NON AVER PAURA DELLA MORTE

Se non sapessi di morire non saresti uomo. Per gli animali e le piante la fine della vita, la sofferenza in generale, sembra percepita nel momento in cui si presenta. Gli uomini invece pensano l’infinito ma non sanno definirlo se non attraverso fantasie consolatorie. Vivo per un motivo? Avrò uno scopo? Perché faccio questo o quest’altro? Perché sono così? Tante domande a cui, in realtà, niente e nessuno può rispondere. In fondo la morte è uno specchio: di fronte al quale una mattina ci sentiamo fighi, quella dopo siamo ciò che siamo.

E non è vero che il vuoto può essere sanato dalla compulsione esistenziale. Non si evita il nulla agendo nella speranza che qualcuno o qualcosa ricompensi, cercando emozioni che accendano la quotidianità, consumando affetti che mascherino la solitudine, fuggendo nella grossolana materialità. Tanto più è effimero l’oggetto di dipendenza con cui si compensa l’irrequietezza, tanto più è fugace l’illusione.

Anche se l’istinto di sopravvivenza fa dell’ipocrisia la sola strategia per andare avanti, idealizzare la vita esaltando l’individualità nel suo integralismo manieristico annebbia la visione, non dà dignità all’essere, né spiegazione del non essere. Perché non è vero che anche quando è spiacevole, anche quando è insopportabile, anche quando è deumanizzante, la vita sia sempre più consolatoria del mistero. L’illusione di possederla inebria d’eternità come appropriarsi dei beni stimola il delirio di onnipotenza. Ẻ una finzione, un prendersi in giro. La brama è un narcotico che deforma la percezione. Finito l’effetto, la voragine è più vasta di prima.

Perché vedi, i mali dell’uomo sono il profitto e l’ideologia. Già da soli sono pericolosi, insieme sono una tragedia. E la tragedia è ciò che siamo, aggravata da ciò che facciamo per dissimularla. Se non affronti l’abisso e ti arrabatti nell’ostentazione sarai sempre imperfetto. Imperfezione che è frustrazione, frustrazione che è vita sprecata.

Ognuno di noi è volontà in cerca d’identità. Ma per trovarla deve essere spontanea, libera di sprigionarsi e determinarsi. Deve godere di tutta la propria energia. Deve appropriarsi della magnificenza. La sua autonomia è una conquista, non una concessione. Deve essere niente e poi tutto per donarsi senza bisogno di ricevere.

Non conseguirai la via della gioia degradandoti nel futile tentativo di evitare, di sfidare o di irridere l’inevitabile, ma esaltandoti in ciò che esso concede, partendo dalla conoscenza del sé. Senza fughe e senza maschere. Senza finzioni. Senza sotterfugi. La volontà deve essere pura, cioè libera dall’egoismo e dalla necessità affinché l’assoluto non si riveli in fantasiose trascendenze o in volgari mediocrità conformiste, ma nell’ebrezza della fusione col reale.

Solo se assolta dai doveri, svincolata dai pregiudizi, sovrana dei sensi e della mente, affrancata dal contingente, si manifesterà in tutta la sua autorevolezza. E potrà vagare, sperimentare, perdersi e ritrovarsi, penetrare nei tessuti delle infinite entità, imitarne la forma, replicarne i movimenti, in esse autodeterminarsi e autogovernarsi fino a fondersi nella sostanza universale.

La connessione è empatia col mondo. Devi identificarti nell’altro. Devi essere l’altro. Abbandonati! Che il sé diventi un nuovo sé senza dimenticare ciò che è stato. Volontà con volontà. Complementarità infinita nella totalità indifferenziata in un continuo, inesauribile divenire.

Sarà una conquista attraverso la perdita. Rinuncerai per donarti. E quando percepirai di essere un tutt’uno con ciò che ti circonda, quando i costituenti si fonderanno nell’unicità indivisa della sostanza cangiante, sarà ebrezza inebriante. Perché la volontà si nutre di amore, il resto è superfluo artefatto.

L’illuminazione sarà grandiosa. Benché di breve durata, come tutto ciò che è tangibile. Ẻ infatti con la morte, cioè liberandosi dalla transitorietà, che la volontà torna alla materia originaria realizzando il suo definitivo perfezionamento.

Ecco perché ti dico che non ha senso temerla.

 

Immagine: Cristiforo de Predis, Morte del sole della luna e caduta delle stelle, XV secolo