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44 – COMUNITÀ: TEMPORANEITÀ E DIMENSIONI

44 – COMUNITÀ: TEMPORANEITÀ E DIMENSIONI

 

«Volontarietà significa che ciascuno è libero di costituire, entrare o uscire dalla comunità. La funzionalità è l’obiettivo che essa persegue. Una volta conseguito, o quando non è più conveniente, niente deve però impedire che l’accordo possa essere sciolto collegialmente o unilateralmente.»

«Tipo se scelgo una comunità che mangia la bistecca e poi divento improvvisamente vegetariano posso…?» guaiolò Manganello.

«Esattamente!» esclamai.

«Non accadrebbe mai. Odio le verdure!» replicò risoluto. «Ricordo che mia nonna era fissata con i broccoli e io…»

«Maresciallo, non ci interessano i broccoli di sua nonna!». Il pubblico ministero lo interruppe. E a me: «Prosegua!»

«Questa si chiama temporaneità. Da un lato favorisce la necessaria dinamicità del gruppo, evita infatti derive autarchiche o pericolose chiusure in sé, dall’altro impedisce quella concentrazione e cristallizzazione di potere che immancabilmente si sviluppa in un rapporto stabile.»

«Ma se la comunità è costituita da un numero limitato di persone, non è chiusa per definizione?». Pottutto rifletté a voce alta.

«Non quanto la società globalizzata in cui chi devia dal pensiero unico viene marginalizzato» rilevai. «È vero che riunisce persone che pensano e agiscono allo stesso modo, ma le continue relazioni fra comunità anche molto diverse fra loro e il federalismo garantiscono pluralismo e progresso. Inoltre le dinamiche di ogni aggruppamento sono inevitabilmente soggette a trasformazioni dovute all’uscita e all’ingresso dei membri che consente di rinnovare gli scopi e cambiare i mezzi, quindi di evolvere i legami di forza creatisi all’interno. Per non considerare questi ultimi che…»

«Non la seguo!»

«Non mi sono mai mosso di qui!» ironizzai. «Immaginiamo che alcuni falegnami che lavorano insieme ricevano la commessa di realizzare l’arredamento di una scuola. Pur operando in un confronto paritario, è probabile che l’esperienza di chi ha sempre creato banchi o armadietti influenzi le strategie comuni. Si verifica così una situazione simile a quella descritta da Jo Freeman con la teoria dell’assenza di struttura, per cui se un gruppo non possiede strutture gerarchiche formali, esse vengono sostituite da quelle informali, creando così un’egemonia di fatto13. Se dopo, però, gli stessi falegnami venissero incaricati di arredare le abitazioni di un quartiere residenziale, cambierebbero i fini, i mezzi e, di conseguenza, anche le competenze. Probabile, infatti, che l’opinione di chi è esperto di arredamenti domestici prevarrebbe su quella di chi ha sempre costruito banchi. Oltre gli agenti esterni e la mobilità interna, anche la dinamicità degli obiettivi impedisce pertanto l’instaurarsi di gerarchie o le armonizza.»

«Dimentica che c’è sempre chi vuole prevalere sugli altri!». Pottutto non si diede per vinto.

«Ci può essere chi ha più carisma, chi ha un’idea migliore e così via, ma quando non si è condizionati dall’antagonistico interesse e l’obiettivo è comune, le decisioni sono naturalmente armoniche. In caso contrario, il falegname può sempre uscire dal gruppo e costituirne uno proprio.»

«E così perde la commessa!»

«Ne avrà altre e sarà contento lo stesso!» dissi. E con una certa esasperazione: «La sua obbiezione parte da un presupposto sbagliato e cioè dal concepire il lavoro come strumento di profitto, anziché di realizzazione del sé. In quest’ottica il falegname sarebbe interessato alle scelte collettive quando gli procurano un guadagno, che perderebbe uscendo dal gruppo. Ma se una società libertaria ragionasse in questo modo, se cioè pensiero e azione fossero determinati dall’utile, nel breve replicherebbe quella del dominio, fallendo i suoi propositi. L’anarchico rifiuta il profitto perché sa che l’accumulazione lo aliena dalla vita. Soddisfatto il minimo necessario, e quando lo realizza il singolo lo realizza l’insieme, il lavoro diventa un’attività conviviale, non necessaria né lucrativa.»

«Si divertirebbe di più se andasse a giocare a bocce!»

«Nessuno glielo impedirebbe. Se però sceglie di lavorare, lo fa perché stimolato dal piacere di realizzare l’interesse comune, non quello personale.»

«E se tutti andassero a giocare a bocce?»

«Probabilmente quella comunità avrebbe ottime possibilità di vincere le olimpiadi di bocce. Ma questo non accade perché la condivisione è un’attitudine innata nell’essere umano che, in assenza di tornaconto, si manifesta spontaneamente tanto nelle attività ludiche quanto in quelle più onerose.»

«Non mi convince… E comunque il più forte prevarrebbe sempre!» perseverò il PM.

«Perché dovrebbe farlo se ha volontariamente scelto di unirsi ad altre persone e con esse ha stabilito cosa fare e come farlo?»

«Perché è nella natura umana!»

«Il dominio è un fenomeno naturale solo per chi possiede i mezzi per dominare. Gli altri ne subiscono la soggezione o lo accettano per indottrinamento. L’anarchico è puro e sa che l’interesse personale coincide con quello degli affini. Non può essere felice se anche gli altri non lo sono! Per questo i refrattari si uniscono. E, una volta uniti, che senso avrebbe disattendere accordi definiti volontariamente?»

«Perché magari non soddisfano più il suo interesse!»

«Allora non capisce!» sbottai. «Lei ha capito?» guardai il maresciallo.

«Chi, io?» replicò nascondendosi sotto la ciccia delle guance.

«Ci sono!». Pottutto s’illuminò. «Mi sta dicendo che, rinunciando al profitto, gli anarchici non hanno interesse a inculare gli altri?»

«Magari con un linguaggio meno scurrile, ma sono ore che lo affermo!»

«E siccome del guadagno non gliene frega niente e credono che la società impedisca la libertà, si mettono d’accordo…?»

«Precisamente!»

«E lo fanno con un contratto.»

«Discusso, approvato e sottoscritto.»

«E ogni volta che cambiano c’è un altro accordo e quindi un altro contratto?»

«Proprio così!»

«Ora è tutto chiaro!». Il suo sguardo raggiante divenne improvvisamente pensieroso: «Mi perdoni, ma quanto spendono di notaio?»

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«La comunità deve essere anche di piccole dimensioni. Pochi membri che agiscono più o meno territorialmente» dissi.

«Come una tribù?»

«Come una tribù!» confermai. «La territorialità semplifica le cose, non è però esclusa la partecipazione esterna.»

«In che senso?»

«Nel senso che per essere membri di una comunità non occorre vivere nel solito posto.  Posso risiedere a Napoli e appartenere a una comunità che opera a Prato. L’importante è che partecipi alle sue attività.»

«Accidenti Dopraho, tutti i giorni avanti e indietro, non vorrei essere la sua auto!» improvvisò Manganello.

«Suvvia maresciallo, se prima ha detto che non ce l’ha, significa che va a piedi!», lo corresse Pottutto.

Sospirai rassegnato.

«Quattro i motivi principali per cui una comunità deve essere di piccole dimensioni. In primo luogo perché è più semplice organizzarsi. Dalla partecipazione diretta, ovvero la discussione e la deliberazione delle decisioni comuni, all’autogestione, cioè la disciplina delle attività condivise, alla difesa dalle aggressioni esterne e così via. In secondo luogo perché si evitano pericolose concentrazioni di potere. La massa si divide sempre in fazioni che hanno un interesse divergente rispetto a quello generale. Ciò provoca contrasti o prevaricazioni, non sempre sanabili con il dialogo. Terzo motivo consiste nel fatto che più piccola è la comunità, più facile è che possa agire nell’ombra.»

«La clandestinità?» precisò Manganello come se volesse riscattarsi.

«Esattamente quella… Però adesso basta ripeterlo ogni volta!» dissi. «Sorgendo in un sistema repressivo, la sua conservazione è sempre a rischio. Deve operare eludendo continuamente i controlli e le inibizioni e, se del caso, deve essere pronta alla fuga trasferendosi altrove o ricostituendosi sotto altre vesti. Il quarto motivo, che forse è più un corollario dei primi due, consiste nel fatto che in una comunità di piccole dimensioni il singolo ha maggiore possibilità di realizzarsi. Come dice Cathy Levine, nel suo La Tirannia della Tirannia: il piccolo gruppo si avvale al meglio dei diversi contributi di ciascuno, alimentando e sviluppando gli apporti individuali, invece di disperderli nello spirito competitivo di sopravvivenza perché ognuno è personalmente coinvolto e piuttosto che cercare di ignorare e annientare le differenze personali, come avviene nella società della competizione, impara a valorizzarle e utilizzarle, rafforzando così il potere personale di ogni individuo14. Levine usava queste argomentazioni in opposizione alla tesi della Freeman, ma la loro correttezza è empirica: nella moltitudine la personalità scompare, viene sopraffatta o si assuefà, mentre nella minoranza la partecipazione non può essere né impedita né elusa. Il faccia a faccia diventa dialettica necessaria finalizzata a creare quella micropolitica che imbriglia lo Stato come i Lillipuziani hanno fatto con Gulliver15» chiosai.

Al che Manganello: «E quanto dovrebbe essere grande questa comunità?» chiese. «Così?», posizionando le mani simmetricamente davanti al corpo come se tenesse un pallone da calcio. «O così?», allargandole come se sollevasse un armadio.

Guardai il pubblico ministero sperando nella sua comprensione.

«Non esiste una regola generale quando si parla di anarchia. Dipende dall’ambiente, dagli scopi, dai soggetti, da tutto ciò che può condizionarne la scelta» dissi. «Si procede esperimento dopo esperimento, prova dopo prova, fallimento dopo fallimento. Ogni caso è un caso a sé. Hakim Bay diceva infatti che gli anarchici sono guerriglieri nomadi che praticano la razzia, sono corsari, sono virus, hanno sia il bisogno che il desiderio delle taz, degli accampamenti di tende nere sotto le stelle del deserto, delle interzone, delle nascoste oasi fortificate lungo segrete piste carovaniere, dei tratti liberati di giungla e della badland, delle aree proibite, dei mercati neri e del bazar sotterranei16…»

«Mi perdoni». Pottutto mi interruppe. «Ma questo suo amico per caso è un alcolista? Lo chiedo così, solo per curiosità!»

«Ma no, gli piaceva giocare con le immagini!»

«Anche a me ha fatto venire in mente Ciuccia, sa?» ragliò Manganello.

«Sarebbe?» chiesi.

«Un ubriacone che abbiamo disintossicato qualche giorno fa!»

«E ora sta bene?»

«Alla grande. Ha raggiunto la pace eterna!».

 

 

NOTE

– 13 Jo Freeman, La tirannia dell’assenza di struttura, 1970.

– 14 Cathy Levine, The Tyranny of Tyranny, 1974.

– 15 Il paragone si trova in: M. Onfray, Il post-anarchismo spiegato a mia nonna, ivi.

– 16 Hakim Bey, Taz zona autonoma temporanea, ivi.

Editing a cura di Costanza Ghezzi

Immagine: Henri De Tolouse Lautrec, il bacio a letto, 1892