’è che sono proprietario di una cosa?»

Pottutto si perse nel paesaggio agreste che Manganello stava disegnando.

«Quando la realizzo, tipo mi costruisco la zappa, oppure quando me ne impossesso, tipo la compro. Nel momento in cui entra nella mia disponibilità diventa un mezzo che utilizzo per conseguire un fine, cioè uno strumento funzionale a una mia utilità. Senza la zappa non potrei tagliare i rami e se non taglio i rami non posso scaldarmi, ad esempio. Attraverso la proprietà, pertanto, soddisfo un bisogno pratico ma anche, oggi direi soprattutto vista la narcotizzazione consumistica, mentale.»

«Sul prossimo argomento mi faccia una cortesia…» intervenne Pottutto.

«Dica!»

«Evitiamo il cappello che…»

«Ma è la parte più divertente!»

«Lei si diverte?» chiese a Manganello.

«Eccome no. Sono tre ore che rido!»

«Detto che la proprietà è un mezzo per un fine e che i fini si reiterano all’infinito, occorre che qualcuno provveda al suo mantenimento, al suo sviluppo, alla sua difesa, eccetera. E poiché del proprietario si può dire tutto ma non che non sia generoso, lascia siano altri a lavorare. Si crea così un dominio degli uomini sugli uomini che, aggiunto a quello sulla natura, provoca la catastrofe umana e ambientale che stiamo vivendo. Non esistono soluzioni intermedie: l’abolizione della proprietà è l’unico modo per fermare questo delirio di onnipotenza

«In che senso?»

«La proprietà non deve esistere. Abolita. Cancellata. Tanti saluti e arrivederci!»

«Ma se la abolite, i bisogni…?»

«Occorre distinguere fra bisogni primari e non. Mangiare, vestirsi, svagarsi, stare con gli altri, eccetera sono bisogni essenziali che l’anarchia non nega a nessuno, anzi favorisce in quanto funzionali al perfezionamento della personalità. Perché ciò sia possibile deve però cambiare il rapporto con le cose, il valore che attribuiamo loro: utile è ciò che consente di vivere in armonia col mondo, superfluo è ciò che crea schiavitù fisica e mentale.»

«E chi stabilisce se una cosa sia superflua o no?»

«Gliel’ho appena spiegato!» replicai irritato. «L’uomo si perfeziona e si compie quando vive spontaneamente in armonia con se stesso, con gli altri, con l’ambiente. Il resto è dannosa banalità. Per questo l’anarchia che voglio propone un’esistenza semplice in cui si privilegi la relazione personale e la connessione con la natura. Un progetto spirituale prima ancora che materiale, in cui l’estasi si ottiene per sottrazione, non aggiungendo. Bisogna essere nudi per essere se stessi! Come diceva Proudhon: è sufficiente possedere quel tanto che basta per essere liberi perché una volta soddisfatti i bisogni elementari si ha il tempo di coltivare la propria mente e la propria sensibilità1»

«Su questo avrei qualche dubbio!»

«Conosce qualche ricco che è felice?»

«La sua è tutta invidia!»

«Mai provato questo sentimento!»

«Neanche un pochino?»

Arrossii: «In effetti, una volta. Quando dal traghetto ho visto i delfini piroettare fra le onde… Non mi ci faccia pensare che mi commuovo ancora!»

Il pubblico ministero si grattò nervosamente la barba liberando una mosca rattrappitasi nei riccioli.

«Ma se abolite la proprietà, a chi appartengono le cose?» chiese.

«Sono di tutti e di nessuno.»

«L’avevo detto che sono comunisti!» esultò Manganello.

«Nella società anarchica, a parte i prodotti di esclusivo uso personale, i beni appartengono a tutti e tutti li producono, li gestiscono e ne dispongono in base agli accordi. Si chiama comproprietà. Quelli in eccedenza vengono distribuiti equamente, quelli accessori vengono spartiti fra i membri attraverso il dono o la permuta. Non c’è un’entità superiore che decreta dall’alto. La scelta è volontaria. Esclusivamente personale. Per questo non siamo comunisti!»

Mi restituirono due facce da cane a cui è stata tolta la ciotola.

«Non c’è bisogno di delegare chicchessia. Si concorda cosa, quanto, come produrre per se stessi e per gli altri. Che siano mezzi di trasporto, elettrodomestici, abitazioni, terreni o quant’altro, tutto è comunione!»

«Non riuscirete mai a eliminare la proprietà!» rugliò il pubblico ministero.

«Intanto cominciamo dalla nostra, senza la quale anche la vostra perde di valore!»

«E vorreste cambiare le cose così, di punto in bianco?». Si protese verso di me: «Mi perdoni. Glielo chiedo perché… sa ho appena comprato casa!» sussurrò in maniera che Manganello non udisse.

«Assolutamente no! Come diceva Goodman: i cambiamenti possono essere a spizzichi e non drammatici, ma devono essere essenziali2. Per questo creiamo comunità clandestine che erodano lentamente il sistema» dissi candidamente.

«Ma senza proprietà…?»

«Mi dica un solo motivo per cui è utile?» lo incalzai.

Seguirono secondi di silenzio assoluto, sguardi fuggevoli, contrazioni muscolari. «Se io sono proprietario di un bene posso trarne un’utilità immediata, senza mediazione di cose o persone…» biascicò Pottutto.

«E posso fare di essa quello che voglio!» seguii. «Ma a parte ricordare le definizioni di diritto assoluto e il diritto soggettivo studiate sul Trabucchi…?»

«Edizioni Simone3».

«Non importa!» lo tolsi dall’imbarazzo. «Il punto focale è che la proprietà favorisce il più forte e impedisce la realizzazione delle potenzialità individuali sfruttando e corrompendo con l’illusione della materialità. Conviviamo con essa dal momento in cui veniamo al mondo. Esattamente come la schiavitù. Per questo deve essere abolita. Ma non attraverso l’espropriazione suggerita da Bakunin, o la presa di possesso di Louise Michel, tanto per fare dei nomi, che genererebbero nuove autorità verticistiche, bensì attraverso la comproprietà in cui tutti siano attori e non fruitori, parimenti partecipi e responsabili.»

«Adesso voglio un nome. Me l’aveva promesso!»

«Uno a caso?»

«Mi accontenterò del primo che le viene in mente!»

«Adele!»

«Adele?». Pottutto scattò sugli attenti. «Chi è questa Adele?»

«E che ne so. È il primo nome che mi è venuto in mente!».

 

NOTE

– 1 P. J. Proudhon, La guerra e la pace, 1861.

– 2 Il Manuale di diritto privato di Torrente-Shlesinger è forse il testo più usato nelle Università. Quello delle Edizioni Simone è meno tecnico e più facile. Gli studenti dicono di studiare sul primo, ma non è vero. Intorno alla cinquantesima pagina chiedono ai genitori di comprare il secondo!

– 3 Paul Goodman, Individui e comunità, 1995.

Editing a cura di Costanza Ghezzi.

In foto: Gustave Dorè, Amore riflette sulla morte, 1875

33- LA PROPRIETÀ È IL PRESUPPOSTO DEL DOMINIO

«Adesso voglio un nome!» ululò Pottutto, manipolando vigorosamente la pallina di pongo.

«Funziona?» sviai.

«Cosa?»

«La pallina. Funziona davvero o lo fa soltanto per…?»

«Certo che… vuole provarla?»

«Era solo così, per curiosità!»

«Tanto non gliela davo!». Appoggiò l’orologio sul tavolo: «Ha cinque minuti. Dopo di che, se non mi dà un nome, qui si chiude!»

«E Sevizia?» borbottò Manganello deluso.

Ne approfittai: «Nella società del dominio, il più forte comanda, il più debole obbedisce. Anche in natura sono presenti organizzazioni asimmetriche e rapporti di supremazia, mai però l’autorità si manifesta attraverso condotte sfruttatrici, annientatrici, funzionali a un meschino scopo privato. Quando il capobranco sottomette il più debole agisce nell’interesse del gruppo, non per un fine egoistico.»

«E allora cos’è che favorisce l’instaurarsi della gerarchia?»

«Finalmente una bella domanda!»

«Grazie!»

«Dopo tre ore che sto qui…!» sottolineai. «La risposta è una: il tornaconto personale. Il profitto, cioè l’utile economico, è causa di ogni male umano. È un morbo che infetta le menti inducendole a giustificare gli atti più vili, repellenti, scellerati, devastanti perpetrati nei confronti di chiunque e di qualunque cosa ne ostacoli il perseguimento. Profitto che consiste nell’accumulare beni non necessari, che producono altri beni non necessari, l’insieme dei quali forgia l’autorità. E tanto maggiore è l’autorità, tanto il potere si trasforma in arbitrio. Arbitrio che esiste da quando l’uomo ha smesso di vivere in simbiosi con l’ambiente, non accontentandosi più di soddisfare i bisogni primari ed è legittimato dalla legge, positiva o divina che sia, nell’interesse dei Grandi Affari1 e indottrinato come principio supremo con l’etica del lavoro, della competizione, dell’affarismo, del consumo compulsivo e di tutta la propaganda che riduce l’esistenza a una triste finzione.»

«Esagerato!». Pottutto si spazientì.

«E se il profitto è causa del dominio, qual è il presupposto del profitto?» chiesi.

«Il dominio!» tuonò il maresciallo.

«Ha detto che quella è la causa!», lo corresse il magistrato.

«La proprietà è il presupposto del profitto» proferii. «Senza proprietà, cioè senza la disponibilità di beni che lo generano, esso non esisterebbe. Ma come è nata la proprietà?»

«E basta con le domande. Mica siamo a Lascia o Raddoppia.2»

«È semplice: secondo Rousseau – cito lui non perché le sue valutazioni siano antropologicamente le più approfondite ma perché fornisce un’immagine immediata e comprensibile a tutti – è bastato che qualcuno avendo attorniato di siepi un terreno, pensò di dire: questo è mio e che trovò persone tanto semplici per crederlo. A quel punto colui che possedeva, non contento di imperare nel suo territorio, temendo aggressioni esterne perché la potestà come si conquista con la forza, con la forza si può perdere, creò un potere supremo che garantisse ai proprietari l’eterna concordia: lo Stato3. Le rivoluzioni industriali ne hanno accresciuto l’autorevolezza, le guerre mondiali l’hanno cristallizzata. Dalla seconda metà del Novecento lo sviluppo tecnologico l’ha moltiplicata nelle infinite espressioni del dominio tecno-scientifico, lasciando al Leviatano l’esclusività di essere il braccio armato a protezione del sistema. Abbiamo cominciato col dominare la terra attraverso l’agricoltura, in cui abbiamo reso la natura un qualcosa da sfruttare, abbiamo proseguito dominando gli animali con l’allevamento, abbiamo strutturato una società patriarcale fino al dominio di tutti contro tutti attraverso la schiavitù, il lavoro salariato, la massificazione. Ormai siamo gli anonimi ingranaggi di una Megamacchina mangiatutto, di cui il capitalismo è solo l’ultima fase della civilizzazione4, seppur con altre parole conferma John Zerdan.»

«Arrivi al dunque!»

«Attraverso la proprietà l’uomo compensa l’inquietudine provocata dalla propria natura mortale: in essa si identifica e grazie a essa si sente eterno. Dimenticando però ciò che è, ovverosia un animale con un quoziente intellettivo appena superiore agli altri. Con la conseguenza che la sua ingordigia, il suo bisogno di onnipotenza, si materializza nel capitalismo, oggi tecnocrazia, o se preferite scientocrazia, il più nocivo assetto sociale emerso nel corso della storia

«A me piace il capitalismo!». Manganello gongolò.

«Non avevo dubbi!» replicai.

«Penso che stia enfatizzando!» miagolò invece Pottutto. «Il ricco è sempre esistito e ha sempre fatto quello che gli è parso!»

«Ẻ quello che ho detto. Perché sacralizzando la proprietà, egli possiede l’autorità e i mezzi per esercitare la sua supremazia. Dal padre padrone al capo ufficio che sfrutta i collaboratori, al latifondista che sfrutta la manovalanza, all’imprenditore che sfrutta l’operaio, al governo che sfrutta il popolo, il potere origina sempre da un’autorità innanzi tutto economica. Chi è saggio la pratica nel rispetto della dignità reciproca, chi è sfrontato e arrogante si chiama tiranno. E se una volta annientava i dissidenti, oggi ottiene il consenso mediante gli infiniti mezzi di manipolazione emotiva come l’illusione del benessere, l’induzione all’obbedienza consumistica, la devozione allo scibile e quant’altro conformi alla sua necessità elidendo la capacità critica personale. Il paradosso infatti è che con il capitalismo l’oppresso si illude di non soffrire più il giogo perché ne è partecipe. Orgogliosamente mantiene e sviluppa ricchezza di cui non godrà mai, estorto dalle banche, ingannato dalle multinazionali, alimentando la tecnoburocrazia5, vivendo nella nevrotica normalità di professioni detestate, di relazioni opprimenti, di competizione e di avidità, di conformismo mentale e comportamentale…»

«E che è, l’Armageddon?» mi dileggiò Pottutto. «A me questo sembra solo libero mercato!»

«Il problema non è il mercato ma la servitù volontaria. L’apatia è connivenza. Le persone si scandalizzano quando i fiumi esondano, si commuovono quando vedono in tv un bambino che raccogliere coltan, si disperano quando ettari di boschi bruciano, eppure nessuno rinuncia ai propri capricci. Vivono in un sogno surreale e non vogliono svegliarsi per scoprire cosa hanno contribuito a provocare!»

«Parla dei disastri naturali? Ma se oggi l’industria fornisce una miriade di soluzioni ecosostenibili?»

«Tipo?»

«Le auto elettriche.»

«Certo, certo!» replicai caustico. «Di cosa sono fatte le batterie?»

«Non saprei. Sono un PM, non un batterista!»

«E come si smaltiscono?»

«Nemmeno uno smaltitore!»

«La verità è che l’economia ecosostenibile è un altro imbroglio con cui fregare i sempliciotti. Ha ragione Enrico Manicardi quando afferma che: si parla di tecnologia verde, tecnologia ecologica, di tecnologia a basso impatto ambientale. Ma la tecnologia non può mai essere verde, né ecologica, né a basso impatto ambientale: per avere oggetti tecnologici, infatti, bisogna produrli, e per produrli si debbono sventrare montagne, depredare fiumi, disboscare foreste, inquinare l’ambiente. Inoltre, ci vogliono fabbriche e miniere per realizzarli, perché gli oggetti tecnologici sono composti da silicio, terre rare, coltan, alluminio… conseguentemente, ci vogliono persone che vi lavorino. E siccome nessuna persona al mondo troverebbe piacevole lavorare 16-18 ore al giorno, tutti i giorni, nelle profondità buie e insalubri di una miniera, per poter consentire agli altri di avere un bel telefonino o un sistema cruise control nell’automobile, ne consegue che per avere oggetti tecnologici occorre costringere migliaia di persone a fare quello che nessuno vorrebbe fare.6 Altro che eco-sostenibilità!»

«Non mi sono mai comprato un telefonino in vita mia!» mugugnò Manganello.

«Ci credo, usa quelli confiscati!» sghignazzò Pottutto. «Ho capito il concetto!», rivolto a me. «Ma siamo a quattro minuti e non vedo la fine.»

«Quindi ne manca ancora uno!» replicai. «Il dominio ha ormai incorporato tutte le patologie sociali: patriarcato, sfruttamento, statualità, egoismo, militarismo, crescita illimitata che hanno afflitto la civiltà e inquinato tutte le sue conquiste7. Dobbiamo reagire! La radice è l’uomo, qui e non altrove, adesso e non più tardi8. Questo deve essere il punto da cui ricominciare. Che sia la guerriglia e insurrezione di Hakim Bey9, o la costruzione di comunità alternative, non è possibile rimanere inerti. Come diceva Debord: per distruggere definitivamente la società dello spettacolo occorrono uomini che mettano in azione una forza pratica10: noi anarchici la chiamiamo la lotta

«Le mancano pochi secondi!»

«Se vogliamo un mondo nuovo e diverso, un mondo in cui l’individuo non sia un rapace pubblico, se non ha timore, essendo potente; o avaro e insidioso e ipocrita se è impotente11, il primo passo è eliminare la proprietà, causa suprema di ogni devianza umana.»

«Mi ha fatto venire l’ansia!» sbottò il PM.

«Allora cambio argomento!» dissi.

«Ottimo! E di cosa ci parla?»

«Ma della proprietà, naturalmente!»

La penna che Pottutto teneva in bocca cadde sul tavolo.

 

NOTE

 

– 1 Espressione di Carlos Minghella, Piccolo Manuale di Guerriglia Urbana, Amazon, 1969.

– 2 Lascia o Raddoppia?, quiz televisivo condotto da Mike Bongiorno andato in onda dal 1955 al 1959.

– 3 Jean Jacques Rousseau, Discorso sull’origine e i fondamenti della ineguaglianza fra gli uomini, 1755.

– 4 John Zerdan, Enrico Manicardi, Nostra nemica civiltà, ivi.

– 5 Espressione coniata da Amedeo Bertolo.

– 6 Enrico Manicardi, Nostra nemica civiltà, ivi.

– 7 Murray Bookchin, Per una società ecologica, Eleuthera, 1976

– 8 Dwight Macdonald, The Root is man, 1953.

– 9 Hakim Bey, Millennium, 1997.

– 10 Guy Debord, 1931, fra i fondatori dell’Internazionale Situazionista.

– 11 Tommaso Campanella, La città del sole, 1602.

Editing a cura di Costanza Ghezzi.

Immagine: A. Modigliani, Nudo sdraiato, 1917.

 

 

N.20 – EDUCAZIONE: EDUCAZIONE LIBERTARIA

«Anche Ward affermava che lo scopo della scuola è svolgere una “funzione socializzante”, cioè conformare l’individuo alla società per garantire la sua perpetuazione. Nell’articolo del 1.8.23 asserisce: la società assicura il suo futuro educando i bambini secondo il suo modello. Nelle società tradizionali il contadino alleva i figli insegnando loro a coltivare la terra, un capo insegna loro a esercitare il potere, i sacerdoti tramandano le mansioni del loro ruolo. Nello stato moderno il sistema scolastico è lo strumento di più ampia portata per condizionare la gente. Dall’età di cinque anni, tenta di plasmare lo sviluppo intellettuale e buona parte della maturazione sociale, fisica, ideologica di un individuo durante dodici anni o anche più del periodo cruciale dal punto di vista formativo6».

Sollevo la testa: «Fin qui ci siamo?».

Solita fuga di sguardi.

«A questo sistema si oppone la pedagogia radicale, cioè libertaria, il cui obiettivo è la realizzazione della personalità dell’individuo e lo sviluppo dei suoi interessi, delle sue aspirazioni, dei suoi bisogni, dei suoi propositi. Abbandonando il sistema educativo autoritario, impositivo, trasmissivo, passivo e certificatorio, si focalizza sul discente. Sperimenta una serie di metodi mediante i quali aiutarlo a diventare cosciente di sé, quindi capace di autodeterminarsi. Metodi fondati sull’esperienza, sull’esplorazione, sul sovvertimento del rapporto gerarchico docente-allievo, sul rigetto della conformistica psicologia del risultato perpetuante l’ordine esistente.»

«Ci mancava Freud!» Pottutto si animò.

«Per psicologia del risultato intendo il voto.»

«Che c’incastrano le elezioni!» il solito Manganello.

«Forse si riferisce a quello religioso!» lo corresse Pottutto.

Pensai a quanto fosse divertente avere un uditorio di quel livello.

«A proposito di educazione libertaria anche Isabelle Attard dice che per vivere in una società senza Dio né padroni l’educazione è prioritaria. Ma non si tratta di modellare il cervello dei futuri militanti anarchici come nelle scuole di indottrinamento politico o militare. Esattamente il contrario: l’obiettivo è di sviluppare nei futuri cittadini l’autonomia, lo spirito critico e la capacità di mettere in discussione. L’educazione libertaria, quindi, non mira a formare esseri docili e uniformi che non mettano mai in discussione né l’esistenza dello Stato-nazione e delle sue istituzioni, né il modello economico vigente7, ma individui liberi che sappiano criticarlo. Una capacità critica che è strumento di emancipazione contro ogni omologazione uniformante e conformista, senza la quale è appiattimento totale, assoluto annichilimento. Le proposte anarchiche sono una continua ricerca della soluzione alla necessità stirneriana di diventare padroni di se stessi, con l’obiettivo di realizzare uno stile di vita alternativo, contraddistinto da un’etica che richiama ciascun individuo alla coerenza tra il pensiero e la propria esistenza concreta8».

«Che c’è?». Pottutto si rivolse a Manganello.

«Scuola si scrive con la C o con la Q? Mi confondo sempre!»

«Lei come l’ha scritto?»

«Con la S maiuscola poi il punto».

«Andiamo avanti!». Il PM si rivolse a me.

 

«I paradigmi della scuola libertaria sono la sperimentazione, la spontaneità, l’autodeterminazione e il pluralismo. Sperimentare significa educare attraverso un approccio esperienziale: la consapevolezza di sé, quindi delle attitudini e delle abilità personali, cosi come dei difetti e delle lacune, si forma passo dopo passo, attraverso una crescita che solo l’approccio diretto col caso concreto consente di sviluppare. L’impegno degli insegnanti deve focalizzarsi sul ragazzo lasciandolo libero di apprendere, sbagliare, correggersi. Nessuna imposizione di nozioni astratte, ma un confronto continuo con la vita, perché, come diceva Emile Armand riferendosi all’individualista anarchico, il concetto si estende a chiunque si affranca dal dominio, l’uomo libero tende verso la vera vita la vita puramente e semplicemente che egli si sente attratto, la vita in libertà che contrasta così violentemente con l’esistenza che gli hanno imposto le condizioni economiche, la politica e tante altre cause. È la vita che lo interessa, che lo sollecita, che lo trascina; la vita naturale che ignora i compromessi, i mercanteggiamenti, le sofisticazioni, gli orpelli le parvenze ingannatrici le false riputazioni, il calcolo, l’arrivismo. Perché egli vuole vivere a qualunque prezzo, costi quel che costi, ben inteso senza dominare né sfruttare altrui.

Per questo la sua vita sarà un campo di esperienze e un continuo ammaestramento, di cui tenderà sempre di rimanere il padrone… giammai a consentire che esse lo padroneggino9. In sintesi, l’uomo vuole vivere, e per vivere pienamente e intensamente deve essere libero dalle costrizioni mentali e fisiche». Pausa. «Se proprio dobbiamo insegnargli qualcosa, insegniamogli a godere l’estasi dell’esperienza: la bellezza del qui e ora. È sfiorando puramente l’essenza dell’attimo che l’uomo è. Al contrario, l’imposizione impedisce l’armonica compenetrazione nel tutto a cui si appartiene». Sorpreso io stesso da tanta saggezza: «Che ve ne pare?»

«Sono tutto un fremito!» Pottutto rispose caustico.

Il maresciallo, invece, si mordicchiava il sottomento.

«Trovate le sue parole nell’articolo citato prima, dove peraltro accenno ai metodi di apprendimento spontaneo sperimentati da Ferrer con la Escuela Moderna, da Homer Lane con la scuola di Little Commonwealth e da Alexander Neill con quella di Summerhill

«L’ho sempre detto che gli inglesi sono strani!»

«Non si preoccupi maresciallo, ci sono anche gli italiani. Ad esempio Marcello Bernardi e Marco Lodi. Il primo è tra i massimi esponenti della scuola negativa che riprende le teorie di Freire, Tolstoj, Ferrer e, perché no, anche Don Milani, per i quali l’educatore deve lasciare libero il giovane di apprendere spontaneamente, senza essere condizionato dalla figura dell’insegnante o dell’ambiente in cui è inserito. Massima importanza viene dato al contatto diretto con le cose, alla manualità, all’immaginazione, alla creatività quali propellenti per sviluppare la curiosità, l’interesse, la ricerca, quindi l’apprendimento.»

«Niente di nuovo sotto il sole» gorgogliò Pottutto.  «Anch’io giocavo col Lego!»

«Evidentemente non abbastanza!» dissi fra i denti. «Alla scuola negativa si affianca quella positiva, dove l’educatore fa da guida e fondamentale diventa il contesto di riferimento attraverso il quale il giovane apprende per imitazione. Un esempio è la Scuola di Vho creata da Marco Lodi dove si educava senza testo, stimolando la comunicatività attraverso le arti espressive come la pittura o la danza…»

«Invece delle lezioni gli studenti ballavano?»

«Valzer, Mazurca, Cha Cha Cha!» scherzai. «Fra le tante cose, ha sviluppato anche la ricerca interdisciplinare e la scrittura collettiva: famosi sono stati negli anni Sessanta alcuni racconti scritti insieme ai suoi studenti come Cipì, una pietra miliare della letteratura infantile, La Mongolfiera e tanti altri. Li ha letti?»

«Eh, come no!»

«A prescindere dal metodo, i pedagoghi libertari ritengono fondamentale che i ragazzi imparino spontaneamente, senza che intermediari impongano tabelle, nozioni, autorità e, soprattutto, senza manipolazione. Usano spesso il gioco, perché il divertimento favorisce la ricerca, l’interesse, l’immaginazione, la creatività, tutte attività necessarie per l’apprendimento e la crescita personale. Soltanto l’esperienza diretta forgia la consapevolezza di sé e consente di appropriarsi del mondo

«Abbiamo finito con la scuola?». Pottutto approfittò della mia pausa.

«No!»

«No?»

«Quasi, però!» dissi. «Condizione necessaria affinché lo studente impari ad autodeterminarsi è che la sua maturazione avvenga in un contesto pluralista. L’educazione deve pungolare l’individuo a fare da sé. Deve imparare a gestirsi, deve superare gli ostacoli, deve darsi degli obiettivi. Deve autodeterminarsi ricorrendo alle proprie capacità, affrontando caso per caso, moltiplicando il confronto costante con i propri simili. Un confronto fatto di differenze, discussioni animate, errori, tentativi e apprendimento. Un confronto pluralista. Per l’anarchia le differenze non sono mai pregiudizievoli. Senza di esse non c’è sviluppo. Come dice Amedeo Bertolo, il potere, per sua natura, nega tutto ciò che gli si oppone e la diversità gli si oppone in quanto ingovernabile. Per questo il potere deve distruggere le diversità o, quanto meno, incanalarla nella diseguaglianza. Al contrario, l’anarchia si nutre e cresce grazie alla diversità. Il confronto, che non è competizione, aiuta a maturare la propria identità e prenderne coscienza. Perché soltanto quando si riconosce la propria e l’altrui specificità è possibile coesistere. La diversità deve essere non solo accettata, ma esaltata, ricercata, creata, ricreata continuamente. Perché la diversità è il bisogno dell’uomo di dare valore a se stesso. Diverso è bello, dice ancora Bertolo, che conclude sottolineando come l’unione dei diversi non sia fratellanza, che definisce un concetto specularmente simile all’utopia gerarchica di una conciliazione coattiva10, ma solidarietà, quel sentimento ancestrale che ci rende uomini e non isolate unità biologiche. In tal senso la pedagogia libertaria è assolutamente originale, in quanto nega qualunque forma di omologazione. Nessun voto, nessuna gerarchia, nessuna autorità, nessuna imposizione. Non ci sono differenze di merito, non ci sono vantaggi, nessuno è privilegiato. E poi accadrà quel che deve accadere!».

Pottutto tirò un sospiro di sollievo: «Adesso abbiamo finito?»

«Aggiungo solo che aveva ragione José Antonio Emmanuel quando diceva che se non vi liberate attraverso la scuola, vi costerà fatica redimervi e liberarvi quando sarete grandi11. Altrettanto vero è che per conseguire la coscienza di sé e la conseguente capacità di autodeterminazione è necessario un ulteriore scatto». Feci una pausa. «Che ne dite se parliamo di libertà?».

 

NOTE

1 – Emile Armand, L’iniziazione individualista anarchica, 1923, Tip di C. Mori 1956.

2 – Bakunin, Stato e anarchia, 1873, Feltrinelli.

3 – Bibbia, Lettera agli Ebrei, 11,8. NdA – Il chiamato da Dio, obbedì è Abramo.

4 – Hannah Arendt, La banalità del male, 1963, Feltrinelli.

5 – Comitato invisibile, L’insurrezione che viene, 2007.

6 – Colin Ward, Anarchia come organizzazione, 1976, Eleuthera.

7 – Isabelle Attard, Perché sono diventata anarchica, 2021, Eleuthera.

8 – G. Ragona, Anarchismo, ivi.

9 – Emile Armand, L’iniziazione individualistica anarchica, 1923, Tip di C. Mori 1956.

10 – Amedeo Bertolo, Anarchici e orgogliosi di esserlo, 2017, Eleuthera.

11 – José Antonio Emmanuel, L’anarchia spiegata ai bambini, 2022, Ed Risma.

 

Editing a cura di Costanza Ghezzi

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